Il duro Natale di Giuseppe il Falegname
Mettendo via le due statuine di cui mi ha fatto omaggio la nonna prima di Natale, ho ripensato ad una discussione molto accesa che qualche anno fa ho avuto con un mio caro amico sulla verginità di Maria.
Ho pensato anche a Giuseppe, protagonista ingiustamente ignorato della natività.
Ed al momento della annunciazione. Di Maria, a lui, intendo.
Dal vangelo mai scritto:
“Piccola casa in pietra bainca, tipica della palestina di allora. E’ sera. Sul tavolo in legno grezzo, siede il falegname, dopo una giornata di durissimo lavoro. Con le mani segnate dalla pialla, aspetta che gli venga servita la cena.
La giovane moglie, si avvicina, bellissima. Si sposta il ciuffo di capelli biondi, anzi, biondo scuro, lo guarda. Ma non dritto negli occhi.
-Giuseppe- dice arrossendo.
Respira profondamente. – Sono in cinta. -
L’uomo, di colpo, smette di giocherellare con le posate. La guarda, lui sì, dritto negli occhi.
-Ma come…- “Sono vecchio. Sono troppo vecchio”, pensa lui, cadendo in una malinconia che sa di sconfitta.
- Non è come pensi – sibila a denti stretti lei, chinando gli occhi – E’ stato lo spirito santo -.
- Ah, si chiamava così?-.”
Non si sa, quella sera di sabbia triste, come andò a finire.
Si sa solo che, da un certo punto in poi, di Giuseppe nei vangeli non si parla più. E vorrei ben vedere.
