Tre regole per una proficua collaborazione democratica con i pentastellati

Regola n. 1: “Dire la verità”

Non pare bene aver sputtanato i pentastellati per gli ultimi 5 anni e, ora che servono, ritenere le loro idee abbastanza ragionevoli e condivisibili. Anche ora che servono, il piddì deve continuare a considerare questo gruppo di persone per quello che è, e cioè degli incompetenti invasati di tecnologie che nemmeno conoscono, degli irresponsabili che si riempiono la bocca con idee patetiche e del tutto irragionevoli, degli irrogatori di vuoto culturale e politico.

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Di democrazia e isolamento

Le elezioni sono l’apoteosi dei miei problemi con il senso di appartenenza.

Quando ci sono le elezioni non sono innervosito dai vincitori, chiunque essi siano, né straziato dai perdenti. Non sono nauseato dal linguaggio, amo quasi quella retorica scontata da serie tv sudamericana. Tutto questo va bene. Il problema sono io. Io non condivido nulla con la mia gente, non riesco a coinvolgermi. Io non capisco la campagna elettorale, l’entusiasmo, i programmi. Non ho esperienza dei problemi veri, nonostante ne sia pieno. Non mi emoziono allo stesso modo delle persone che mi stanno attorno, e dio sa quanto ci provo. C’è un mondo straordinario lì fuori e io lo ignoro. Non è deprecabile il mio popolo, lo sono io in quanto altro da lui. La maggioranza è una benedizione e io ho sempre voluto farne parte.

A differenza di quanto scrivono gli stranieri e gli italiani all’estero, gli italiani in Italia sono un grande popolo. La brutta giornata di oggi non è imputabile a loro. E’ tutta colpa mia. Tutte le elezioni sono terribili, da sempre. La profonda tristezza che provo è solo una conseguenza logica dell’isolamento. La politica è la continuazione della mia solitudine con altri mezzi.

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Il miglior Sanremo di sempre

Noi uomini di fede flebile temevamo. Temevamo Fazio e la comica torinese, temevamo l’assenza di prospettiva. Temevamo un Sanremo violato e brutalizzato dalle Concite de Gregorio e da quello che dovremmo essere. Ci atterriva l’idea di comici che non fanno ridere da Mai Dire Gol ’96 sopra il palco sacro, a vomitare ovvietà aspettando l’applauso dei sepolcri imbiancati in platea.

Non è andata così. Sanremo è più forte di Fazio e di Repubblica. Sanremo è più forte di Torino, come città e come come categoria dell’anima. Una volta evocato, Sanremo arde di fuoco proprio, folle e incomunicabile.

Le giacche di tweet e le ciglia inarcate hanno provato a ridurlo a cena sociale di Sant’Egidio. Cantanti troppo giovani, canzoni troppo nuove, palco troppo dinamico, centralità decontestualizzata delle minoranze. La buona notizia è che non ce l’hanno fatta, almeno per ora. Sanremo è Sanremo perché prima o poi la sua psichedelia destruttura la loro idea del lineare con una facilità sorprendente, naturale. Prima o poi canta Maria Nazionale. Prima o poi compare non si sa da dove e per quale ragione l’Armata Rossa. Prima o poi arriva Toto Cutugno che, da avanguardia qual è, si lancia in un’apologia dell’URSS e dice a un calciatore nero “lo sai che ce n’è un altro come te, in Italia?“.

Fazio, Serra, Torino, Lilli, Concita: mettetevi il cuore in pace. Sanremo è Sanremo e così sempre sarà nonostante il vostro inchiostro e le vostre lingue pulite perché, a differenza vostra, Sanremo è.

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La grazia

Il quasi paso doble che ha fatto da sottofondo all’inizio della trasmissione di Santoro, l’altro giorno, faceva presagire un programma sull’essere, sul bene e sul male. Nessuna parola dolce, nessuna parola amara: solo parole d’amore. Lo spettacolo è stato un po’ diverso, ma non meno significativo.

Dopo aver avuto 15 anni per prepararsi al rito, Santoro, Travaglio e la Costamagna si sono rivelati per quello che sono sempre stati: incapaci di ironia e di concentrazione, pessimi strateghi, il peggio dell’informazione italiana. Giulia Innocenzi è bellissima. Anche Berlusconi ha mostrato la sua vera natura: contando sull’empatia che anche il peggior lettore del Fatto prova per chi è solo contro tutti, si è trasformato in meno di venti minuti nell’amico che ho sempre voluto avere quando sono depresso, cioè spesso.

Non so se Berlusconi è una persona malvagia. Per tutto il tempo della trasmissione, però, ho creduto che i malvagi fossero gli altri, cioè noi. Durante Servizio Pubblico ho dimenticato tutto quello che lui ha fatto e non fatto. Ho dimenticato i riferimenti sessuali a Eluana, le commistioni con la meglio gioventù e la peggio vecchiaia, la devastazione di scuola ed economia, la libertà mutilata del dissenso interno ed esterno. Nell’assistere alla danza tra bene e male, i confini si sono via via sfumati fino a confondersi. Quando già ero ebbro di pietà, l’unica cosa che riuscivo a intravedere era la nullità umana e culturale della parte che parlava in nostra rappresentazione.

L’approccio alla corrida è un fatto personale. E’ personale anche l’approccio alla morte e alla politica, che sono la stessa cosa. Nell’arena sbigottita dell’altro giorno, Berlusconi è riuscito a sembrare non solo il migliore degli avversari, ma migliore in generale. Dimostrandosi estraneo all’isteria, alla frustrazione e a un’idea di verità troppo urlata per essere giusta, Berlusconi si è redento. Tutto, d’un tratto, è sembrato chiaro e ogni appassionato consapevole ha capito che la ragione vera di questi anni non è il Berlusconi che c’è in noi, ma il noi che non c’è in lui.

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Di aerei, telefoni e scie chimiche

In questo tempo di verità, bisogna ritornare al punto più semplice. Questo comporta una battaglia di libertà contro le superstizioni. Più della religione e della speranza di ottenere dei premi utili con la carta Fidaty, la superstizione che crea maggior danno oggi è il divieto di uso di telefonini in aereo.

Non considero i velivoli Ryanair degli aerei. Viaggiare in aereo può essere piacevole. La sensazione di fare qualcosa di importante, viaggiare, viene però irrimediabilmente compromessa dall’invito a spegnere i telefonini, urlato dagli altoparlanti e ripetuto dalle hostess in ogni lingua del mondo. La lingua in cui riesce più fastidioso è lo spagnolo.

Molte norme utili non vengono obbedite. Questa, che appartiene alla stessa sfera di perversione irrazionale da cui vengono la paura del big foot o delle scie chimiche, la rispettano tutti. La ragione è semplice: l’uomo teme la tecnologia come la violenza (entrambe tekné). Teme il volo, teme il telefono, teme i bollitori automatici in omaggio con 3500 punti della carta Fidaty. Li teme perché non conosce. Non conoscendo, non sa che le onde di un telefono non possono fare nulla ai controlli di un aereo e che, comunque, dopo un secondo dal decollo e fino a 2 minuti dopo l’atterraggio, il telefono emette le stesse onde di un bollitore automatico. Come iniziano a sostenere anche pochi coraggiosi uomini di scienza, i bollitori automatici non hanno mai fatto del male a nessuno, figuriamoci ad un aereo.

Io tengo il telefono acceso quando volo. E’ il mio modo per dire al mondo che va tutto bene. Lo faccio per una battaglia di civiltà.

Le norme si rispettano solo quando sono giuste. La prossima volta che i giornali annunceranno trionfanti di persone trascinate fuori dagli aerei e magari multate, rovinate o linciate perché non volevano spegnere il telefono, non scuotete la testa con disprezzo. Credetemi: non sono cafoni, è avanguardia.

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Sull’erba

Per oltre dieci anni, la notte, ho sognato Berlusconi. Non sempre, ma spesso. Sognavo situazioni bucoliche. Un pic-nic lungo un fiume, una colazione con i miei zii. E lui. Lui, dismessi i vestiti ufficiali, seduto sull’erba, conversava amabilmente con tutti e che alla fine mi si rivolgeva con un sorriso tranquillo. Mi appoggiava una mano sulla spalla e mi parlava di calcio. Quel sorriso tranquillo mi faceva sentire sicuro e meno solo. Senza che me lo chiedesse, alla fine dei nostri discorsi gli giuravo fedeltà politica eterna. Stavo bene e il risveglio aveva il sapore acre di una fucilata.

Non ho mai sognato una persona che ho votato, ma l’altra sera ho sognato Mario Monti. Eravamo in piedi, in posizione scomoda. Lui vestito di grigio, io con dei boxer a quadri presi da Tezenis e una maglietta a maniche corte. Mario parlava con altre persone molto meno importanti di me ma meglio disposte nell’aspetto. Poi l’ho guardato, Mario. Anche lui ha guardato verso di me, anche lui mi ha sorriso, anche lui parlava, ma non mi ha visto. Parlava a un altro. Guardava oltre. Ero trasparente tipo una sedia di Kartell, tipo me.

Berlusconi con ogni probabilità è l’anticristo. Il suo ritorno coinciderà con la disgregazione degli stati così come li conosciamo e con un periodo di miseria, terrore e morte che continuerà anche dopo di lui. Emigreremo a milioni verso la Libia. Vivremo grazie a cibo in scatola paracadutato da aerei della croce rossa danese. Tutto questo mi preoccupa fino a un certo punto. Per quanto mi riguarda, il vero problema è che io sono una cattiva persona. E quella solitudine che solo lui sapeva spazzare via, sono convinto, me la merito tutta.

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This way, Madam

Per il mio spassionato canto all’Emilia ho ricevuto mail di minacce. Le prime dai cattolici, gli stessi che in questi giorni hanno invaso Milano con le loro canottiere sotto le camice. Dicevano che dicevo così solo perché l’Emilia è di sinistra e blasfema, che mi ci ritrovato. Io non sono di sinistra.

Una volta arrivata la tragedia del terremoto, sono stato sommerso dalle mail dei superstiziosi, che coi cattolici condividono la credenza in un essere soprannaturale chiamata “Sfortuna” anziché Dio. Dicono i superstiziosi che il mio blog è tipo Marco Masini. Che parlo di Alberoni e Alberoni viene licenziato. Che parlo di Berlusconi e Berlusconi si dimette. Che parlo di Carlà e Sarkò perde le elezioni.

Io non sono supertizioso ma per deformazione professionale tendo a prendere in considerazione le ipotesi più diverse. Dea Sbendata, tu non esisti, ma in caso contrario sappi che a me piace un sacco anche San Pietro.

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Sconcerti non esiste

Per il dissolvimento degli stati nazionali. Una volta i confini venivano usati per giustificare le guerre. Francia contro Austria, Germania contro Polonia, Italia contro Trieste e avanti così. Ora che le guerre non si fanno più, l’unica giustificazione razionale dei confini sono le competizioni internazionali di calcio.

La geopolitica è ironia. Per ironia, il calcio è anche la rappresentazione teatrale che più di tutte irride la sovranità nazionale. Gli stadi sono territori sottratti alla giurisdizione italiana, ad esempio. Nelle aule di giurisprudenza si insegna che nei moderni stati occidentali il monopolio della violenza è conferito per legge allo stato. Quello che è successo a Delio Rossi dimostra che la giurisdizione italiana e la Digos non hanno nessun monopolio con riferimento alla violenza di un uomo giusto. Questo è un bene.

E’ giusto che Delio Rossi le abbia suonate a quel fighetto che gli insultava il figlio per una sostituzione (giusta, peraltro). Che questo sia avvenuto davanti o dietro le telecamente poco importa. La violenza dovuta a solitudine e tristezza è sempre giustificabile. Delio Rossi venga riconosciuto a livello internazionale come un filosofo, come un eroe della patria. A lui si dedichino statue, piazze e un blog che parla di comunicazione. Siccome la patria non esiste, Delio Rossi venga riconosciuto almeno come un uomo libero, come colui che ha portato alla perfezione un ruolo di educatore che va ben oltre quello di semplice commissario tecnico. Si ignori Sconcerti e ci si inchini all’unico esempio al mondo di commissario Tekné.

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Ti amo, Emilia

Le tasse sono terribili, la spesa pubblica è terribile, ma Stella e Rizzo sono ancora più terribili.

Stella e Rizzo non hanno un corpo. Dopo un milione di ospitate in tivvù, nessuno è in grado di distinguere l’uno dall’altro. Mai fidarsi di chi non ha un corpo. Nascosti dietro al loro non essere, Stella e Rizzo hanno inventato e propagandato parole come “casta”, “privilegi” e “sprechi”. Queste parole hanno la caratteristica di far perdere credibilità a chiunque le pronunci. Non paghi, i Travaglio della borghesia annoiata continuano a tuonare contro la spesa pubblica che gli garantisce lo stipendio. Va bene indignarsi, ma ora anche basta.

Il punto non è che c’è uno Stato che si mangia metà di quanto produco. Il punto è che cosa ne fa, con questa metà. Mi avvilisco a livelli incredibili quando penso che la Lombardia spende i miei soldi per ristrutturare alberghi dei preti o per pagare consultori familiari. Sono felice, invece, se l’Emilia Romagna aumenta le sue uscite del 125% negli ultimi 10 anni per fare quello che si fa in Emilia Romagna.

L’Emilia Romagna è la regione più bella del mondo. Asili, scuole, casseri, musica anni ’70, festival del benessere. Io allo Stato darei anche i 4/5 di quanto produco, a patto che 3/5 vadano a Porretta. Porretta è il paese più bello del mondo. Asili, scuole, pozze, festival del cinema. Porretta è una scheggia di paradiso. Il sorriso della bella gente d’apennino è l’unico motivo per cui potrebbe dubitare della non esistenza di Dio.

Capisco Stella e Rizzo (o Rizzo e Stella, o Stella e Stella, o Rizzo e Rizzo), che a stare in questa bottiglia d’orzata non capiscono, si innervosiscono e fanno deprimere i miei genitori. Ma che se la mettano via. Che si informino su cosa succede a Porretta, mentre loro ticchettano maligni sulle loro tastiere wireless. Che assaggino una tigella calda, conversando con Carlo Mazzacurati di quanto sono dolci i colori della primavera. Apparirà chiaro addirittura a loro che la spesa pubblica è un pretesto e che il modello è l’Emilia Romagna. Anzi, l’Emilia.

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Le velleità ci aiutano a morire

Non c’è nessun motivo per celebrare gli 883. Sono la ragione della mia preadolescenza rivelata anzitempo, della mia adolescenza passata a considerare le ragionevoli conseguenze di un suicidio veloce. Gli 883 hanno intrappolato i miei vent’anni in cassette VHS usate.

Quella prosopopea generazionale da Alberoni meno fantasioso mi ha accompagnato nel mio crescere come la paura dell’aids. Magnificare gli 883 equivale a ricordare con affetto la paura dell’aids. Io non provo affetto verso la paura dell’aids. Non mi è mai piaciuto perdermi mentre andavo a una festa o passare pomeriggi a guardare gli shorts di donne che non avrei mai potuto conoscere. Non c’è nulla di meritevole nel girare per il corso con un motorino da sfigati.

Gli 883 non sono straordinari. Non sono la voce di una generazione. Non mi fanno venire nostalgia. Non mi ricordano cose belle. La voce da pipistrello stordito di Pezzali non mi avvicina a nulla di diverso dalla morte. Quando mi capita di ascoltarlo nella sala d’attesa di un dentista non vedo l’ora di farmi impiatare un ponte. Durante l’operazione soffro in modo ragionevole. Il rumore cinico del trapano sulle mie gengive sembra un remix post-punk di Jolly Blue.

La distanza non necessaria tra gli occhi di Pezzali è una parabola della mia dissociazione da me stesso, ma la mia generazione non c’entra. La mia generazione non esiste, e non saranno la resurrezione di Pezzali o scrivere libri su Bim Bum Bam che farà cambiare le cose. Nel mio quartiere in periferia non c’è nessuno che tiene il tempo. C’è solo un tempo che ci tiene, insieme, un po’ per caso.

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Sanremo è underground

Devo confessare che quando ho letto il nome di Federico Moccia (il romano che produce lucchetti sui ponti) tra gli autori nei titoli di testa, ho pensato anch’io che quest’anno sarebbe stata più dura del solito. E infatti: la prima serata di Sanremo è stata molto peggio del solito, così peggio da essere, naturalmente, infinitamente meglio.

L’anno scorso ci si era lasciati con la rivolta degli orchestrali che lanciavano spartiti contro il re torinese Vittorio Emanuele (Torino, come noto, è il male assoluto) e la fanfara dei carabinieri che intonava Guerre Stellari. Quest’anno la rappresentazione è andata così oltre da diventare teatro dell’assurdo, tragedia greca.

La valletta ukraina (dea della bellezza) che si spezza il collo. I due comici all’inizio (satiri) diventati tristi e del tutto incapaci di far ridere. Dioniso che entra in scena in un delirio trash di bombe e fantaguerra e tiene un monologo baccante lunghissimo, spinto dall’MD che sorseggia di tanto in tanto dal bicchiere, con tanto di nano alla David Lynch che si alza dal pubblico e delira di politica (la loggia). Poi i conduttori, i veri protagonisti. Morandi è il dio della casa, la grossa mamma antica preoccupata e benevola che ti cura il ginocchio sbucciato con le sue manone fuori prospettiva. L’altro, Papaleo, è il demonio, il male assoluto (come Torino). E’ una specie di American Psyco che guarda lascivo le cosce delle minorenni (Emma) e si vanta del suo fallo (“che tentazioni!“, “andiamo dietro le quinte che facciamo un inserimento“) con due pupille che neanche Sid Vicious. E poi questa cosa del “Sanremo tecnico”, il Sanremo Tekné, ovvero Sanremo come esaltazione della violenza. Il tutto inserito in un ritmo straziante, in un tempo che non è tempo, in un elogio della noia e della lentezza. Avvilimento lento.

Io lo so che questa mattina tutti i pennivendoli e i twitterers del mondo daranno addosso a Sanremo, citando ingaggi stratosferici che potevano finanziare scuole in India, oltraggiando Dioniso perché ha detto delle cose senza senso, esaltando la Gabanelli (dio ce ne scampi) e dicendo che Sanremo è lo specchio del Paese o che il Paese è lo specchio di Sanremo (oppure che il Paese è meglio di Sanremo) e via così con la patetica lista delle ragioni per le quali Sanremo dovrebbe chiudere.

La realtà è che Sanremo, apologia del mondo al contrario, è il miglior programma che la RAI produce. E’ il più coraggioso, il più efficace nel driblare perbenismi e rigidità di quegli ambienti da curia romana in cui la “C” si pronuncia “G”. Basterebbero i riferimenti massivi alle droghe pesanti e alla psichedelia piazzata lì, in prima serata, per convincere chiunque che Sanremo, in quanto unico, va difeso sempre, anche contro Sanremo (o volete Giletti, eh?). Perché Sanremo è speciale, perché Sanremo è una salamandra travestito da agnellino, tiene un profilo basso e ti salta al collo quando meno te lo aspetti. Perché Sanremo è underground, è psichedelia sparata nei circuiti mainstream. Perché Sanremo ti lacera dentro, ti destabilizza. Considerato che ho già delle giornate piuttosto tese, mi sa che ‘sta sera mi rilasso un po’, che c’è la Champions.

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Twittami questo

Dice: ma che succede a parolecomplicate? Dico: non so, non ho più niente da raccontare. Dice: vabbe’, non è che prima fosse ‘sta gran miniera di notizie. Dico: eh, so. Dice: mi manchi. Dico: c’è twitter!

No, ma davvero: l’avete visto twitter? Immediatezza, follower, discussioni, ashtag, followFridays. Pensieri lucidi, cristallini, situazioni. Retweet, Gerry Scotty, Saturnino, Fiorello (nel senso di Rosario), Jovanotti. Altrocché blog. I blog non esistono più. Sono morti, morti. Come le musicassette e le vhs. Come Withney Huston. Pensavo: “Parolecomplicate” occupa da sola 16 caratteri (ne rimangono 124). Troppo. Troppo lunga. Ci hanno preso per cortezza, ho pensato. Ci si estingue per amore di dettaglio. Si sparisce per amore.

L’amore. Pensavo di chiuderlo, parolecomplicate. Poi, come nelle migliori storie italiane, mi ha salvato proprio lui, il santo dell’amore, della bellezza e delle storie che durano per sempre. San Remo, patrono dell’assenza di gioventù e della lentezza, mi ha illuminato della sua noia salvifica, mi ha fatto rinsavire.

Cancellare parolecomplicate? Piuttosto le olimpiadi a Roma. Nei prossimi giorni, le pagelle.

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Della grave assenza di disapprovazione natalizia

Nessuno ha notato che quest’anno è mancato un elemento nei natali scorsi sempre presente: il Lamento del Prete. Ogni anno, al sopraggiungere del natale, un prete sale sul pulpito di varietà come il TG1 o il TG3 e, pieno di finto livore e cattive intenzioni, tuona contro il consumismo. Perché natale è la nascita del Cristo, non un’occasione per comprare l’ultimo sgabello di Philip Stark. Perché bisogna concentrarsi sull’amore di dio, a natale, non sul colore degli ultimi pigmenti Mac.

Quest’anno, invece, niente Lamento del Prete. La Chiesa tace sugli orrori della libertà economica. Questo mi destabilizza. Che sia la crisi? Che i preti temano gli strali dei loro colleghi commercianti, già messi mica tanto bene? Che sia l’Ici? Che i ghost writer dei preti siano tutti occupati a giustificare l’evasione totale degli ultimi 60 anni? Che sia il governo Monti? Con quei loden che avvolgono, giustificano e salvano tutto e tutti?

Lo shopping è un atto sessuale: è svuotato di colore, se reso libero da ogni disapprovazione.  I commercianti di Montenapoleone sono in subbuglio: gli esprimo viva solidarietà. Il mio panettone di Ranieri mi sembra un Bauli, senza senso di colpa. Privato del pensiero dell’Africa, uno regala libri di Benedetta Parodi e poi finisce a letto con un proprio parente.

Caro Babbo Natale, tu sei la nostra unica speranza. Riprepara la slitta, avvisa le renne. Rimettiti quel vestito da Gabibbo in crack e rifatti un altro giro quaggiù. Portaci un Carlo Maria Martini, furente e avvilente come ai vecchi tempi. Babbo Natale, in tempo di crisi bisogna fare sacrifici ed essere altruisti: anche se il tuo turno è andato, noi magari per la Befana ce la si fa, a sentirsi almeno un po’ stronzi.

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Non hanno tutte ragione

L’opera artistica migliore degli ultimi 30 anni è Hanno tutti ragione di Paolo Sorrentino. In un governo di veri tecnici Sorrentino sarebbe Ministro della Cultura e dell’Istruzione. Della Cultura, perché è da Sorrentino che bisognerebbe partire, oggi, per sperare nella nascita di un altro Tiepolo fra un paio di secoli. Dell’Istruzione, perché ogni parola di Hanno tutti ragione è essenziale, corretta, semplice e reale. Quello a cui dovrebbe aspirare la scuola, cioè il contrario del nostro tempo.

L’unico problema di Hanno tutti ragione è che non piace alle donne. E’ un libro maschile, per due ragioni.

La prima è la solitudine. Tony Pagoda, il protagonista del libro, è solo. Solo come un uomo. Raggiunge abissi di solitudine tragica, struggente, quasi estatica. Anche le donne possono essere sole, ma non così. Alle donne per smettere di essere sole basta alzare il telefono. L’uomo è solo sempre. Soprattutto quando alza il telefono.

L’altro motivo è che Hanno tutti ragione dice la verità. Non c’è verità senza morte. E tutto, in Tony Pagoda, è morte. Ogni suo respiro, ogni piatto di sua moglie, ogni sua canzone e ogni sua speranza  sono pura morte. E quindi pura verità. La donna è creatrice, è vita. L’uomo uccide, l’uomo muore. Con queste cose ha più confidenza.

Sorrentino non piace alle donne perché è solo e perché è vero. Una ragazza un po’ più giovane di me, per esempio, ne è rimasta delusa perché il libro “parte bene ma ha un finale un po’ debole“. Il mondo è vario. La stessa perfezione artistica che sconvolge l’uomo porta la femmina a desiderare una puntata di C.S.I. Miami.

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Dell’esame di avvocato e di altre forme di waterboarding

Assieme allo smog di Milano e alla mia solitudine, il problema più grave del Paese sono i vecchi. Non i vecchi vecchi tipo i nonni, intendo i mezzivecchi, tipo 70 anni. Quelli che sono al potere. Tanti la chiamano questione generazionale e propongono soluzioni accomodanti. Io lo chiamo disagio.

I vecchi sono un danno. Nel mio lavoro, i vecchi hanno inventato una cosa che si chiama “esame di avvocato”. Consiste nel deportare decine di migliaia di giovani all’anno in capannoni troppo freddi o troppo caldi, inondarli con senso d’impotenza e fargli scrivere tre documenti in condizioni che nella vita reale non esistono (senza il computer e senza internet, per esempio; o con donne incinta che piangono e recitano rosari; o con degli sbirri che non ti lasciano andare a pisciare).

Poi i vecchi rideportano i giovani da dove sono venuti e, sorseggiando Vermut, decidono se i documenti scritti dai giovani vanno bene o no. Dopo 7, 8, 9 mesi i vecchi comunicano ai giovani il loro giudizio spesso influenzato dal Vermut e decidono se i giovani devono ripetere la deportazione o se possono cominciare a diventare vecchi. Si inizia a diventare vecchi perdendo un’estate a studiare materie come diritto ecclesiastico e sostenendo un esame orale svolto in condizioni che nella vita reale non esistono: tutto si svolge in un’aula di tribunale e la sentenza arriva subito.

La totale assenza di bellezza, prima che di giustizia, di questo processo causa nei giovani una grave depressione, li peggiora. Dopo la deportazione e il superamento dell’orale, molti nonpiùgiovani  iniziano a sostenerne l’opportunità.

Soffocati nelle loro regimental, i nonpiùgiovani iniziano a sostenere che la deportazione sia giusta perché (i) siamo già in troppi, non c’è lavoro;  (ii) la difesa è un valore costituzionale, gli avvocati non sono commercianti.

Nonpiùgiovani che avete superato l’esame: (i) siamo già così tanti che rimarremo troppi per i prossimi 80 anni anche se da domani non diventasse avvocato più nessuno; (ii) la difesa è un valore costituzionale e noi siamo in un mercato, che è un valore costituzionale (e poi basta con ‘sta costituzione, davvero).

Nonpiùgiovani, almeno voi, ricordate i tempi della bellezza. Ricordate i tempi in cui tutto era semplicità e emozione. Aboliamo l’ordine degli avvocati. Aboliamo tutte le corporazioni. Aboliamo l’esame di avvocato, di giornalista, di architetto, di igienista dentale. Aboliamo le regimental, e facciamo decidere al mercato (soolo al mercaato) chi può fare questo lavoro e chi no.

Se non ci sono abbastanza divorzi, cambieremo lavoro. Avremo meno avvocati e più tempo per fare l’amore. Questo causerà più divorzi e rendera il mondo un posto migliore. Equilibrio karmico, dolcezza liquida. Riprendiamoci le estati e i dicembri. Se non ora, quando?

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Passione. E la forza della lucidità.

La sovranità non esiste. E’ una di quelle balle che raccontano gli internazionalisti e i positivisti agli studenti di giurisprudenza dei primi anni. La vita degli Stati è fatta di interdipendenze. Anche quella delle persone.

Io vorrei essere dominato in modo interdipendente dall’Inghilterra. Questo mi permetterebbe di avere amici che studiano alla Bicocca e non a Cambridge. Potrei andarli a trovare in metro e non con dei costosi e scomodi carri bestiame Ryanair. Permetterebbe anche di ascoltare musica italiana tipo i Beatles e i Kings of Convenience: qualsiasi premier inglese vieterebbe Ligabue e i Linea 77, contrari alla dignità della Corona. Infine, potrei vedere in prima serata serie italiane tipo i Misfits.

Le serie tv sono la moderna letteratura. I Misfits sembra scritta da Bukowski, con punte di Murakami e Stuart Mill. Racconta di quattro sottoproletari inglesi dotati di poteri da supereroe e condannati ai servizi sociali. Veri protagonisti sono due di questi. Uno senza soldi e con dei riccioli simili ai miei quando non avevo iniziato a lavorare. Un’altra è un’enorme, orrenda tamarra londinese che dice le parolacce e adora fare l’amore con gli animali. Sono alla terza serie e non è ancora stata pronunciata la parola “amore”.

Nell’Italia sovrana il ricciolino sarebbe costante bersaglio delle prediche del defunto Alberoni e la tamarra non andrebbe oltre una comparsata come donna delle pulizie. Nell’Italia interdipendente avrei degli amici a portata di tram. Ci incontreremmo, la sera, a bere scotch e a discutere dello spessore politico di Nathan e Kelly, veri baluardi del liberalismo occidentale.

Liberaci, o Regina, dagli internazionalisti e dai professori di diritto civile, da Cinecittà e da Rai Cinema. Rivelaci la dolcezza della dominazione straniera e l’orrore del nesso tra territorio e un governo che non sia il Tuo. Mostraci, con la tua infinita eleganza, la differenza tra mod e moda. E a chi non Ti segue, che Beppe Fiorello lo colga.

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Milanese, innamorarsi in metro è bellissimo

I milanesi sono tutti divisi in parti tre. La prima parte è quella dei party, dei sarty e del “che fai il week end, parti?”. La seconda parte parteggia per l’inter, vota assessori che fanno i capricci e poi dicono “non è colpa mia, sono un architetto” e comprano costosti tweed di marca a poco costosi outlet di marca. La terza parte è la seconda, ma tifa milan. Tutte e tre queste parti protestano perché Giuliano vuole mettere una tassa sul traffico.

Io odio l’ambiente. Non credo all’effetto serra, non considero un problema andare a caccia, fare e vestire pelliccie, eliminare i cani randagi pericolosi, allevare grandi quantità di animali in piccoli spazi, uccidere gli animali in genere, se per uno scopo sensato (come mangiare, vestirsi o compiere sacrifici ad Apollo).

Io odio l’ambiente, però di Milano, che è pure la mia città, odio ancora di più l’aria che sa di carburatore, l’acqua che puzza, i capelli sporchi di smog 10 minuti dopo la doccia e l’odore delle mani dopo una passeggiata in centro. E il rumore. Anche e soprattutto, di Milano non sopporto il rumore.

Giuliano, in questi giorni ho capito che non verrai mai più rieletto: il milanese non ti vota, se gli tocchi l’idrocarburo. Vai sereno, quindi. Vai e fai quello che devi fare. Quello che deve fare qualsiasi forza politica moderna e sensata. Fai piste ciclabili. Tassa gli inquinatori. Implementa il trasporto pubblico. Riduci i parcheggi. Multa chi sosta in doppia fila. Rendi la vita impossibile agli atomobilisti. E’ per questo che ti ho votato, Giuliano. Per épater e per faire moi respirer.

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Canzone dell’amore estasiato

Cara Valentina, il tempo fa il suo dovere e le cose sono molto migliorate.

Non so se hai notato, ma il criminale Alberoni non scrive più sul Corriere. Gli è scaduto il contratto e non gliel’hanno rinnovato. Niente più paternali scontate e noia liquida il lunedì mattina. Non da lui. Anche Berlusconi non c’è più, e per almeno un anno e mezzo vivremo in un Paese governato da massoni illuminati. Non avrei saputo sperare di meglio. Giuliano, poi, sta liberando Milano. Vuole mettere una supertassa sul traffico. In centro e in periferia, tra un po’ potremo portarci a pascolare le nostre caprette, prima di offrirle in sacrificio a un dio pagano qualsiasi. Proporrei Mario Balotelli.

Cara Valentina, il tempo fa il suo dovere e viviamo nel mondo migliore possibile. Hai ragione tu. Bisogna fare l’amore, procreare, sperare, arrabbiarsi, innamorarsi, rimanere innamorati, disinnamorarsi e lasciarsi estasiare dall’estesica superiore del nuovo proletariato che guarda Fox Crime. Ancora un passo, bisogna fare. Solo uno, verso la semplicità. Ora che ci sono i presupposti, creiamo assieme un mondo in cui “tecnico” significa “idraulico” e “politico” solo un brutto ricordo.

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A nanna, adesso

Saranno i vent’anni di potere incontrastato. Sarà che mi sembravano immortali. Sarà la loro sopravvalutazione continua, anche da parte mia, che da bravo cristiano amo i miei nemici allo spasmo. Saranno i danni fatti a livello internazionale. Oppure le abitudini sessuali bizzarre. O il loro odiare la libertà. Sarà quel vanto, ostentato, di costituire fattori di sottosviluppo. O quella loro abitudine a circondarsi di collaboratori furbi e impresentabili. Sarà il male, banale e geniale. Sarà la loro compagnia.

Nei giorni strani in cui Wojtyla e Berlusconi se ne sono andati, ho provato la stessa cosa: niente.

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Per un’Unione Panellenica

Ho passato più della metà delle cene della mia vita a spiegare ai miei amici perché leggo Il Foglio di Giuliano Ferrara. Non devo esserci riuscito molto. Non ho più amici e non vengo invitato a una cena da almeno 2 anni.

Coerenza e mentalità. Coerenza: vista l’assenza di cene, ho ancora più tempo per leggere Il Foglio. Mentalità: Ferrara è una persona interessante, e asseme a molte cose sbagliate dice e fa cose interessanti. E’ stato l’unico, ad esempio, a indignarsi contro la supponenza dei francesi, che non è poco. Ferrara dice anche che l’Europa ha torto.

Ferrara ha ragione. Da quasi tre giorni sono passato anch’io dall’estremismo europeista dello studente erasmus a un antieuropeismo che neanche De Gaulle. Il motivo è la Francia, ma non solo. Il motivo è quello che la Francia ha fatto alla Grecia. Al popolo greco. Che sarà anche in crisi, e quindi? Che avrà anche truccato i bilanci, ma allora? Possono dei bilanci giustificare limitazioni di sovranità del popolo che ha inventato l’occidente, i greci, a favore di un Paese in cui l’espressione più utilizzata è “o-la-la”? Basta un bilancio a legittimare le minacce razziste verso un Paese a cui dobbiamo tutto? La prima cosa quando vedo Sarkozi sorridere di scherno è forse il termine “bilancio”?

L’Europa non ha più senso. Non ne avrebbe, certo, senza la Grecia. Ma non ne ha comunque perché qualcuno ha osato pensare di lasciare indietro la Grecia, invece di liberarsi del razzismo e della supponenza dei gallici.

Nella legge di stabilità si stabilisca l’uscita dell’Italia da questa cozzaglia di burocrati senza cuore chiamata Europa. Poi si sequestri il nano d’oltralpe e lo si rechi a Capo Sounion ( Άκρον Σούνιον), appena a sud di Atene, dove Egeo si gettò nel mare dopo aver scorto, all’orizzonte, il colore scuro delle vele di Teseo di ritorno da Creta. Lì, su una rupe molto alta, sorge il tempio di Poseidone.

“Mar Sarkozì” non suona poi tanto bene, ma ci sono diversi altri vantaggi.

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