Sconcerti non esiste

Per il dissolvimento degli stati nazionali. Una volta i confini venivano usati per giustificare le guerre. Francia contro Austria, Germania contro Polonia, Italia contro Trieste e avanti così. Ora che le guerre non si fanno più, l’unica giustificazione razionale dei confini sono le competizioni internazionali di calcio.

La geopolitica è ironia. Per ironia, il calcio è anche la rappresentazione teatrale che più di tutte irride la sovranità nazionale. Gli stadi sono territori sottratti alla giurisdizione italiana, ad esempio. Nelle aule di giurisprudenza si insegna che nei moderni stati occidentali il monopolio della violenza è conferito per legge allo stato. Quello che è successo a Delio Rossi dimostra che la giurisdizione italiana e la Digos non hanno nessun monopolio con riferimento alla violenza di un uomo giusto. Questo è un bene.

E’ giusto che Delio Rossi le abbia suonate a quel fighetto che gli insultava il figlio per una sostituzione (giusta, peraltro). Che questo sia avvenuto davanti o dietro le telecamente poco importa. La violenza dovuta a solitudine e tristezza è sempre giustificabile. Delio Rossi venga riconosciuto a livello internazionale come un filosofo, come un eroe della patria. A lui si dedichino statue, piazze e un blog che parla di comunicazione. Siccome la patria non esiste, Delio Rossi venga riconosciuto almeno come un uomo libero, come colui che ha portato alla perfezione un ruolo di educatore che va ben oltre quello di semplice commissario tecnico. Si ignori Sconcerti e ci si inchini all’unico esempio al mondo di commissario Tekné.

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Le velleità ci aiutano a morire

Non c’è nessun motivo per celebrare gli 883. Sono la ragione della mia preadolescenza rivelata anzitempo, della mia adolescenza passata a considerare le ragionevoli conseguenze di un suicidio veloce. Gli 883 hanno intrappolato i miei vent’anni in cassette VHS usate.

Quella prosopopea generazionale da Alberoni meno fantasioso mi ha accompagnato nel mio crescere come la paura dell’aids. Magnificare gli 883 equivale a ricordare con affetto la paura dell’aids. Io non provo affetto verso la paura dell’aids. Non mi è mai piaciuto perdermi mentre andavo a una festa o passare pomeriggi a guardare gli shorts di donne che non avrei mai potuto conoscere. Non c’è nulla di meritevole nel girare per il corso con un motorino da sfigati.

Gli 883 non sono straordinari. Non sono la voce di una generazione. Non mi fanno venire nostalgia. Non mi ricordano cose belle. La voce da pipistrello stordito di Pezzali non mi avvicina a nulla di diverso dalla morte. Quando mi capita di ascoltarlo nella sala d’attesa di un dentista non vedo l’ora di farmi impiatare un ponte. Durante l’operazione soffro in modo ragionevole. Il rumore cinico del trapano sulle mie gengive sembra un remix post-punk di Jolly Blue.

La distanza non necessaria tra gli occhi di Pezzali è una parabola della mia dissociazione da me stesso, ma la mia generazione non c’entra. La mia generazione non esiste, e non saranno la resurrezione di Pezzali o scrivere libri su Bim Bum Bam che farà cambiare le cose. Nel mio quartiere in periferia non c’è nessuno che tiene il tempo. C’è solo un tempo che ci tiene, insieme, un po’ per caso.

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Della grave assenza di disapprovazione natalizia

Nessuno ha notato che quest’anno è mancato un elemento nei natali scorsi sempre presente: il Lamento del Prete. Ogni anno, al sopraggiungere del natale, un prete sale sul pulpito di varietà come il TG1 o il TG3 e, pieno di finto livore e cattive intenzioni, tuona contro il consumismo. Perché natale è la nascita del Cristo, non un’occasione per comprare l’ultimo sgabello di Philip Stark. Perché bisogna concentrarsi sull’amore di dio, a natale, non sul colore degli ultimi pigmenti Mac.

Quest’anno, invece, niente Lamento del Prete. La Chiesa tace sugli orrori della libertà economica. Questo mi destabilizza. Che sia la crisi? Che i preti temano gli strali dei loro colleghi commercianti, già messi mica tanto bene? Che sia l’Ici? Che i ghost writer dei preti siano tutti occupati a giustificare l’evasione totale degli ultimi 60 anni? Che sia il governo Monti? Con quei loden che avvolgono, giustificano e salvano tutto e tutti?

Lo shopping è un atto sessuale: è svuotato di colore, se reso libero da ogni disapprovazione.  I commercianti di Montenapoleone sono in subbuglio: gli esprimo viva solidarietà. Il mio panettone di Ranieri mi sembra un Bauli, senza senso di colpa. Privato del pensiero dell’Africa, uno regala libri di Benedetta Parodi e poi finisce a letto con un proprio parente.

Caro Babbo Natale, tu sei la nostra unica speranza. Riprepara la slitta, avvisa le renne. Rimettiti quel vestito da Gabibbo in crack e rifatti un altro giro quaggiù. Portaci un Carlo Maria Martini, furente e avvilente come ai vecchi tempi. Babbo Natale, in tempo di crisi bisogna fare sacrifici ed essere altruisti: anche se il tuo turno è andato, noi magari per la Befana ce la si fa, a sentirsi almeno un po’ stronzi.

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Mein Mädchen ist die Autobahn #2

A me il rumore dello spazzolino da denti (così come quello delle scope, delle spazzole, delle setole dure in generale) ha sempre dato un fastidio incredibile. Il mio psichiatra, un ex giocatore di basket, sostiene sia dovuto alla mia ipersensibilità.

Questa regola ha un’eccezione: Blitzblaublau. E’ il mio spazzolino preferito, quello che parla e che scrive.

Come i due affezionati lettori rimasti ricorderanno, Blitzblaublau ha iniziato a raccontare una storia su queste pagine, qualche tempo fa. In buona sostanza, la storia riguarda l’Italia del nord-est, la professione forense e lo sperma.

Non c’è nessun modo per rompere il silenzio plurimensile che continuare con la puntata due. E’ in tedesco. Per chi non lo conoscesse, “Autobahn” vuol dire “autostrada”.

—> Leggi la Puntata 1

Fenicia liebte es, begehrt zu werden. Ihren Mann hatte sie in Vicenza getroffen, als sie gerade 18 war. Continue reading Mein Mädchen ist die Autobahn #2

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Volentieri

Devo aver conosciuto Trieste quand’ero bambino. Mio padre, che lavorava da molti anni in una società che costruisce le sue strade, me ne parlava a cena. La dipingeva con movimenti veloci della china, raccontandomi ora di quanto era bello il mare, ora di quanto erano insopportabilmente dissacranti e ciniche e libere le persone che ci stavano. Devo aver cominciato a parlarla, Trieste, sin da subito. La mamma, friulana e slovena per metà, e il papà, friulano e veneto per metà, hanno trovato come punto d’incontro linguistico un dialetto che sembra un triestino morbido, pulito delle zeta e reso più voluminoso con delle vocali aperte e musicali.

L’ho incontrata per la prima volta, Trieste, appena adulto. Scappai quasi di casa per conoscerla di nascosto. Come tutti gli incontri clandestini, fu una delle cose più belle del mondo. Di lei ricordo i colori, la luce, quell’aria strana da bomboniera demodé. Dissacrante, cinica e libera. Di lei ricordo le persone. Quelle dell’università, all’inizio. Che potrebbero starsene nella loro bomboniera a mangiare confetti e invece ti portano a casa, al carnevale, nel loro letto. Di Trieste ricordo il mio primo lavoro, il più bello di tutti. Quello che davvero me l’ha fatta conoscere, Trieste, con i suoi casini, con i suoi amori e con i suoi maestri.

Trieste è piena di maestri. Uno di questi, che come me l’aveva conosciuta più tardi, una sera mi disse che Trieste è una maledizione. Che una volta conosciuta e amata, poi lei ti segue. Che non si può lasciarla così. Che la sua magia ti rincorre come un’ombra, come una sirena, e tu non puoi fare altro che rimpiangerla. Mai cosa più vera. Perché quando uno si innamora del suo cinismo e della sua libertà, poi quella razionalità folle e anarcoide la ricerca un po’ dappertutto. Senza mai più ritrovarla, ovvio. E senza mai capire fino in fondo se ci sono davvero ragioni valide per averla persa, o per sperare di rincontrarla.

Riesco ad essere lucido in tutti miei pensieri su Trieste, a parte uno: il rapporto tra la sua magia e il suo essere tendenzialmente ferma. So solo che è per la prima che mi sono fatto innamorare e per la seconda che me ne sono andato. Nient’altro. Non so se è magica (anche) perché è immobile, o se il suo essere immobile è una causa naturale della sua magia. Pensandoci, Trieste assomiglia ad una prima fidanzata adolescente. Bellissima, senza tempo, sfacciata fino al punto da non volersi accorgere che il mondo le sta cambiando attorno. “La fidanzata” è anche il titolo che avrebbe dovuto avere il libro che Beniamino Pagliaro, persona magica e libera e preziosa, presenta domani all’Hotel Savoia, dalle 18.00. Poi il titolo si è trasformato in “Trieste, la bella addormentata”. Sul perché bella, iniziare il post da capo. Su quanto profondamente addormentata, davvero: non so cosa sperare.

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Mein Mädchen ist die Autobahn #1

Sono in crisi creativa. Da un sacco di tempo. Per fortuna viaggio molto. Faccio un sacco di cose (per esempio viaggiare) e incontro un sacco di oggetti interessanti. Uno di questi è uno spazzolino da denti. Manico blu, setole rosa e bianche. Mamma, è uno spazzolino parlante! Oltre a parlare, scrive. In tedesco. Io non lo parlo, il tedesco, ma mi piacciono i suoni. Blitzblitzblau (si chiama così, lo spazzolino) si è così offerto di darmi una mano a ritrovare la vena artistica, perduta da almeno tre anni in qualche posto in Cina. Mi aiuterà scrivendo delle storie. Erotiche. In tedesco. Che verranno pubblicate a puntate su parolecomplicate.

“Autobahn” significa “autostrada”, credo.

“Alberto.” Fenicia fuhr ihm durch die blonden Locken. Das Laken war halb von seinem Körper geglitten, und er schlief fest. Nur seine regelmäßigen Atemzüge waren zu hören. Continue reading Mein Mädchen ist die Autobahn #1

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Situazioni, cose

Bin Laden non è morto. Non più di quanto lo sia Paul Mc Cartney, almeno. Quindi sì: è morto. Il polacco amico di Pinochet non è mai stato fatto santo e nemmeno beato. Al limite una pacca sulla spalla. Il Milan non ha vinto lo scudetto, anzi. Se fosse successo, la mia Barbara avrebbe festeggiato con quello lì. L’avrebbe anche baciato, magari. Ma per fortuna no. Con un uno-due Cavani/Dossena (il colosso di Lodi)  il Napoli ha preso 7 punti nell’ultima partita e adesso è davanti. Vediamo domenica. A Londra si inizia ad uscire la sera. Si dice di un po’ di movimenti, a palazzo, ma niente di che. Le elezioni vanno abbastanza bene: un confronto politico franco e sereno. Sui problemi. Del Paese reale.

Sarei morto dalla noia, negli ultimi 15 giorni, se la siura non avesse detto all’altro che da giovane aveva rubato un’auto. E invece per fortuna l’ha fatto. E quindi polemiche. Tritacarne mediatico. Macchina del fango. Esclusiva: la macchina era della siura. Nessuno ha capito che il problema non è tanto il furto, ma quello che è successo dopo. Che cioè invece di rimanere con la siura, con l’auto rubata lui se n’è andato all’idroscalo per trovare un altro suo amore. La stagione del suo amore. Che non era neanche (più) la primavera. Peccato.

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Perdere Barbara

Barbara, che cosa hai fatto. Che cosa hai fatto a questo cuore, che a te aspettava. Tu che sei amore purissimo, libertà e critica, tu che sei sole e vento, soffio di vita eterna. Barbara, che cosa hai fatto.

Volevo essere un calciatore. Che si aggiusta e si prepara, di bellezza non comune. Volevo esserlo per te, per raccogliere un tuo sguardo. Anche se poi non succede, mi dicevo, Barbara capirà. Perché tu sei amore purissimo, perché sei tutte quelle cose che ho scritto nelle righe prima. Non sei mica una di quelle lì di tuo padre, tu, di quelle che si mettono con i calciatori.

E invece, Barbara, che cos’hai fatto.

Quando ti ho visto la prima volta con quello, ho pensato al solito tritacarne mediatico. Alla macchina del fango. Alla struttura delta. Alla P2. Alla sinistra. Quando ti ci ho rivisto, ho pensato ad uno sbaglio. Ieri durante il derby, però, ho visto i tuoi occhi quando lui ha segnato. Eri felice, scossa. Forse anche un po’ innamorata. Perché? Lui è davvero il peggiore, Barbara. Sia in italiano che in brasiliano sa dire solo 3 frasi, imparate a memoria quando aveva 12 anni: “Devo dire bene“; “Siamo una squadra di grandi campioni“; “Gioco dove mi dice il mister“. Poi a calcio ci sa fare, d’accordo, ma ci mancherebbe pure che no. Ma pensa, Barbara, che vita di noia ti aspetta, con uno così. Che se ti va bene ti parla della nostalgia per il ruolo del libero a pranzo, e del rapporto tra fantasia e povertà in Brasile a cena. Pensa ai tuoi figli, o almeno ai tuoi capelli. Pensa alla tua vecchiaia, quando avrai dimenticato Kant e Nietzsche. Quando al mattino gli chiederai come ha dormito, e lui risponderà “Devo dire bene“.

Barbara, questa volta sei ancora in tempo. Tu che sei purezza, amore, situazioni: non aspettare come con l’altro. Molla tutto e vieni a stare da me. Ho un bilocale luminoso, con un divano verde. Mi studierò tutto Kant e Nietzsche da capo. Ti difenderò da tutte le macchine del fango del mondo. Non ti esporrò al ridicolo di un gesto del cuore di fronte a 80.000 persone. Conosco almeno 30 frasi diverse da dire alle cene e per te mi comprerò delle scarpe nuove. Ma soprattutto: ti amo, Barbara. E da giovane come difensore centrale non ero affatto male.

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Devo dire bene

Io sono uno preso bene. Sono un ottimista, io. Oggi ho parlato con un tassista disperato. Era rabbioso, astioso e diceva le parolacce perché davanti al tribunale c’erano delle persone che esprimevano solidarietà a Berlusconi. Siccome io sono uno preso bene, gli ho fatto notare che rispetto ai tempi cupi del family day si sta meglio ora, che si sta peggio.

Io sto abbastanza bene, grazie. Perché mi piace l’idea che quelli che vanno a mangiare le ostie la domenica si trovino a dover giustificare del sesso anale tra un vecchio e delle puttane. Io adoro pensare che una come Sara Tommasi (che io trovo fantastica) possa minacciare Berlusconi. Ritrovo la pace interiore a vedere Giuliano Ferrara, che vuole insegnarci come vivere e come morire, organizzare delle manifestazioni contro il puritanesimo. Come nel ’94. Quando diceva che il casco non può essere obbligatorio perché ognuno ha diritto a impennare col Ciao come meglio crede. Come nel ’94.

Davvero: devo dire bene. Fossi un politico di qualsiasi schieramento sfrutterei il momento. Proporrei un disegno di legge per riaprire le case chiuse, ad esempio. Legalizzerei i baci tra professoresse e studenti. Imporrei le gonne corte per le suore. Dichiarerei l’omosessualità e l’eterosessualità esibibile nei modi più espliciti. Quello sì, sarebbe un passo avanti verso un approccio più naturale all’amplesso. Quella sì, sarebbe una riforma vera. Un atto responsabile e lungimirante. Facendo l’amore di più sarebbero tutti meno nervosi. E io prendendo un taxi al mattino mi sentirei dire: – Ma ha visto che bella quella ragazza con lo striscione, dottore? Come fa uno a non innamorarsi, in una giornata così?

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Dimenticare il biglietto del 15

Pensavo proprio ieri che non c’è argomento più adatto del lavoro per utilizzare l’espressione “la mia generazione”. La mia generazione non se ne intende molto di Fiat, ma ne parla. Non se ne intende molto perché, ad esempio, sulla Fiat discutono confindustria e sindacati. E la mia generazione è fatta di persone che non sono iscritti a nessun sindacato e non possiedono aziende. La mia generazione ha avuto molte possibilità educative, sfruttate così così. Ora però non ha molte possibilità lavorative, così siam pari. La mia generazione non sa cosa sia un contratto nazionale di lavoro. La mia generazione non sa cosa significhi “nazionale”. Io non ho mai avuto un contratto. Molti della mia generazione non sanno di lavoro in generale . Non quello dell’operaio, almeno. Che sarà pure stabile, ma: facciam cambio? La mia generazione non conosce straordinari, nel senso di pagati, non è protetta dalla cassa integraziona, non avrà mai una pensione. Che magari l’operaio sì. Ma: facciam cambio? La mia generazione è forse pronta per pensare al lavoro senza la lotta di classe. Perché la mia generazione non è più un noi, è un io più altri io. La mia amica americana dice che questo è un male. La mia generazione ha perso, forse. Ma forse no.

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Kafka sulla soccia

Il 2011 si sta caratterizzando per il fatto di essere entrati in un libro di Haruki Murakami. Come molti di voi ricorderanno, nelle sue storie accade spesso che molti animali muoiono senza motivo. Nei primi giorni dell’anno, questo è successo a Baton Rouge, capitale della Lousiana, nel Kentucky, in una cittadina della Svezia e, immancabile, a Faenza.

Solitamente si tratta di merli, che decedono in centinaia per emoraggie interne e cadono dal cielo come se piovesse. In alcuni casi, però, sono morti anche tutti i pesci martello di un fiume. Solo i pesci martello, però: gli altri stanno piuttosto bene.

Haruki Murakami è uno scrittore giapponese molto bravo e sta dando una dimensione inconsueta a questo 2011. Essendo giapponese, però, non esiste. Ciò considerato, in questo inizio 2011 non mi sembra sia successo nulla di nuovo e io, piuttosto di scrivere questo post, avrei fatto meglio a farmi un tè.

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Che ci tocca fare

Tra Berlusconi che bestemmia e il Vaticano che si indigna, io sto con Berlusconi, uomo con considerevoli difetti ma che bigotto non è mai stato.

Luca Sofri

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Bomb Libya

C’è un unica soluzione per riparare l’onta dei cavalli, delle amazzoni, delle 200 figlie italiche sacrificate sull’altare dell’Eni e dell’islamofascismo, delle mitragliate alle flotte di impavidi guerrieri del pesce. C’è un unico modo per riacquistare l’onore, la gloria e storia. Un’ultima possibilità per ristabilire l’Impero.

Bombardiamo la Libia.

Ora, adesso. L’America è entrata nella seconda guerra mondiale per molto meno. La Russa inizi a fabbricare prove false di armi di distruzione di massa libiche. A scuola si indottrinino i bambini sul principio di necessità, sull’occidente e sul fatto che tutte le religioni sono dannose (se esce il discorso del cristianesimo, si lasci cadere la cosa). Caressa registri spot patriottici. B si compri degli stivali in pelle. Si richiamino le leve dei ’60. Perché la guerra è bella. Perché la guerra è veloce, Andiamo, vediamo, vinciamo. Se va male, alla peggio, scarichiamo dalle tasse.

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C’est clair

Il Post intervista Christian Rocca, che ha scritto un libro con Noah Richler, che è il figlio di Mordecai (Richler), che ha scritto Barney’s Version, che è diventato famoso in Italia grazie al Foglio, che è diretto da Ferrara e con cui collaborava anche Sofri, che è amico di Christian Rocca e che dirige Il Post. Su cui, però, mi sembra che Noah Richler non abbia mai scritto.

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Maledetta primavera

Visto che lo fanno tutti, salgo in cattedra anch’io. Ecco, salito. Allora, questo Paese ha un grosso problema: è del tutto all’oscuro del principio elementare per cui i talenti, che per definizione sono giovani, vanno curati, coltivati e un po’ ben voluti. Prendiamo ad esempio Berlusconi. Berlusconi è lassù da 15 anni e non ha fatto una cosa una per curare, coltivare e voler un po’ di bene ai talenti (giovani). Invertire il trend assassino del disinteresse per la scuola pubblica, ad esempio. Continuare sulle sue originarie tre “i”, almeno, che all’inizio degli anni ’90 non erano neanche una cattiva idea. Invece niente. Un altro esempio è Balotelli. Balotelli è il più grande talento che il calcio italiano abbia conosciuto dai tempi di Roberto Baggio. E’ un po’ mona, sì: ma è perché è giovane, essendo un talento. Balotelli non è stato convocato in nazionale perché non rientrava nel portfolio di giocatori del figlio del nostro commissario tecnico. Non veniva fatto giocare all’Inter perché è un po’ mona (ma è perché è giovane, essendo un talento). Si dice abbia pianto spesso. Naturale epilogo della faccenda, oggi è stato trasferito in Inghilterra, dove ai talenti vogliono bene. Molto, anche. Io non sono un talento, se non altro perché non sono giovane. Un mio amico che invece lo è mi faceva notare che, in fin dei conti, è pur sempre una questione di premier.

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Qualche assassinio senza pretese

Il mio paese natale è famoso per tre cose: l’Ikea, il recente omicidio di due puttane, e me. Al mio paese natale sono tutte brave persone, solo che per resistere ai mutamenti linguistici bisogna essere eroi, e non si può chiedere a tutti di essere eroi. “Ikea”, ad esempio, ha troppe vocali, e al mio paese natale l’hanno sempre chiamato “centro commerciale”. Le due ragazze massacrate con una balestra nel mio paese natale hanno iniziato a chiamarle “escort”, come fanno i giornalisti. Al mio paese natale (ma anche da altre parti) non usano i termini “puttane” o “prostitute” un po’ per rispetto e un po’ per non dar fastidio ai bambini a cena. Quanto a me, rappresento l’unica costante e tutti continuano a chiamarmi “hei!”.

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Quarto mondo (noi)

In tutta la storia della tempesta tipo dayaftertomorrow che ha colpito il Guatemala aprendo una misteriosa voragine che scende verso il centro della terra per centinaia di metri, la notizia più incredibile è che il Governo del Guatemala ha una pagina Flicr.

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La coerenza è un disvalore

Il relativismo consiste nella libertà di giudicare le idee e non le persone, riservandosi il lusso di decidere caso per caso. Il fascismo è il tifo a prescindere, il negare i sogni. Di fronte ad una persona molto amata o molto odiata che dice una cosa x, il fascista dice “la amo” oppure “la odio”, mentre il relativista dice “mah, vediamo: che ha detto?”. Una società di relativisti è una società libera. Una società di fascisti si fonda sulla malinconia dei vincoli.  Se ad esempio dei poliziotti entrano in un posto dove la gente dorme dopo una manifestazione molto stancante e massacrano di botte decine di persone il fascista dice “abbiamo fiducia nelle forze dell’ordine”, il relativista dice “davvero?”, e poi piange. Se, sempre ad esempio, c’è un estremista cattolico con un passato torbido ed un’arroganza ai limiti dell’umano che fa il miglior giornale d’Italia il fascista dice “figurati se leggo il Foglio”, mentre il relativista dice “figurati se non leggo il Foglio”. Se c’è una legge in discussione in Parlamento che limita la possibilità di sentire e pubblicare le mie telefonate erotiche con la lattaia il fascista abusa del termine libertà utilizzandolo in frasi del tipo “voglio la libertà di essere informato”, mentre il relativista chiude gli occhi e pensa intensamente alle trecce bionde della lattaia.

Il reato di lesa maestà caratterizza fortemente le società fasciste. E’ un fenomeno molto diffuso che consiste nel dare addosso a chi si schioda dal gruppo, appoggiando a priori gli incoscienti che rinunciano al diritto/dovere di giudicare i fatti in quanto fatti e seguono acriticamente il Giornale o Repubblica. La redazione di questo blog si è sempre impegnata su una linea (non dico equidistante ma almeno) dubitativa su quasi tutto. Una sola eccezione: le cipolle. Le cipolle sono il male assoluto, sono la morte fatta ortaggio. L’esercizio democratico, però, ci migliora di giorno in giorno e proprio ieri pensavo che lo scalogno, così delicato, non è niente male.

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Puntini sulle j

Sia chiaro: se la Roma vince il campionato quest’anno il merito non è di Ranieri, ma di Jeremy Menez e del suo guardare il cielo.

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Di iPad e del principio di utilità

Ho un iPad. A 32 giga, anche. Me lo sono fatto acquistare da un amico che è andato a New York (ufficialmente) in vacanza (ma in realtà) per acquistare iPad.

L’oggetto in sé è di una bellezza disarmante. Pesa poco (500 kg) e ha una batteria che mi dicono duri tantissimo. Lo schermo è molto piatto e liscio. Il retro è argentato. Ho anche una bellissima custodia nera, la cui cover anteriore si piega e, incastrandosi con la cover posteriore, crea un piano inclinato che permette di usare iPad in luoghi diversi dal divano o dalle poltrone. 

Avere un iPad è una bella esperienza, soprattutto dal punto di vista interpersonale. Tutti ne hanno parlato per mesi, tutti ne parleranno ancora per anni. In treno ho tirato apposta fuori iPad dallo zaino: la ragazza accanto a me (riccioli biondi, occhi verdi, originaria del veneto orientale) mi ha rivolto molte attenzioni e ora siamo fidanzati. A lavoro ho sfoggiato apposta iPad: mi hanno promosso in una posizione così apicale che ora non ho più prospettive di crescita e sto pensando di andare a cercare fortuna in America. Alle cene non faccio che parlare di iPad. Questo tema, di cui discorro con molta umiltà, mi fa sembrare una persona colta e attenta; un cittadino del mondo, come direbbero i marinai del traghetto Bari-Patrasso (60 euro in tutto, andata e ritorno).

Questo quadro generale, piuttosto positivo, si scontra con l’assenza di amore del nostro tempo, con la domanda con cui tutti mi ossessionano: “ma a che cosa serve?”. Esiste in commercio un Manuale di Conversazione che insegna come schivare questi fiotti di veleno. Secondo questo manuale bisognerebbe rispondere: i) è una specie di computer portatile: ci si naviga in internet e si ascolta musica; ii) serve a leggere libri on line; iii) serve per il porno, ché su iPhone è troppo faticoso.

Io non uso nessuna di queste risposte. Io non ho idea di a che cosa serva iPad. Il mio Mac è troppo vecchio (OS X 10.4) e iPad, giovane com’è, non lo ritiene compatibile con sé stesso. Non potendo in alcun modo farlo funzionare, ne apprezzo la bellezza in modo puro e totale. Con iPad ho un rapporto di amore preadolescenziale, incondizionato ed estatico. Non mi interessa se non legge i filmati in flash; trovo inessenziale la presenza di una cam; credo che le ditate di pollo fritto sullo schermo inerme abbiano un che di erotico.

Da quando ho iPad mi sento migliore. iPad mi ha liberato dall’ossessione dell’utilità. Lo porto con me ovunque, spento, tranquillo, come un pensiero. Quando la mia istruttrice di nuoto mi ha chiesto a che cosa serve, io ho sentito il profumo di primavera e ci siamo baciati. Lei mi ha lasciato dei segni di rossetto viola sulle labbra e lo schermo di iPad è divinamente riflettente. Dopo essermici specchiato ho pensato di non togliermeli mai più.

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