Non hanno tutte ragione

L’opera artistica migliore degli ultimi 30 anni è Hanno tutti ragione di Paolo Sorrentino. In un governo di veri tecnici Sorrentino sarebbe Ministro della Cultura e dell’Istruzione. Della Cultura, perché è da Sorrentino che bisognerebbe partire, oggi, per sperare nella nascita di un altro Tiepolo fra un paio di secoli. Dell’Istruzione, perché ogni parola di Hanno tutti ragione è essenziale, corretta, semplice e reale. Quello a cui dovrebbe aspirare la scuola, cioè il contrario del nostro tempo.

L’unico problema di Hanno tutti ragione è che non piace alle donne. E’ un libro maschile, per due ragioni.

La prima è la solitudine. Tony Pagoda, il protagonista del libro, è solo. Solo come un uomo. Raggiunge abissi di solitudine tragica, struggente, quasi estatica. Anche le donne possono essere sole, ma non così. Alle donne per smettere di essere sole basta alzare il telefono. L’uomo è solo sempre. Soprattutto quando alza il telefono.

L’altro motivo è che Hanno tutti ragione dice la verità. Non c’è verità senza morte. E tutto, in Tony Pagoda, è morte. Ogni suo respiro, ogni piatto di sua moglie, ogni sua canzone e ogni sua speranza  sono pura morte. E quindi pura verità. La donna è creatrice, è vita. L’uomo uccide, l’uomo muore. Con queste cose ha più confidenza.

Sorrentino non piace alle donne perché è solo e perché è vero. Una ragazza un po’ più giovane di me, per esempio, ne è rimasta delusa perché il libro “parte bene ma ha un finale un po’ debole“. Il mondo è vario. La stessa perfezione artistica che sconvolge l’uomo porta la femmina a desiderare una puntata di C.S.I. Miami.

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Mein Mädchen ist die Autobahn #2

A me il rumore dello spazzolino da denti (così come quello delle scope, delle spazzole, delle setole dure in generale) ha sempre dato un fastidio incredibile. Il mio psichiatra, un ex giocatore di basket, sostiene sia dovuto alla mia ipersensibilità.

Questa regola ha un’eccezione: Blitzblaublau. E’ il mio spazzolino preferito, quello che parla e che scrive.

Come i due affezionati lettori rimasti ricorderanno, Blitzblaublau ha iniziato a raccontare una storia su queste pagine, qualche tempo fa. In buona sostanza, la storia riguarda l’Italia del nord-est, la professione forense e lo sperma.

Non c’è nessun modo per rompere il silenzio plurimensile che continuare con la puntata due. E’ in tedesco. Per chi non lo conoscesse, “Autobahn” vuol dire “autostrada”.

—> Leggi la Puntata 1

Fenicia liebte es, begehrt zu werden. Ihren Mann hatte sie in Vicenza getroffen, als sie gerade 18 war. Continue reading Mein Mädchen ist die Autobahn #2

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Mein Mädchen ist die Autobahn #1

Sono in crisi creativa. Da un sacco di tempo. Per fortuna viaggio molto. Faccio un sacco di cose (per esempio viaggiare) e incontro un sacco di oggetti interessanti. Uno di questi è uno spazzolino da denti. Manico blu, setole rosa e bianche. Mamma, è uno spazzolino parlante! Oltre a parlare, scrive. In tedesco. Io non lo parlo, il tedesco, ma mi piacciono i suoni. Blitzblitzblau (si chiama così, lo spazzolino) si è così offerto di darmi una mano a ritrovare la vena artistica, perduta da almeno tre anni in qualche posto in Cina. Mi aiuterà scrivendo delle storie. Erotiche. In tedesco. Che verranno pubblicate a puntate su parolecomplicate.

“Autobahn” significa “autostrada”, credo.

“Alberto.” Fenicia fuhr ihm durch die blonden Locken. Das Laken war halb von seinem Körper geglitten, und er schlief fest. Nur seine regelmäßigen Atemzüge waren zu hören. Continue reading Mein Mädchen ist die Autobahn #1

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Riaccendere le luci

Non è facile per uno straniero avere un rapporto non drammatico con Milano. Io, ad esempio, ho un rapporto abbastanza drammatico con Milano.  Non è facile per un liberale avere un rapporto non drammatico con la sinistra. Io, ad esempio, ho un rapporto abbastanza drammatico con la sinistra, ma peggio con la destra.

Questi due problemi sono stati risolti ieri da Giuliano Liberamilano Pisapia, che in un’intervista commovente sul Post parla dei dieci luoghi di Milano a cui lui è affezionato. Lo spirito è il contrario del decalogo di Saviamo. Perché Giuliano è una persona buona. E’ popolare. E’ dolcissimo. Ha visione di insieme. Perché quando lui sorride sembra mio padre, con quegli occhi pieni di umiltà e comprensione. Come mio padre, poi, lui mi dà un sacco di speranza: la lista dei 10 posti di Milano a cui sono affezionato, oggi, si ferma al Frizzi & Lazzi.

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Très bien ensemble

Da un paio di settimane frequento una ragazza molto di classe. Si chiama Michelle. Non è francese, ma sua madre sì. Scuola internazionale da bambina, esperienze all’estero da adolescente, capelli castani un po’ riccioli da grande. La nostra storia si caratterizza per il fatto che lei mi insegna molte cose e io sto ad ascoltare. A volte estasiato, a volte anche. Amo in particolar modo quando Michelle mi parla di musica. Ha una conoscenza sterminata. Dal folk alla cantautoriale, dalla musica popolare sudamericana alla classica post-mozartiana. In particolare, a Michelle piace la musica ricercata. A Michelle piace andare per bancarelle, alle fiere del disco, a Michelle piace trovare degli autori rari. Per poi potermene parlare, per poterne discutere mentre sorseggiamo dell’acqua tonica (io) e del martini dry (lei) sul mio divano verde. Ieri sera prima di fare l’amore, ad esempio, ha tirato fuori dalla sua borsa nera un vinile sgualcito. E’ scivolata accanto al giradischi e ha l’ha messo su. Jazz.

Il jazz fa morire le piante. Me l’ha detto un mio maestro, e studi clinici confermano che il jazz, qualsiasi tipo di jazz, causa il blocco immediato del ciclo cloroffilliano e porta geranei, ortensie e ciclamini a morte certa nel giro di 36/48 ore. Io a casa mia non ho molte piante, ma una sì. Si chiama Camilla e non voglio che muoia. Per questo motivo mi sono molto allarmato e sono corso ad afferrare Camilla per portarla in un’altra stanza. Michelle, che stava regolando bassi e alti sul giradischi mi dice, con quella voce che sembra un canto: “Ti piace, amore? E’ June Kuramoto, uno dei migliori jazzisti giapponesi”.

L’altra sera  (non capita spesso) ero seduto sul mio divano verde con Michelle, una ragazza molto dolce, un po’ francese e un po’ no. Sorseggiavamo dell’acqua tonica (io) e del martini dry (lei). Prima di fare l’amore lei si alza, e tira fuori dalla sua borsa nera un vinile sgualcito. Scivola accanto al giradischi e lo fa partire, ma non si sente niente.

- Cos’ha il tuo giradischi?

- Non lo so Michelle, saranno le testine.

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Eurovision complicato#3

Nonostante la redazione, qui, stesse con Lena (Germania, una delle donne più belle di sempre, che già aveva vinto lo scorso anno), molto bene il secondo posto di Gualazzi, ieri. Bella la canzone. Ottima la pronuncia in inglese. Educato, emozionato, composto ma coinvolgente. Voce a metà tra Frank Sinatra e Adam Levine. Ci fosse stato Baudo a presentarlo come si deve, avrebbe vinto.

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Eurovision complicato#2

Riceviamo dal nostro inviato a Dortmund. E, volentieri, pubblichiamo.

I video sono abbastanza interessanti. Dino Merlin (Bosnia Herzegovina) è l’ispiratore ufficiale del video di Formigoni; la Repubblica di Skopje (la Macedonia non è uno stato, ma una regione greca) ha decisamente il testo più orecchiabile (ni kakaljin, ni kamalja ma nisto ne ja razbiram è già sulla bocca di tutti) il Belarus ha puntato tutto su un patriottismo mieloso al neon, noi sulle tette della Bellucci (che è un po’ lo stesso).

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Eurovision complicato#1

Una sera di primavera nella Lorena francese culla della nostra Europa, sono stato a iniziato a uno dei fondamenti dell’Unione da due amici, uno rumeno e una francese (di quest’ultima ero innamorato). Il fondamento in questione si chiama Eurovision, una competizione canora tra Stati, una specie di Giochi Senza Frontiere della musica. Funziona così: uno Stato, dopo consultazioni che coinvolgono i massimi livelli (i ministeri degli esteri, della cultura e dei temporali) sceglie un campione e una canzone da mandare a duello. Il duello, nella nostra epoca di non violenza, si svolge su un palco: al posto dello scudo un microfono, una canzone per alabarda. Eurovision coinvolge ogni anno milioni di europei entusiasti. Milioni di milioni in tutti i Paesi. A parte, fino a quest’anno l’Italia.

Questa sera, dopo quasi quindici anni, l’Italia si ripresenta ad Eurovision (ore 20.50, raidue). E’ una notizia straordinaria, europea. I giornali non ne parlano troppo perché occupati con questa cosa del voto. Continuiamo ad avere una visione distorta delle priorità.

Il motivi per cui l’Italia non ha partecipato in tutti questi anni sembrano essere due. Alcuni dicono che l’assenza italiana coincida con il periodo di potere leghista. Può essere vero. Uno come Van der Sfroos a Eurovision non sarebbe ammesso: lì si canta in lingua, come dice mia nonna. E sono vietate le sciarpe in generale, e quelle a righe in particolare (art. 3, comma 4-bis del Regolamento). Il secondo motivo riguarda San Remo. Che senso ha, sostenne a suo tempo Togliatti, partecipare a qualcosa che si ispira a San Remo, se abbiamo già San Remo? La questione è controversa. Perché se da un lato noi qui si ama l’Europa e tutto quello che include la radice “Euro”, dall’altro l’obiezione di Togliatti, senza volerlo, coglie nel segno. E’ una questione di rispetto del sacro. Sono sempre stato contrario alle continuazioni di Pippo Baudo con altri mezzi.

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Beato lui

Come si fa a non farsi prendere bene. A non mettere per un attimo da parte il proprio cinismo laico – anzi, laicista – e farsi coinvolgere dalle celebrazioni per una delle personalità più importanti della mia generazione. Saranno le ore e ore di diretta televisiva. Gli sguardi delle persone commosse, le mani che si stringono in preghiera, saranno i colori della piazza. Saranno i gadget di ogni genere, l’emozione indotta dai politici riverenti che ne discutono alla radio. Sarà la fede in un’istituzione che prima di tutto significa amore e che la mia inarrestabile deriva a destra mi porta ad aggrapparmi ogni giorno di più alle tradizioni e alle istituzioni. Fatto sta che io qui  canto la sconfitta della mia diffidenza. Beato subito, Will. Bella da piangere, Kate. E che talento, la sorella.

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Il più grande talento della storia della musica contemporanea

Saviano è da un po’ che fa cose di dubbio gusto. L’ultima è quella lista, quella con le 10 cose per cui varrebbe la pena vivere. Le sue prime 3 sono una mozzarella, una canzone per depressi e portare la propria ragazza su una tomba. Saviano è stato molto attaccato, per quella lista. Perché è noiosa, snob, moralista e un po’ tamarra. Tutto vero, ma Saviano ha una scusante: quando ha scritto quell’articolo, Michael Collings non aveva ancora cantato in tv.

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Ha ragione la Gabanelli

Dopo questo video di Formigoni, ritiro tutto quello che ho detto qui sotto sulla libertà di espressione in internet.

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Cose che ti fanno diventare di destra

Il meccanismo è più o meno questo. Ci sono tante cose che non conosciamo. Siamo geneticamente portati a pensar male. La domenica sera siamo stanchi e depressi. Verso quell’ora arriva la Gabanelli e ci racconta quello che ci vogliamo sentir dire sulle cose che non conosciamo ma sulle quali ci sembra cosa buona e giusta pensar male. I politici sono tutti corrotti, ad esempio. Tra un po’ non avermo più acqua perché il governo la vende alle multinazionali. Non mangiate più sushi perché è contaminato dalle mafie e rovina l’ambiente. Tutti i soldi pubblici sono sprecati, a parte quelli che danno a Report per le cause contro chi settimanalmente sputtanano.

Il lunedì, poi, andiamo a lavorare. Abbiamo visto tutti report. Ci guardiamo sconsolati, squotiamo la testa. Solo in Italia.

Ieri è successo che Report ha fatto una puntata su internet. Su Google, su Facebook, su Youtube. Era domenica, e io ero stanco e depresso. A differenza delle altre domeniche, però, la Gabanelli ha parlato di cose che un po’ conosco.

Il riassunto della puntata di ieri è: tutti gli internet service provider sono degli squali assetati di sangue, soldi  e dati personali; le sentenze che impongono a Google di monitorare i video prima che vengano messi in internet non sono censura (“è stata raccontata male”, ha detto ad un certo punto la Gabanelli della sentenza Vividown), ma ci tutelano dalle multinazionali; iscriversi a facebook equivale a mettersi a fare l’amore in piazza duomo mentre qualcuno fa pagare dei guardoni per sbirciare; internet è il nuovo sterco del diavolo, baby: continuate a guardare la tv, che invece fa bene.

Mentre la guardavo, non ci potevo credere. Non per la Gabanelli, intendo, ma per me. Che mi fidavo. Che li pensavo davvero liberi. Che pensavo studiassero, prima di raccontare qualcosa.

Questa mattina sono andato a lavorare. Negli occhi dei miei colleghi c’era una luce nuova. Anche nei miei. Abbiamo parlato di politica con una certa fiducia. Abbiamo bevuto l’acqua del sindaco auspicando che la Nestlé se ne occupi presto, riducendo il cloro e facendola al gusto di cioccolato. A pranzo andremo a mangiare sushi dai nostri amici giapponesi, che poi sono cinesi, senza nessuna remora da fascisti di sinistra. Domenica prossima ho prenotato un tavolo nel ristorante più costoso di Milano. Non ho idea di come pagarlo e si mangia malissimo. Arrivato a casa, però, posterò le foto dell’astice in guazzetto su facebook. Tutti i miei amici le guarderanno e Zuckerberg farà un sacco di soldi sui fatti miei. Caro Mark, io ti imploro: considerato che non ti cambi vestiti da almeno 5 anni, un 7 mila euro spendili per far causa alla Gabanelli. Tutelalo tu, questo nostro tempo bello e pieno di possibilità. Liberaci dai pregiudizi e dall’ignoranza. Fai tornare il sorriso ai miei lunedì. Conosco degli ottimi avvocati.

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Perdere Barbara

Barbara, che cosa hai fatto. Che cosa hai fatto a questo cuore, che a te aspettava. Tu che sei amore purissimo, libertà e critica, tu che sei sole e vento, soffio di vita eterna. Barbara, che cosa hai fatto.

Volevo essere un calciatore. Che si aggiusta e si prepara, di bellezza non comune. Volevo esserlo per te, per raccogliere un tuo sguardo. Anche se poi non succede, mi dicevo, Barbara capirà. Perché tu sei amore purissimo, perché sei tutte quelle cose che ho scritto nelle righe prima. Non sei mica una di quelle lì di tuo padre, tu, di quelle che si mettono con i calciatori.

E invece, Barbara, che cos’hai fatto.

Quando ti ho visto la prima volta con quello, ho pensato al solito tritacarne mediatico. Alla macchina del fango. Alla struttura delta. Alla P2. Alla sinistra. Quando ti ci ho rivisto, ho pensato ad uno sbaglio. Ieri durante il derby, però, ho visto i tuoi occhi quando lui ha segnato. Eri felice, scossa. Forse anche un po’ innamorata. Perché? Lui è davvero il peggiore, Barbara. Sia in italiano che in brasiliano sa dire solo 3 frasi, imparate a memoria quando aveva 12 anni: “Devo dire bene“; “Siamo una squadra di grandi campioni“; “Gioco dove mi dice il mister“. Poi a calcio ci sa fare, d’accordo, ma ci mancherebbe pure che no. Ma pensa, Barbara, che vita di noia ti aspetta, con uno così. Che se ti va bene ti parla della nostalgia per il ruolo del libero a pranzo, e del rapporto tra fantasia e povertà in Brasile a cena. Pensa ai tuoi figli, o almeno ai tuoi capelli. Pensa alla tua vecchiaia, quando avrai dimenticato Kant e Nietzsche. Quando al mattino gli chiederai come ha dormito, e lui risponderà “Devo dire bene“.

Barbara, questa volta sei ancora in tempo. Tu che sei purezza, amore, situazioni: non aspettare come con l’altro. Molla tutto e vieni a stare da me. Ho un bilocale luminoso, con un divano verde. Mi studierò tutto Kant e Nietzsche da capo. Ti difenderò da tutte le macchine del fango del mondo. Non ti esporrò al ridicolo di un gesto del cuore di fronte a 80.000 persone. Conosco almeno 30 frasi diverse da dire alle cene e per te mi comprerò delle scarpe nuove. Ma soprattutto: ti amo, Barbara. E da giovane come difensore centrale non ero affatto male.

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parolecomplicate forever

Non ho ancora visto Silvio Forever ma posso già ampiamente esprimere un giudizio.

Domani sono andato a vedere Silvio Forever con la mia ragazza. Lei è francese, di nome fa Jaqueline. Il film è molto bello, non schierato. E’ un film nuovo che si limita a registrare quello che succede da quindic’anni in Italia. Lo fa in modo pacato, a differenza della mia ragazza, che da quando è iniziata la guerra in Libia non mi bacia più. E’ un film che non parla tanto di Berlusconi, ma degli italiani. E’ un film che non parla tanto degli italiani, ma di come gli italiani si rapportano a Berlusconi. E’ un film che fa capire che in fondo Berlusconi non è così male, mentre gli italiani sì: sono così male. Si vede che il regista non è stato in Italia per un po’, comunque. Come Jaqueline, che è qui da non molto e mi riesce ad amare in modo molto sereno, molto francese. E’ un film divertente, ma allo stesso tempo ti lascia uno strano sapore in bocca. E’ pazzesco lui da giovane, comunque. Subito dopo il cinema, Jaqueline mi ha preparato una camomilla e io mi sono attaccato al pc. Ho scritto a tutti i miei amici italiani all’estero che sono orgoglioso di loro e che mi vergogno di stare in Italia. E che mi vergogno di me. Come loro. Che si vergognano di stare in Italia, e infatti non ci stanno. E come Jaqueline. Che secondo me si vergogna, di me.

Appena ho visto Silvio Forever, domani, ho capito che il problema di questo Paese è la nostra incapacità di ritrovare il coraggio e la fantasia, di capire il Paese reale, di comunicare concetti accessibili a tutti, di rinnovare la nostra classe dirigente. Problemi che, essendo strutturali, si riflettono pari pari nel mio rapporto di coppia con Jaqueline. Classe dirigente a parte. Forse.

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Sanremo Complicato: le pagelle

Anche quest’anno, non puntuali come al solito, le pagelle di parolecomplicate.

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Di Lifegate Radio e della mia solitudine

C’è una cosa che mi rende la vita più bella. E’ una radio che ho incontrato un po’ per caso e un po’ per grazia, girando la manopola analogica del Panasonic grigio del mio papà alla disperata ricerca di 90esimo minuto. Si chiama Lifegate Radio, frequenza 105 (ci sono anche diverse App gratuite per tutte le cose che iniziano con “i”).

Io abito a Milano. Anche loro sono di Milano.  Io la mattina mi sveglio sempre un po’ dubbioso. Loro la mattina mettono delle canzoni dei Velvet Underground che mi ricordano i Velvet underground. Io durante il giorno lavoro. Loro anche. Io la sera cucino e cerco di non pensare a quanto si è fatto tardi. Loro la sera fanno andare in onda un tale che si fa chiamare Il Puma di Lambrate e mette jazz. Ora: è vero che il jazz fa morire le piante, ma uno che si chiama il Puma di Lambrate potrebbe suonare anche death metal che lo amerei comunque.

Io e Lifegate Radio siamo inseparabili. Ha sostituito tutto nella mia vita: la tv, i giornali, i libri, i miei amici e la mia solitudine. E’ semplicemente perfetta, non fosse per una cosina. La pubblicità che trasmette, pur rara, si fonda esclusivamente su argomenti eco-terroristi. Allarmi ambientali. Global warming. Catastrofi marine attuali o potenziali. Sensi di colpa antiprogressisti che neanche Pecoraro Scanio.

C’è uno spot in particolare, che dice: “Internet ha ridotto l’inquinamento“. Direi. “Ma secondo il centro ricerche Marylin Monroe tra 20 anni internet sarà la maggiore fonte di CO2“. Orca. “Quindi, se hai un blog, aderisci al programma ‘web pulito’: per ogni adesione piantiamo un albero a Singapore“.

Lifegate Radio, io ti amo. Ma se dovessi morire giovane per aver inalato anidride solforosa prodotta da parolecomplicate, ti prego: me la metti, Sunday Morning?

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Raccoglieteci tutti

Tutto quanto precedentemente detto di male riguardo alle raccolte firme vale anche nei confronti delle raccolte di fotografie, post-it, cartelli, costumi, stricioni, espressioni, scritte, poesie, canzoni, racconti disperati di ricercatori italiani emigrati in Spagna ed altri prodotti o servizi inclusi nella classe 16 della classificazione di Nizza.

Spinoza la pensa come me, dovessi non bastare.

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Di erba e di vicini

La redazione, qui, si schiera compatta con Paolo Mieli, che in una trasmissione che in tv rimproverava alla mia adorata Rosy che la storia delle 10.000 firme per mandarlo via è una baggianata.

Certo: raccogliere delle firme in generale è una baggianata. Non ha mai funzionato, come Chill’havisto (quelli non hanno mai trovato nessuno). Un amico libero e giusto e con dei pantaloni di un paio di misure in più dice che bisogna raccogliere firme perché c’è il regime. E’ l’unico modo per organizzarsi, dice.

Ora, secondo me il regime non c’è. Non siamo messi bene, d’accordo, ma il regime è un’altra cosa. E le parole hanno un significato. E a usarle dimenticandosene va a finire che quando poi servono davvero non fanno più effetto. Comunque, se il regime c’è davvero come si dice e c’è qualcuno che vuole disfarsene, guardi verso sud. Dall’altra parte del mare ci stanno provando, a ribaltare un paio di regimi veri. Date un colpo di telefono ai vostri amici erasmus marocchini o tunisini: nessuno raccoglie firme, da loro. Nessuna Rosy Bindi, nessun Paolo Mieli, nessuna trasmissione Rai. Nessun Sallusti, nessun Bersani, nessuna Santanché. Non c’è neanche più Ruby. A pensarci bene, non capisco perché se la prendano così a male.

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Si contenga

Essendocene tante, di rogne, bisogna selezionare bene per quali prendersi male. A me la storia delle ragazze pagate che scopano a turno il potente (di turno) non impressiona: è già sentita (e poi possiamo dire dei mesi in meno o in più della povera Ruby, ma comunque è già sentita).

Quello a cui non mi abituo e non mi abituerò mai è il suo squadrismo. Il suo insultare una donna perché non figa, il suo prendere per il culo una ragazza perché senza un fidanzato ricco, la sua mancanza di consapevolezza dell’equilibrio tra poteri che ci permette di vivere in un mondo libero. Questo, sì, è più grave del sesso, anche con delle povere minorenni che sembrano 30enni.

Da un po’ di tempo al menù Salò ha aggiunto le sclerate televisive. Lui chiama, entra in una discussione, mandaffanculo tutti e riattacca. C’è che è vecchio. Che non sa dialogare. Che ha paura. Che vuol tenersi buoni i preti. Che probabilmente con il mondo che gli dà del puttaniere sarà anche un po’ addolorato. Ma, per quanto mi sforzi, non riesco a trovare una ragione per cui un uomo possa far di tutto per assomigliare a Teo Mammuccari.

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Kafka sulla soccia

Il 2011 si sta caratterizzando per il fatto di essere entrati in un libro di Haruki Murakami. Come molti di voi ricorderanno, nelle sue storie accade spesso che molti animali muoiono senza motivo. Nei primi giorni dell’anno, questo è successo a Baton Rouge, capitale della Lousiana, nel Kentucky, in una cittadina della Svezia e, immancabile, a Faenza.

Solitamente si tratta di merli, che decedono in centinaia per emoraggie interne e cadono dal cielo come se piovesse. In alcuni casi, però, sono morti anche tutti i pesci martello di un fiume. Solo i pesci martello, però: gli altri stanno piuttosto bene.

Haruki Murakami è uno scrittore giapponese molto bravo e sta dando una dimensione inconsueta a questo 2011. Essendo giapponese, però, non esiste. Ciò considerato, in questo inizio 2011 non mi sembra sia successo nulla di nuovo e io, piuttosto di scrivere questo post, avrei fatto meglio a farmi un tè.

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