Ce n’est q’un début

Dell’amore incondizionato per Carla Bruni. A me personalmente non piace: ne sono ossessionato. Amo tutto di lei. I suoi capelli, ad esempio. Oppure il suo sorriso, le sue canzoni, il modo in cui tiene il pollice dietro il manico della chitarra. Amo le sue ballerine nere, la sua discrezione, la sua eleganza. Amo le sue erre, che sembrano carezze.

Dall’altra parte del mare le donne non sono amate tanto. Una di loro veniva indicata in paese come una che la dava un po’ in giro. Essendo sposata, un giudice ha deciso che andava sotterrata fino alla testa ed ammazzata a forza di pietre in faccia (pietre piccole – ché deve durare un po’, tirate dai parenti del marito). Carla, la mia Carla, ha chiesto all’Iran di salvare se stesso, salvando la donna. Un quotidiano iraniano controllato da Ali Khamenei le ha dato della “puttana italiana” che “in realtà merita pure lei di morire“.

Mentre la comunità internazionale si indignava per la lapidazione e per gli insulti a Carla (e alla Francia e all’Italia), da noi si caricavano 200 donne su un carro bestiame per darle in pasto ad un fanatico religioso. Ripeto: non ci sono interessi economici che valgano la libertà di un popolo. Tanto verso Geddaffuck’up quanto verso gli islamofascisti iraniani. Prima della sua svolta clericale Berlusconi era solito dire che la civiltà occidentale, per le libertà che garantisce, è superiore alle altre. Ecco: a me quel berlusconi lì un po’ manca.

Vabbé, ma allora ditelo

L’appello all’Europa a convertirsi all’islam non è piaciuto ai cavalieri templari del Super Ordo Equestri Templi che rilanciano: «Siano gli islamici a diventare cristiani»

It’s all so quit

Questa notte non sono riuscito a dormire per colpa del pensiero che il mio Paese si fa usare come una bambola di plastica da uno schifoso islamofascista che arriva qui e viene a dire che dovremmo convertirci all’Islam. Tra parate di ministri, carabinieri, preti, 200 ragazze in tailleur adoranti e cene da 800 persone. Premessa: non mi interessa che dietro a tutto ciò ci siano gli affari. Della figura da pagliacci fatta dall’Italia se ne sono lamentati quelli del governo (appena dopo averla organizzata) e l’udc. Gli altri niente. Sto iniziando a pensare che l’assenza totale del principale partito d’opposizione negli ultimi anni sia così assurda da nascondere qualcosa. Un piano B, un asso nella manica. Un golpe, una rivoluzione, un’altra gladio. Un colpo di scena finale clamoroso, che ci ripaghi della sottorappresentazione e della frustrazione degli ultimi anni. Bersani che si trasforma in un enorme drago sputafuoco e uccide i cattivi non vale.

Infedeli alla linea

Da qualche tempo leggo il Corriere su iPad. Che è come quello cartaceo solo gratis, fino a qualche tempo fa.

Da qualche tempo Corriere su iPad è a pagamento. Prima che lo mettessero a pagamento, discutevo con un mio amico che il prezzo di lancio giusto per un prodotto con queste potenzialità e a costo zero poteva essere 60 euro l’anno. Anzi: 55, considerando che il lunedì c’è Alberoni. Invece costa 180 euro l’anno. Quello cartaceo 240. I 60 euro di scarto includono: postino; carta; inchiostro, benzina del Fiorino che trasporta i giornali fino alla posta; tutti gli inserti; il nylon per avvolgerlo; gli spazzini per buttarlo in qualche discarica (de Bortoli è da sempre contro la riciclata).

Da qualche tempo ho un iPhone e vedo Corriere.it su iPhone. Da qualche tempo, Corriere.it è l’unico sito del mondo occidentale completamente a pagamento. Su iPhone. Ciò comporta due generi di conseguenze. La prima, buona, è che ci sono dei lunedì in cui vivo senza essere ossessionato dall’idea di Alberoni legato a dei cavalli francesi che galoppano in direzioni opposte. La seconda, un po’ meno buona, è che secondo gli ultimi sondaggi Repubblica per iPhone è diventato il sito più visitato in assoluto dopo aver chiuso un porno in streaming.

Quel che finisce

E’ molto dolce che la morte metta a posto un po’ tutto. Con quel suo profilo democratico, pacificatore, un po’ bicamerale. Bella la morte, che ci fa vedere le cose buone di tutti o quasi. Appena muoio voglio che mi si ricordi come quello che non si incazzava quando gli rubavano il telefono, come quello che ha sempre trattato bene i propri nonni. Se nella mia vita ucciderò qualcuno, voglio che lo si ricordi come un gesto d’amore. Perché l’amore e l’amorte si sa, dai. Un po’ come il potere e i segreti. Oppure la spiritualità e la comunicazione. Appena muoio voglio che mi si ricordi come un grande comunicatore, a prescindere da quello che ho già fatto e che farò, anche a prescindere da quello che dico. Perché saper comunicare è la più importante tra le virtù. Siamo un popolo di grandi comunicatori noi, abbiamo una naturale propensione al senso scenico. Che poi questo nasca male e porti a peggio, bon, che c’entra? Noi intanto comunichiamo. Attentamente, clamorosamente, un po’ a caso. Non è mica poco: a prescindere dalle cose prima, saper comunicare val bene dell’affetto sconsiderato dopo. Anche ai nazisti, per dire, piacevano i fiori.

Ma io volevo fare il giornalista

Stavo per fare la rivoluzione, oggi, o almeno per scrivere una poesia sull’amore corrisposto solo a tratti, ma poi ho riflettuto sul fatto che qualora il delegante abbia dato ordine al delegato di pagare al delegatario, una volta che il delegato abbia effettuato il pagamento al delegatario, il diritto di pretendere la restituzione dell’indebito pagamento spetta non al delegato, bensì al delegante, e ho lasciato perdere.

Dicevi?

Quella strana sensazione, quando ti svegli al mattino e leggi i giornali. Quella per cui ti dici “vabbé, ma allora anche loro non sono messi poi tanto bene”. Che poi vai a lavoro e pensi “ma va’ che questa è la volta buona che va tutto in mona e possiamo riniziare daccapo”. Anche considerando che Lui mica c’è abituato alle grane interne, ti dici, va’ che se le stanno ammollando di santa ragione. “E poi questa non gliela può perdonare”, affermi convinto al telefono, facendo più o meno finta di sapere cosa succederà dopo. Il dopo che diventa una bandiera stracciata. Diventa speranza che, per una questione di probabilità, in 15 anni uno con un po’ di dignità doveva pur arrivare. La notizia di oggi è: pur.

Che li avete eletti a fare?

Lo scorso anno le tasse italiane, già altissime, sono salite di nuovo. Peggio solo nel 1997. C’era Prodi, sì. Ma bisognava entrare in Europa, anche.

Bel periodo, questo

Diciamocelo. Una manifestazione calcistica, essendo il calcio violenza, non è mai stata esattamente un manifesto dei valori  di Amnesty. Però questa volta mi sembra peggio di altre. Altrocché manifestazione d’amore universale, altrocché fairplay, altrocché sport per unire. Io in questo mondiale non riesco a far altro che star male, che provare sensazioni tremende tipo: ira; fastidio; odio.

Odio in particolare tutte le squadre che solitamente siamo destinati ad odiare, tipo la Spagna. Odio anche Marcello Lippi e Gilardino, con quel suo ciuffo pulito da amichetto di Fabrizio Corona. Odio i commentatori, Salvatore Bagni in particolare. Odio i sudafricani e quelle infernali cose che fanno sembrare la mia stanza invasa dalle zanzare (poi dicono che i popoli del sud sono ospitali, mah). Odio Platini. Odio la Francia e tutti i francesi. Odio i nordkoreani. Odio gli eventi collegati al mondiale. Odio il marketing, il teethering e il catering con quell’orrendo logo del mondiale. Odio Abete. Odio il bar sport. Odio il pallone ufficiale dei mondiali. Odio la giornata inaugurale del mondiale, e ne odierò anche la finale. Odio Matarrese. Odio i possessori di abbonamenti Sky (perché amo Fabio Caressa). Odio l’utilizzo del termine “lucidità” per definire un passaggio. Odio il sottosegretarioalministerodellepolitichegiovanili (condelegaallosport) intervistato tra il primo e il secondo tempo della partita dell’Italia. A quest’ultimo proposito, pregherei il servizio radiotelevisivo pubblico italiano di sospendere per un mesetto le sue consuete attività di propaganda filo-governativa: vorrei godermi in pace il mondiale.

Lippi vada ad allenare la Calabria

Poi non dite che non vi avevamo avvisato. Lippi è il male assoluto del calcio italiano. Forse addirittura mondiale (ma non è che possiamo preoccuparci anche per gli altri, adesso). Lippi è il peggiore di sempre. E’ il peggiore per sempre.

Lippi è una sintesi quasi chimica dei problemi che hanno portato questo paese alle soglie della società clanica, e forse anche un po’ più in là. E’ più che un colonnello greco, è un simbolo. E’ un gerontocrate, con quei capelli grigi e l’espressione da “fatti da parte, ragazzino, che c’ho da lavorare“, con quel sorriso da quarantenne che la domenica va a messa. E’ un nepotista: ha lasciato fuori Cassano solo perché ha ammollato due pizze al figlio. E’ un pessimo educatore: il figlio è quello che calciopoli, quello che Moggi. E’ razzista: Balotelli (con l’attacco che abbiamo) non lo vuol far giocare solo perché è negro.  E’ un antidemocratico: piace solo ai miei amici calabresi. Quelli di “misciterlippiii!“, quelli di “finchéciéringhiiio“, quelli di “epperò c’ha fatto vincere il mondiale, ammisciterlippi“. Cari amici calabresi: e allora? Considero forse Renzo Bossi un buon politico perché ha stravinto le regionali? Dovrei considerare Emanuele Atestaingiù Filiberto un buon cantante perché è arrivato secondo a San Remo? Oppure Briatore un genio perché ha fatto i soldi? No. No. No.

Cari amici calabresi, vi dico una cosa. Questa volta l’ha fatta grossa, misciterlippi. Questa volta ce la vediamo proprio brutta. Poi lui se ne va e non ci rimette neanche uno di quei suoi capelli da playboy imbottito di viagra. Cari amici calabresi, provate a vedere la cosa in modo laico. Lasciate perdere il mondiale, ringhio e quella parola, “misciter”, che suona così male. Ve lo dico io: questa volta usciamo al girone di qualificazione. Annoi. Avvoi. E ammisciterlippi.

Andiamo a Madrid (e rimaniamoci per sempre)

Agli scettici. Ai cinici. A chi non si innamora mai. A chi odia l’uomo. A chi ama Marcello Male Assoluto Lippi. A prescindere dal tifo e dall’interesse stesso per il calcio. Volete sapere cosa succederà a questo paese dal prossimo anno? Guardate il video qui sotto. Fatto? Bene. Ora pensate a Enrico Varriale.

Dante gli ha tirato il pacco all’ultimo

Prima lezione: “Conosci il tuo nemico”. Svolgimento. Tutta la comunicazione governativa degli ultimi quindici anni si fonda su uno schema collaudato in tre momenti. Momento uno: fare una cazzata. Momento due: fare in modo che non si scopra che è una cazzata. Momento tre: se la cazzata viene scoperta, dare la colpa agli scopritori.

Come spesso accade in contesti di sottosviluppo democratico tipo il nostro, le abitudini dell’apice vengono acriticamente adottate dal pedice. C’è un tipo italiano ad esempio, tale Tommaso Debenedetti, che va in giro a vendere a giornalacci tipo Libero e Il Piccolo alcune sue interviste con personaggini del calibro di Philip Roth, Vidal, Saramago, Amos Oz e Wilbur Smith. Le interviste sono assolutamente inventate. Ad una giornalista del New Yorker che l’ha sgamato e intervistato, ha dichiarato che (tutte) le interviste sono autentiche e che (tutti) gli scrittori le rinnegano solamente per motivi politici.

Finalmente un commento lucido

C’è una sola cosa che mi fa stare peggio dell’ennesima vittoria di Berlusconi: quelli che si lamentano dell’ennesima vittoria di Berlusconi. Che pontificano ex post, individuando spiegazioni e capri. Tra quelli che cercano spiegazioni il peggiore è senz’altro Luca Sofri, convinto che la causa di tutto sia l’antiberlusconismo (con Veltroni, infatti, che neanche ne prononciava il nome, abbiamo vinto di brutto). Tra quelli che cercano capri, invece, il premio della banalità va a Cerasa: la colpa sarebbe del Pd in generale. Chapeau.

La verità è che nessuna persona sana di mente non può non dirsi antiberlusconiana, e ci mancherebbe. E che il piddì, sta volta, c’entra davvero poco.

La verità è che non c’è nulla di cui lamentarsi. Che loro sono fortissimi, quasi imbattibili. Che hanno avuto gli anni, i mezzi e le capacità di mettere in piedi un apparato di potere e propaganda nazionale, regionale, provinciale, comunale, clericale e domestico assolutamente infallibile: fuori dal tuo soggiorno è pieno di cattivi (ma non ti preoccupare, ti proteggiamo noi). L’80% degli italiani percepisce il mondo esterno solo così, come un posto orrendo, terrorizzante, che peggiora di giorno in giorno. La maggiorparte delle persone ha paura. I miei nonni hanno paura. A pranzo mi raccontano di immigrati, droga, stupri, e di chi ha vinto ai pacchi.  I miei nonni e tutti gli altri percepiscono, elaborano, e poi votano di conseguenza.

Il piddì non c’entra nulla, anzi. Questa volta, e in molti posti, sono stati scelti i migliori. Come con Riccardo Illy qualche anno fa: Emma Bonino e Mercedes Bresso, per esempio, sono due persone trasparenti, capaci. Hanno perso per inesistenza, per terrore (venivano definite “il demonio”, le “ammazza bambine” dagli intellettuali del Foglio), perché da noi si votano Beppe Grillo, la sicurezza e la disciplina. Perché in fondo va così dal dopo guerra, da queste parti. Perché agli italiani ci piacciono i ciociari, le Paole Perego e cielle. Perché ci meritiamo le stragi, altro che Alberto Sordi.

I confini della realtà

Come giustamente dice Ferrara, non è che si può andare in giro a sponsorizzare l’uso del preservativo e poi scandalizzarsi se un prete stupra un bambino.

Il senso del controllo che fu prealessandrino

Certe volte faccio molta fatica ad interloquire con i fan di Travaglio, di Pietro, De Magistris e forcaioleria cantante. Il principale ostacolo alla nostra comunicazione riguarda la laicità: io credo, a differenza loro, che i giudici siano uomini. E che perciò esistano anche giudici incompetenti, svogliati, inconsapevoli o più semplicemente scemi. Di conseguenza, una decisione giudiziaria può essere sbagliata, sbrigativa,  inconsapevole, o più semplicemente scema. Sono sicuro che le due pronunce contro Google (questa e questa) faranno riavvicinare i miei amici dell’iddivù alla realtà, e quindi a me. Non perché, naturalmente, sia giusto violare il copyright o fare del pestaggio di un ragazzo autistico uno show. Ma perché ci sono un paio di direttive europee che, prendendo atto dell’impossibilità tecnica di visionare a priori tutti i video che vengono messi on line, vietano l’equiparazione di responsabilità tra Internet Service Provider e giornali. E perché l’Unione Europea ed io crediamo che se tale controllo fosse possibile o obbligatorio, il mondo sarebbe peggiore. Cari amici manettari: David Carl Drummond è il fratello maggiore che non ho mai avuto. Quello che ti parla per la prima volta di sesso, che ti insegna a giocare a basket. Fosse per voi, non potrebbe nemmeno candidarsi al mio consiglio circoscrizionale.

San

A prescindere da cosa si possa pensare su Morgan, adesso: questa storia mi mette addosso una tristezza che neanche. Bastino i nomi, segno dei tempi. Il direttore di Raiuno, Mazza, d’accordo con il il direttore artistico del Festival, Mazzi, assieme al Direttore Generale, Masi, lo escludono da Sanremo. Perché a volte si droga. Io li odio, Mazza, Masi e Mazzi. Sono un Carosello serale andato a male, sono la noia ipocrita dell’incenso, delle ampolline. Qual è il principio di fondo?, che chi si droga è fuori dal panorama artistico (italiano, poi, non messo benissimo)? Che chi si droga non può fare buona musica? E i Beatles e i Rolling Stones e i Nirvana? E il 90% dei musicisti di sempre? Vogliono forse alzare l’asticella, Mazza Masi e Mazzi, che chi va a San Remo, da oggi, deve dimostrare caratura morale, oltre che artistica? Anzi: morale e basta? Vogliono trasformare la canzone italiana in una messa? Sogno un mondo in cui nessun dirigente rai pensa di insegnarmi a vivere. Sogno un mondo in cui se Morgan si droga, giù dal palco, sono problemi suoi. Sogno un mondo in cui “mazzi” mi fa venire in mente i fiori: non raiuno, né don.

Della mia malinconia e dei suoi capelli biondi

Invece che fare domande a cui si risponde con un sì o con un no, i giornalisti dovrebbero chiedere in giro se è possibile conciliare il tema della macelleria generazionale con quello, ben meno attraente, del corpo delle donne. La mia parte di cielo non avrà mai una pensione, ha scoperto prima l’aids e poi l’amore, non conosce un modo di fare politica diverso da quello di B e D’Alema, crede che Muccino sia un regista, Moccia uno scrittore e Mike Buongiorno un eroe. Tutto ciò non è nulla, comunque, se paragonato alla visione di Lorella Cuccarini sfigurata e riempita di botox come un bigné. Lorella quella di paperissima. Lorella quella delle cucine. Lorella che non scopriva mai un centimetro di troppo. Lorella la sorella, maggiore. Il mio lattaio dice che Marco Columbro ha aperto un centro meditativo buddista sugli appennini. Pregherei chi di competenza di risparmiarci almeno quello.

Il declino della civiltà occidentale

Non che qui si sia soliti a fare morali. Soprattutto in materia di corpi, intendo, che ognuno si tenga il suo e ne faccia quel che vuole.

Eppure al di là delle considerazioni politiche, naturalmente libertarie, da un punto di vista personale mi sento molto frustrato e anche un po’ in colpa per i livelli di declino ai quali siamo giunti quando parliamo, vediamo o mostriamo il corpo delle donne. C’è un filmato che gira, di cui avevamo già parlato tempo fa, che mi fa sentire male. Io non credo che si tratti di solo di prevaricazione maschile: è senz’altro iniziata così, ma buona parte della colpa è delle donne. Delle madri che portano le figlie ai provini, non solo di Boncompagni che se le prova dopo cena.

Non credo neanche che la situazione sia dovuta ad un mercato senza etica, come molti dicono. E’ dovuta, invece, all’assenza di mercato. La proposizione di tette bagnate in ogni ora del giorno è una violenza del non-mercato televisivo italiano. Nessuno ne ha realmente bisogno. Sono finiti i tempi di Colpo Grosso e delle pubblicità dei telefoni erotici su Antenna 3: chiunque cerca tette e culi, oggi, usa il porno gratis in internet. C’è invece un’ampia fetta di consumatori che vorrebbe programmi assolutamente introvabili sulla tv generalista: c’è una domanda insoddisfatta e questo in un mercato sano non esiste.

Tutto ciò per dire che questa mattina, alle 8.50 su rai1, che voi che pagate il canone mantenete, Michele Cucuzza e una bionda hanno fatto eseguire in diretta un intervento chirurgico su una donna poco più che quarantenne, riempendole la faccia di botulino. Lei era bellissima, prima. Loro ne parlavano come se si fosse trattato di una messa in piega. Io stavo facendo colazione.

No, cioè, sì, insomma

Non è odioso il fatto che la trasmissione sia stata soppressa per dare spazio a Carlo Pastore,

(oddio)

no, effettivamente è odioso, ma non è questo il punto.

Berlino

Al di là della fitta coltre di neve sotto la quale si è risvegliata oggi, questo posto mi sta facendo seriamente pensare al rapporto tra un popolo collettivamente felice e delle strade in cui ogni tre vetrine di abbigliamento c’è una galleria d’arte.