Dio strabenedica la Svezia

ikea_logoQuando ero bambino andava molto di moda ascoltare rap. A me neanche piaceva, all’inizio. Ma da bambini non si è ancora al di sopra del bene e del male, anzi: ci si è dentro fino al collo. Mi piaceva molto una bambina bionda, si chiamava Monica. A Monica non piacevo molto io. Le piaceva invece un ragazzo moro, si chiamava Bruno. Bruno ascoltava rap.

Nel tentativo di fare qualcosa che a Monica facesse piacere, mi informai riguardo al rap. Non esisteva ancora last.fm, e l’unica cosa che riuscii a cavar dal buco fu un cd di un gruppo che mi sembrava fosse perfetto per Monica: gli Articolo 31. Lessi anche l’interno del cd, magari ne avermmo parlato, io e Monica. Articolo 31 è l’articolo della Costituzione irlandese sulla libertà di espressione. Perché irlandese? Non lo so, Monica: vuoi baciarmi?

Lo portai ad una festa di capodanno. Appena lo inserii nello stereo, proprio mentre cercavo di ricordare le parole imparate con tanta fatica durante il pomeriggio, Bruno se ne uscì: “Che merda, gli articoli 31 sono commerciali”. Li aveva ascoltati anche lui, fino a due giorni prima, ne ero sicuro.  Dopo una decina di minuti Bruno entrò con Monica in bagno, e io mi misi a mangiare delle lenticchie fredde, tremende.

Oggi nel paese di millecinquecento persone dovo sono nato ha aperto il più grande punto IKEA di Europa. L’apertura di un punto IKEA è una buona notizia, sempre. L’apertura di un punto IKEA in un posto che fino ad ora era conosciuto solo per il suo casello autostradale è un miracolo di dio. Dio, che in questo caso esiste, si chiama mercato. Grazie al mercato il mio paese di millecinquecento persone, con un tasso di noi  piuttosto alto, inizierà a mettersi in viaggio. Dalla stasi al polemos, come direbbero Platone e il mio amico del milletrecentododici a.C. Non so dove porterà, questo viaggio. Ma il muoversi è già un risultato straordinario,  miracoloso, necessario.

Se ne parlava da anni, in realtà. Anni furibondi, senza atti d’amore. Anni in cui abbiamo dovuto sopportare di tutto. Anni in cui decine di Bruni, che intanto sono diventati giornalisti, hanno detto e scritto di tutto contro IKEA, contro la poesia della bellezza per tutti. Ho letto articoli in cui Bruno vaneggiava di un campo, casualmente proprio dove IKEA sarebbe nata, in cui giocava da bambino. E quel campo ameno, tra due statali piene di dolcissime automobili a 120 all’ora, non ci sarebbe stato mai più. Maledetta IKEA. Ho letto foglietti di propaganda in cui Bruno spacciava per pubblici interessi privatissimi di una manciata di ricconi venditori di mobili del circondario. Mi sono arrivati nella casella delle lettere proclami con la falce e il martello per l’uguaglianza come immobilismo del niente, contro la multinazionale degli spilungoni nordici. Contro i capelli biondi.

Oggi mi sono dovuto leggere un altro pezzo di Bruno sull’inaugurazione, in cui IKEA diventa un Non Luogo dello scandalo (cfr, Ilvo Diamanti); in cui, porci!, ben il 30% dei mobili (contro il 100% delle altre multinazionali) viene prodotto in Cina; in cui, che vergogna, si fa attenzione al cliente.

Bruno, siamo cresciuti. Bruno, tu mi nausei. Bruno, sei un ipocrita. Bruno, non è più capodanno. Bruno, a te gli Articolo 31 piacevano, lo so. Come ti piacerebbe ora il mercato. Il problema è che non sai cos’è. Che a te sta bene continuare a dire dei no ottusi. Che dietro quel “merda commerciale”, dietro a delle obiezioni ridicole nascondi la tua mancanza di entusiasmo per la vita, cosa invece felice, e per l’ironia delle possibilità. Bruno, continua pure ad odiare il mercato, tanto noi abbiamo già vinto. E appena lo capirà anche Monica, ti inviterò al matrimonio. Lenticchie per tutti.

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22 Responses to “Dio strabenedica la Svezia”

  1. insomma

    ma poveretto. si chiamava bruno.

  2. Gradisca

    Tu sei (diventato), ad ogni modo, una persona migliore. Più lucida.

    Gradisca, comunque, splende lucente.

    Buon fine settimana, caro amico

  3. Tomaz

    A Pupis non piace quest’articolo…

  4. Alberto

    Lo mando all’uffcio stampa di Ikea. Mi regaleranno un’altra Billy. Allora mi sentirò migliore meglio. Ma chi è Pupis?

  5. Quasi nuova

    Il problema credo sia che l’attenzione al cliente è un mezzo, non un fine. Perché il fine è far soldi, non fare mobili belli per tutti.

  6. Alberto

    Ma va! E io che pensavo che IKEA fosse una onlus. Questo sì, hai ragione, è un problema. I soldi, lo sterco del diavolo. Bleah, che schifo.

  7. enrico milic - bora.la

    a me quello di andrea, su bora.la, sembrava un pezzo solo moderatamente critico. in mezzo sta la virtù. no?
    ciao,
    enrico

  8. Il blogarìn Alberto Bellan: “L’apertura di un’Ikea è una buona notizia, sempre” | Bora.La

    [...] L’ottimo blogarìn Alberto Bellan risponde al pezzo di Bora.La sull’apertura di Ikea a V…: grazie al ‘dio’ mercato e al centro commerciale svedese, secondo il blogarìn nativo di Villesse, il paese in Provincia di Gorizia inizierà a ‘muoversi’. [...]

  9. Alberto

    A me, Enrico, sembrava una di quelle cose che mi piacevano tanto quando andavo nei centri sociali, da bambino. Quelle tipo “adesso vado lì, va tutto bene ma io troverò per forza qualcosa che non va”. E’ che hanno iniziato a darmi intellettualmente fastidio le lagnanze premeditate e fini a sé stesse (poi, figurati, almeno Andrea racconta: ti faccessi leggere l’articolo della via Gluck…)

  10. enrico milic - bora.la

    Non credo che sia così premeditata ma magari risponderà Andrea.

    Invece, mi trovi vicinissimo al tuo odio per il radical-chicchismo fine a sè stesso (“questo puzza di capitalismo, e allora fa schifo comunque”)… Ma intellettualmente devo darmi dei limiti anche dall’altra parte e rendermela più complicata: non è che è tutto oro quel che Ikea fa luccicar.

  11. Andrea Luchetta

    Alberto,

    ci sono delle generalizzazioni che fanno cadere le palle.
    Mi piacerebbe partecipare alla gara segaiola su chi è più radical chic, ma lo sono talmente tanto che mi tiro fuori.

    Detto questo, sì, porci. Punti di vista, magari. Per te produrre solo il 20% in Cina è lodevole, per me resta disdicevole. Se poi aggiungiamo la quota di sfruttamento di lavoro minorile in India, il fatto che comunque parte della produzione “occidentale” va in subappalto in paesi un po’ meno garantisti ecc. ecc. non c’è male. Ma sono sicuro che questi argomenti ti annoieranno.

    Scusami, nel post ci sono troppi luoghi comuni e non ho voglia di buttare via la giornata a dibattere su ‘ste stronzate. Se hai voglia, quando passi per Trieste, fai un fischio e ci vediamo. La mia mail è andrealuchetta@hotmail.it, se preferisci chiamare, chiedi il numero a Benny. Magari mi insegni ad amare la vita e l’ironia delle possibilità.

  12. Alberto

    Andrea, se fai giornalismo è normale ed auspicabile che la gente ti giudichi. Se scrivi cose solo per poterle raccontare alle assemblee circondariali di rifo, è normale (ed auspicabile) che tu venga un po’ preso per il culo. Un po’, non tanto.

    Cerco di risponderti (perché, a differenza tua, ho molto tempo libero).

    a) io non sono affatto radical, sono solo molto chic.

    b) io non credo che IKEA sfrutti i bambini, anzi. Collabora con l’UNICEF per rendere il lavoro nei paesi non occidentali diverso da come te lo figuri tu, da via San Nicolò a Trieste.

    http://www.unicef.it/flex/cm/pages/ServeBLOB.php/L/IT/IDPagina/1854

    b1) Se anche IKEA sfruttasse davvero i bambini, non credo che tu abbia mezzi per saperlo. Hai scritto questa cosa perché il senso di colpa cattolico che ci scaricano addosso ogni giorno ti porta a fare l’equazione cina e india=lavoro minorile. Io ci sono stato. Non è così. E il tuo è un pregiudizio o, come li chiami tu, un luogo comune.

    b2) Io credo che per te sia un disvalore produrre nei paesi non occidentali perché sei una persona male informata. Il fatto che là non ci sia una legislazione lavoristica di stampo italiano non significa che non possano essere garantiti dei diritti. IL tuo rifiuto della delocalizzazione in paesi non occidentali è quasi razzista. Come tutte le cose razziste, si fonda su giudizi non razionali. Su pregiudizi o, come li chiami tu, luoghi comuni.

    c) Questi argomenti non mi annoiano: io non ti sto trattando da ritardato, perché tu sì? Certo, non sono impegnato come te, ma da piccolo leggevo Asimov. Il robottino Norbi: ricordi? Anche nei miei confronti hai un sacco di pregiudizi o, come li chiami tu, di luoghi comuni.

    d) Ringrazio per la valutazione di “stronzate” sulle cose che ho scritto sopra: ci tengo molto al tuo giudizio. Anche se non mi crederai, invece, il fatto di Monica ha segnato molto la mia adolescenza. Pensi di conoscermi così bene da poter esprimere giudizi su miei dolori personali in modo così…così tranchant? Quest non sono giudizi, sono pregiudizi o, come li … etc.etc.

    e) Andrea: non si mette la mail per intero su internet! Vuoi che Al Gore ti inondi di spam sul global warming in Cina? I bambini, oltre a lavorare, hanno anche caldo laggiù.

    Magari ci si vede, sì: però intanto calmati.

  13. Basta

    Ragazzi, che litigata. Prendersi meno sul serio no, vero lucchetta?

  14. Mahurin

    Abbiamo capito ! Bellan è un’ altro dei giornalisti a libro paga di Ikea ! bravo e complimenti.

  15. Alberto

    Magari giornalista, Mahurin. E magari al soldo dell’IKEA: avrei un letto senza doghe rotte.

    PS: “un altro” senza apostrofo: è maschile.

  16. parole complicate » Blog Archive » Ex machina

    [...] definitiva chiusura del dibattito semiserio su IKEA e il mercato tra la redazione, qui, e bora.la, è intervenuto niente popo’ di meno [...]

  17. parole complicate » Blog Archive » Such a perfect day

    [...] nonostante la mia appassionata difesa, non mi hanno risposto [...]

  18. parole complicate » Blog Archive » Designami questo

    [...] Quanto non mi piace il Salone del Design. Con tutti quei marchi famosi, quegli esteti in giacca e cravatta, quei cataloghi gratis. L’unica cosa peggiore del Salone del Design è il Fuorisalone del Design. Via Tortona, il Politecnico di Milano, le istallazioni. Dio, quanto non mi piacciono le istallazioni. E poi i designers. Dio, quanto odio i designers. Quest’anno per essere un designer bisogna portare: i) capelli molto corti, un po’ anni ‘80 (anche le donne); ii) pantaloni o jeans molto stretti; iii) scarpe in pelle lucide, possibilmente a punta. Il tutto condito dal ripetersi tantrico, in ogni luogo e contesto, della frase: “sono un designer”. Tipo: “ciao, ce l’hai un accendino?”. “Sono un designer”. “Vuoi fare l’amore con me?”. “Mah, sai, sono un designer”. E’ necessario sottrarsi al patetico rito del Salone e del Fuorisalone dell’Autoesaltazione. Si stampino per cominciare delle magliette con la scritta: “Achille Castiglioni. Tutto il resto è Ikea“. [...]

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  20. parole complicate » Blog Archive » Di Ikea e dei fiori di ciliegio

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