Infedeli alla linea

Da qualche tempo leggo il Corriere su iPad. Che è come quello cartaceo solo gratis, fino a qualche tempo fa.

Da qualche tempo Corriere su iPad è a pagamento. Prima che lo mettessero a pagamento, discutevo con un mio amico che il prezzo di lancio giusto per un prodotto con queste potenzialità e a costo zero poteva essere 60 euro l’anno. Anzi: 55, considerando che il lunedì c’è Alberoni. Invece costa 180 euro l’anno. Quello cartaceo 240. I 60 euro di scarto includono: postino; carta; inchiostro, benzina del Fiorino che trasporta i giornali fino alla posta; tutti gli inserti; il nylon per avvolgerlo; gli spazzini per buttarlo in qualche discarica (de Bortoli è da sempre contro la riciclata).

Da qualche tempo ho un iPhone e vedo Corriere.it su iPhone. Da qualche tempo, Corriere.it è l’unico sito del mondo occidentale completamente a pagamento. Su iPhone. Ciò comporta due generi di conseguenze. La prima, buona, è che ci sono dei lunedì in cui vivo senza essere ossessionato dall’idea di Alberoni legato a dei cavalli francesi che galoppano in direzioni opposte. La seconda, un po’ meno buona, è che secondo gli ultimi sondaggi Repubblica per iPhone è diventato il sito più visitato in assoluto dopo aver chiuso un porno in streaming.

Noi e Barney

Allora: è uscito da un po’ il trailer del film de “La versione di Barney”. A me non sembra male. Soprattutto l’attore, intendo. Non essendo più disponibile Mordecai Richler, la faccia da ebete di Paul Giamatti è esattamente quello che mi ero immaginato mentre lo leggevo. Sì, perché in realtà “La versione di Barney” è un libro. E’ un bellissimo libro, anzi. Parla di Barney, naturalmente: un conservatore canadese così stronzo, politicamente scorretto ed ironico da risultare irresistibilmente fico.

Il libro è famoso in Italia per tre cose. La prima è essere diventato un’icona del reverse snobism, degli uomini di destra che se ne fottono del buonismo e quindi sono fichi: si vedano, da ultime, “Andrea’s version” sul Foglio o “La versione di Oscar” (nel senso di Giannino) su Radio24. La seconda è che è un libro che piace (pur senza venir capito) ad alcune donne di sinistra che leggono il Foglio e ascoltano Radio24 soprattutto per raccontare alle cene di essere aperte agli altri, di fottersene del buonismo e, in definitiva, di essere fiche. La terza è che, a differenza che in altri paesi, in Italia Barney non è riuscito a conquistare gli elettori di centro. Tempo fa, ad esempio, ho regalato Barney ad un mio amico che non si posiziona politicamente con molta chiarezza. Ogni volta che gli chiedo se l’ha finito di leggere lascia cadere la cosa e mi inizia a parlare di West Wing.

Ma .va

A proposito del nuovo corso filogovernativo di parolecomplicate: le animazioni 3D di vatican.va, portale ufficiale del Vatican.o, sono la cosa più bella vista in internet negli ultimi 2 anni.

(Qui: Cappella Sistina; Basilica di San Pietro; Basilica di San Paolo fuori le Mura; Basilica di San Giovanni in Laterano)

Ma ai vostri figli piacerà

Dicono che oggi sia il giorno in cui sarebbe dovuta arrivare la De Lorean di Ritorno al Futuro. Gioco: trova le differenze. Prima differenza: non esistono skate che volano (e dio solo sa quanto ne avrei voluto uno). Poi: il rapporto tra Clara e Doc sarebbe stato giuridicamente inquadrato come pedofilia, o comunque non ben visto in generale. Peggior cattiva notizia: non mi risulta che la mamma di Michael J. Fox si sia rifatta le tette. Buone notizie: Marty è definitivamente diventato un soprannome da donna.

Il destino ha parolecomplicate nel reader

Lasciate perdere il mondiale, Ringhio e quella parola, “misciter”, che suona così male. Ve lo dico io: questa volta usciamo al girone di qualificazione. Annoi. Avvoi. E ammisciterlippi.

Parolecomplicate, in tempi non sospetti

Bel periodo, questo

Diciamocelo. Una manifestazione calcistica, essendo il calcio violenza, non è mai stata esattamente un manifesto dei valori  di Amnesty. Però questa volta mi sembra peggio di altre. Altrocché manifestazione d’amore universale, altrocché fairplay, altrocché sport per unire. Io in questo mondiale non riesco a far altro che star male, che provare sensazioni tremende tipo: ira; fastidio; odio.

Odio in particolare tutte le squadre che solitamente siamo destinati ad odiare, tipo la Spagna. Odio anche Marcello Lippi e Gilardino, con quel suo ciuffo pulito da amichetto di Fabrizio Corona. Odio i commentatori, Salvatore Bagni in particolare. Odio i sudafricani e quelle infernali cose che fanno sembrare la mia stanza invasa dalle zanzare (poi dicono che i popoli del sud sono ospitali, mah). Odio Platini. Odio la Francia e tutti i francesi. Odio i nordkoreani. Odio gli eventi collegati al mondiale. Odio il marketing, il teethering e il catering con quell’orrendo logo del mondiale. Odio Abete. Odio il bar sport. Odio il pallone ufficiale dei mondiali. Odio la giornata inaugurale del mondiale, e ne odierò anche la finale. Odio Matarrese. Odio i possessori di abbonamenti Sky (perché amo Fabio Caressa). Odio l’utilizzo del termine “lucidità” per definire un passaggio. Odio il sottosegretarioalministerodellepolitichegiovanili (condelegaallosport) intervistato tra il primo e il secondo tempo della partita dell’Italia. A quest’ultimo proposito, pregherei il servizio radiotelevisivo pubblico italiano di sospendere per un mesetto le sue consuete attività di propaganda filo-governativa: vorrei godermi in pace il mondiale.

Steve Jobs ha parolecomplicate nell’inbox

Poi dicono che a violare la privacy sia Google. Uno non può spedire una mail  ad un amico, che.

(grazie a Sergio)

Chi la fa

Dopo Tommaso Debenedetti che andava in giro a dire di aver intervistato il Papa e Philip Roth, ora c’è uno giornalista spagnolo che va in giro a dire di aver intervistato Tommaso Debenedetti.

(via ilPost)

To get socks

Gli sceneggiatori di Lost da Letterman raccontano 10 possibili finali di Lost. Tutti probabilmente superiori a quello vero.

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Riceviamo ogni giorno centinaia di lettere per posta che ci chiedono, in quanto maggiori esperti di Lost dell’Europa meridionale, di spiegare l’ultima puntata di Lost.

Allora, Silvia. L’ultima puntata di lost si può dividere in 3 parti, nonostante sia già divisa in due. Tre. Ti dice nulla? Neanche a me. La prima parte è quando loro credono che Sun sia di nuovo incinta. Sun, che vuol dire sole, incinta, che da la vita. Ancora nulla? No, neanche a me. La seconda è quando Walt, il figlio del tipo di colore, si rifiuta di ballare YMCA. La cultura black è tradizionalmente piuttosto incline all’omofobia, questa potrebbe essere una velata critica sociale. La terza è la parte finale, quando Ben approccia Juliet che lo rifiuta e poi lui si giustifica dicendo che stava scherzando e che in realtà lei non gli piaceva neanche un po’. Ben in molti dialetti del nord vuol dire “bene”. E’ un caso? Sinceramente non lo so.

Come ogni puntata della serie che ci ha ossessionato negli ultimi anni, queste tre parti sono autonome ma allo stesso tempo legate tra loro. Indice di autonomia è che se ti alzi e fai una telefonata di 5-6 minuti, quando ritorni riesci agevolmente a riprendere il filo del discorso. Indice di legame è che, se viste al contrario (cioè non parti 1-2-3, ma 3-2-1), ad un certo punto si riesce a cogliere distintamente Sajid che canta “happy birthday mister president” rivolto verso il mostro di fumo. Che si commuove, lo bacia e dona tutto ciò che ha alle missioni diocesane in Bouaké (Costa d’Avorio).

Alcuni sono molto incazzati, dicono fosse tutta una presa in giro. Perché dicono che dopo sei anni così, non ci potevano lasciare così. Io, siccome non riesco ancora a pormi nei Suoi confronti in modo laico, mi sto pian piano convincendo che forse è meglio così.

Lippi vada ad allenare la Calabria

Poi non dite che non vi avevamo avvisato. Lippi è il male assoluto del calcio italiano. Forse addirittura mondiale (ma non è che possiamo preoccuparci anche per gli altri, adesso). Lippi è il peggiore di sempre. E’ il peggiore per sempre.

Lippi è una sintesi quasi chimica dei problemi che hanno portato questo paese alle soglie della società clanica, e forse anche un po’ più in là. E’ più che un colonnello greco, è un simbolo. E’ un gerontocrate, con quei capelli grigi e l’espressione da “fatti da parte, ragazzino, che c’ho da lavorare“, con quel sorriso da quarantenne che la domenica va a messa. E’ un nepotista: ha lasciato fuori Cassano solo perché ha ammollato due pizze al figlio. E’ un pessimo educatore: il figlio è quello che calciopoli, quello che Moggi. E’ razzista: Balotelli (con l’attacco che abbiamo) non lo vuol far giocare solo perché è negro.  E’ un antidemocratico: piace solo ai miei amici calabresi. Quelli di “misciterlippiii!“, quelli di “finchéciéringhiiio“, quelli di “epperò c’ha fatto vincere il mondiale, ammisciterlippi“. Cari amici calabresi: e allora? Considero forse Renzo Bossi un buon politico perché ha stravinto le regionali? Dovrei considerare Emanuele Atestaingiù Filiberto un buon cantante perché è arrivato secondo a San Remo? Oppure Briatore un genio perché ha fatto i soldi? No. No. No.

Cari amici calabresi, vi dico una cosa. Questa volta l’ha fatta grossa, misciterlippi. Questa volta ce la vediamo proprio brutta. Poi lui se ne va e non ci rimette neanche uno di quei suoi capelli da playboy imbottito di viagra. Cari amici calabresi, provate a vedere la cosa in modo laico. Lasciate perdere il mondiale, ringhio e quella parola, “misciter”, che suona così male. Ve lo dico io: questa volta usciamo al girone di qualificazione. Annoi. Avvoi. E ammisciterlippi.

Quarto mondo (noi)

In tutta la storia della tempesta tipo dayaftertomorrow che ha colpito il Guatemala aprendo una misteriosa voragine che scende verso il centro della terra per centinaia di metri, la notizia più incredibile è che il Governo del Guatemala ha una pagina Flicr.

Siamo per sempre coinvolti

Per tutti gli appassionati del mondo reale: sarebbe il caso di andare a vedere “La nostra vita”. Che è l’ultimo film di Daniele Lucchetti che sì, è quello di “Mio fratello è figlio unico” e che sì, è il film con Elio Germano. Repubblica vorrebbe far passare questa pellicola alla storia solo perché Germano gliene ha ammollate un paio a Bondi, con tutta Cannes davanti. Dobbiamo evitarlo parlandone. La prima cosa da dire è che durante il film ho pianto (ma era successo anche con “Up”, e magari non fa testo). Poi da dire è che non c’è niente, nel cinema degli ultimi 10 anni, che racconti il proletariato in modo così poetico. Anche troppo poetico, forse, anche troppo favoleggiante, quasi deandreiano. La puttana, lo straniero, lo spacciatore, la vita, la morte, le tue braccia, i tuoi occhi. Ecco: de André. A me manca molto de André. Come mi manca molto Pasolini. Mi domando spesso cosa sarebbe questo posto se loro fossero ancora qui. Cosa direbbero. Se se ne sarebbero andati lontano, cambiando vita e lavoro, se avrebbero cambiato idea magari, come Lindo Ferretti. Mi mancano perché il mondo ha bisogno di interferenze e di parole sussurrate ogni tanto, di parole nuove. Anche non essendoci, comunque, fanno tanto per me, che in questi tempi bui mi basta un Elio Germano qualunque per uscire dal cinema e sentirmi grato.

Di Lost e della mia malinconia

Non ce la faccio a vedere l’ultima puntata di Lost. Non ce la faccio proprio. Quando iniziai – anzi, quando venni iniziato – ero poco più che un ragazzino. Ero appena tornato dal mio erasmus in Francia. Ah, la Francia. Con tutti quei vestiti a fiori, con tutti quei fiori. Tornato a casa, caddi in depressione. Un amico, Luca (che ha un blog), mi consigliò di scaricare una puntata di questa cosa americana. Lo feci, e per tre mesi non uscii dalla mia camera vicino al mare. Stavo tutto il giorno con la tapparella abbassata, guardavo dieci puntate al giorno, non riuscivo a pensare ad altro. Decisi di ridurre quando una sera sul tardi dovevo andare a cena con un’esteta e dietro Piazza Unità incontrai John Locke. Parlava in triestino e io capii di avere un problema.

Lost non è un telefilm. Lost è una religione. Lost è tutto, per me. E’ più importante delle mie cravatte, della colazione la mattina, del mio consiglio circoscrizionale e, quando non è primavera, anche dei vestiti a fiori. Il solo pensiero che possa finire tutto così, adesso, mi fa venir voglia di piangere, o almeno di morire. Vorrei gridare al mondo che non è giusto sfruttare i sogni delle persone per sei anni, lunghi e bellissimi. Vorrei urlare a J.J. Abrams che poche persone su questa terra hanno fatto tanto per me, che gli sarò grato per sempre. Vorrei urlare ai critici che chissenefrega delle domande non risolte, dei misteri lasciati sospesi, dei personaggi disegnati a metà. Quando voglio delle risposte mi guardo un documentario.  Se fossi ossessionato dalle soluzioni guarderei C.S.I.

In questo mondo di banalità disperate e di sesso nella città Lost è stato un bel maggio. Erotico, intenso, commovente. E io ho tanto bisogno di qualcuno che mi dica che andrà tutto bene.

Luca chi?

Io l’ho sempre stimato, quel blogger lì. Davvero molto bravo (non me l’aspettavo), pungente, ironico, umile, forse un po’ scostante – ma glielo perdoniamo. Soprattutto oggi, che quel blogger lì fa un salto di qualità, nel merito e nel metodo, contribuendo a regalare alla blogosfera (bloggosfera) italiana qualcosa che non c’era: un giornale on line. Indipendente, ironico, ggiovane, gratis. Insomma: oggi si inaugura Paperblog (che già esisteva in France, però) e parolecomplicate, su cortese invito, ci sarà.

Puntini sulle j

Sia chiaro: se la Roma vince il campionato quest’anno il merito non è di Ranieri, ma di Jeremy Menez e del suo guardare il cielo.

Designami questo

Quanto non mi piace il Salone del Design. Con tutti quei marchi famosi, quegli esteti in giacca e cravatta, quei cataloghi gratis. L’unica cosa peggiore del Salone del Design è il Fuorisalone del Design. Via Tortona, il Politecnico di Milano, le istallazioni. Dio, quanto non mi piacciono le istallazioni. E poi i designers. Dio, quanto odio i designers. Quest’anno per essere un designer bisogna portare: i) capelli molto corti, un po’ anni ‘80 (anche le donne); ii) pantaloni o jeans molto stretti; iii) scarpe in pelle lucide, possibilmente a punta. Il tutto condito dal ripetersi tantrico, in ogni luogo e contesto, della frase: “sono un designer“. Tipo: “ciao, ce l’hai un accendino?“; “sono un designer“. “Vuoi fare l’amore con me?“; “mah, sai, sono un designer“. E’ necessario sottrarsi al patetico rito del Salone e del Fuorisalone dell’Autoesaltazione. Si stampino per cominciare delle magliette con la scritta: “Achille Castiglioni. Tutto il resto è Ikea“.

Di iPad e del principio di utilità

Ho un iPad. A 32 giga, anche. Me lo sono fatto acquistare da un amico che è andato a New York (ufficialmente) in vacanza (ma in realtà) per acquistare iPad.

L’oggetto in sé è di una bellezza disarmante. Pesa poco (500 kg) e ha una batteria che mi dicono duri tantissimo. Lo schermo è molto piatto e liscio. Il retro è argentato. Ho anche una bellissima custodia nera, la cui cover anteriore si piega e, incastrandosi con la cover posteriore, crea un piano inclinato che permette di usare iPad in luoghi diversi dal divano o dalle poltrone. 

Avere un iPad è una bella esperienza, soprattutto dal punto di vista interpersonale. Tutti ne hanno parlato per mesi, tutti ne parleranno ancora per anni. In treno ho tirato apposta fuori iPad dallo zaino: la ragazza accanto a me (riccioli biondi, occhi verdi, originaria del veneto orientale) mi ha rivolto molte attenzioni e ora siamo fidanzati. A lavoro ho sfoggiato apposta iPad: mi hanno promosso in una posizione così apicale che ora non ho più prospettive di crescita e sto pensando di andare a cercare fortuna in America. Alle cene non faccio che parlare di iPad. Questo tema, di cui discorro con molta umiltà, mi fa sembrare una persona colta e attenta; un cittadino del mondo, come direbbero i marinai del traghetto Bari-Patrasso (60 euro in tutto, andata e ritorno).

Questo quadro generale, piuttosto positivo, si scontra con l’assenza di amore del nostro tempo, con la domanda con cui tutti mi ossessionano: ”ma a che cosa serve?”. Esiste in commercio un Manuale di Conversazione che insegna come schivare questi fiotti di veleno. Secondo questo manuale bisognerebbe rispondere: i) è una specie di computer portatile: ci si naviga in internet e si ascolta musica; ii) serve a leggere libri on line; iii) serve per il porno, ché su iPhone è troppo faticoso.

Io non uso nessuna di queste risposte. Io non ho idea di a che cosa serva iPad. Il mio Mac è troppo vecchio (OS X 10.4) e iPad, giovane com’è, non lo ritiene compatibile con sé stesso. Non potendo in alcun modo farlo funzionare, ne apprezzo la bellezza in modo puro e totale. Con iPad ho un rapporto di amore preadolescenziale, incondizionato ed estatico. Non mi interessa se non legge i filmati in flash; trovo inessenziale la presenza di una cam; credo che le ditate di pollo fritto sullo schermo inerme abbiano un che di erotico.

Da quando ho iPad mi sento migliore. iPad mi ha liberato dall’ossessione dell’utilità. Lo porto con me ovunque, spento, tranquillo, come un pensiero. Quando la mia istruttrice di nuoto mi ha chiesto a che cosa serve, io ho sentito il profumo di primavera e ci siamo baciati. Lei mi ha lasciato dei segni di rossetto viola sulle labbra e lo schermo di iPad è divinamente riflettente. Dopo essermici specchiato ho pensato di non togliermeli mai più.

Dante gli ha tirato il pacco all’ultimo

Prima lezione: “Conosci il tuo nemico”. Svolgimento. Tutta la comunicazione governativa degli ultimi quindici anni si fonda su uno schema collaudato in tre momenti. Momento uno: fare una cazzata. Momento due: fare in modo che non si scopra che è una cazzata. Momento tre: se la cazzata viene scoperta, dare la colpa agli scopritori.

Come spesso accade in contesti di sottosviluppo democratico tipo il nostro, le abitudini dell’apice vengono acriticamente adottate dal pedice. C’è un tipo italiano ad esempio, tale Tommaso Debenedetti, che va in giro a vendere a giornalacci tipo Libero e Il Piccolo alcune sue interviste con personaggini del calibro di Philip Roth, Vidal, Saramago, Amos Oz e Wilbur Smith. Le interviste sono assolutamente inventate. Ad una giornalista del New Yorker che l’ha sgamato e intervistato, ha dichiarato che (tutte) le interviste sono autentiche e che (tutti) gli scrittori le rinnegano solamente per motivi politici.

E’ un Paese per giovani

La pizza oleosa è davvero una goduria dopo una mattinata grigia. Soprattutto se si accompagna alla sorpresa di leggere (e in prima pagina!) sul Corriere un articolo pesantissimo  e a tratti condivisibile sulla destra italiana. L’editorialista dev’essere uno nuovo, anche se il cognome potrebbe ricordare. Credo sia anche di sinistra, almeno di famiglia: di nome fa pure Ernesto.