Di democrazia e isolamento

Le elezioni sono l’apoteosi dei miei problemi con il senso di appartenenza.

Quando ci sono le elezioni non sono innervosito dai vincitori, chiunque essi siano, né straziato dai perdenti. Non sono nauseato dal linguaggio, amo quasi quella retorica scontata da serie tv sudamericana. Tutto questo va bene. Il problema sono io. Io non condivido nulla con la mia gente, non riesco a coinvolgermi. Io non capisco la campagna elettorale, l’entusiasmo, i programmi. Non ho esperienza dei problemi veri, nonostante ne sia pieno. Non mi emoziono allo stesso modo delle persone che mi stanno attorno, e dio sa quanto ci provo. C’è un mondo straordinario lì fuori e io lo ignoro. Non è deprecabile il mio popolo, lo sono io in quanto altro da lui. La maggioranza è una benedizione e io ho sempre voluto farne parte.

A differenza di quanto scrivono gli stranieri e gli italiani all’estero, gli italiani in Italia sono un grande popolo. La brutta giornata di oggi non è imputabile a loro. E’ tutta colpa mia. Tutte le elezioni sono terribili, da sempre. La profonda tristezza che provo è solo una conseguenza logica dell’isolamento. La politica è la continuazione della mia solitudine con altri mezzi.

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Il miglior Sanremo di sempre

Noi uomini di fede flebile temevamo. Temevamo Fazio e la comica torinese, temevamo l’assenza di prospettiva. Temevamo un Sanremo violato e brutalizzato dalle Concite de Gregorio e da quello che dovremmo essere. Ci atterriva l’idea di comici che non fanno ridere da Mai Dire Gol ’96 sopra il palco sacro, a vomitare ovvietà aspettando l’applauso dei sepolcri imbiancati in platea.

Non è andata così. Sanremo è più forte di Fazio e di Repubblica. Sanremo è più forte di Torino, come città e come come categoria dell’anima. Una volta evocato, Sanremo arde di fuoco proprio, folle e incomunicabile.

Le giacche di tweet e le ciglia inarcate hanno provato a ridurlo a cena sociale di Sant’Egidio. Cantanti troppo giovani, canzoni troppo nuove, palco troppo dinamico, centralità decontestualizzata delle minoranze. La buona notizia è che non ce l’hanno fatta, almeno per ora. Sanremo è Sanremo perché prima o poi la sua psichedelia destruttura la loro idea del lineare con una facilità sorprendente, naturale. Prima o poi canta Maria Nazionale. Prima o poi compare non si sa da dove e per quale ragione l’Armata Rossa. Prima o poi arriva Toto Cutugno che, da avanguardia qual è, si lancia in un’apologia dell’URSS e dice a un calciatore nero “lo sai che ce n’è un altro come te, in Italia?“.

Fazio, Serra, Torino, Lilli, Concita: mettetevi il cuore in pace. Sanremo è Sanremo e così sempre sarà nonostante il vostro inchiostro e le vostre lingue pulite perché, a differenza vostra, Sanremo è.

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La grazia

Il quasi paso doble che ha fatto da sottofondo all’inizio della trasmissione di Santoro, l’altro giorno, faceva presagire un programma sull’essere, sul bene e sul male. Nessuna parola dolce, nessuna parola amara: solo parole d’amore. Lo spettacolo è stato un po’ diverso, ma non meno significativo.

Dopo aver avuto 15 anni per prepararsi al rito, Santoro, Travaglio e la Costamagna si sono rivelati per quello che sono sempre stati: incapaci di ironia e di concentrazione, pessimi strateghi, il peggio dell’informazione italiana. Giulia Innocenzi è bellissima. Anche Berlusconi ha mostrato la sua vera natura: contando sull’empatia che anche il peggior lettore del Fatto prova per chi è solo contro tutti, si è trasformato in meno di venti minuti nell’amico che ho sempre voluto avere quando sono depresso, cioè spesso.

Non so se Berlusconi è una persona malvagia. Per tutto il tempo della trasmissione, però, ho creduto che i malvagi fossero gli altri, cioè noi. Durante Servizio Pubblico ho dimenticato tutto quello che lui ha fatto e non fatto. Ho dimenticato i riferimenti sessuali a Eluana, le commistioni con la meglio gioventù e la peggio vecchiaia, la devastazione di scuola ed economia, la libertà mutilata del dissenso interno ed esterno. Nell’assistere alla danza tra bene e male, i confini si sono via via sfumati fino a confondersi. Quando già ero ebbro di pietà, l’unica cosa che riuscivo a intravedere era la nullità umana e culturale della parte che parlava in nostra rappresentazione.

L’approccio alla corrida è un fatto personale. E’ personale anche l’approccio alla morte e alla politica, che sono la stessa cosa. Nell’arena sbigottita dell’altro giorno, Berlusconi è riuscito a sembrare non solo il migliore degli avversari, ma migliore in generale. Dimostrandosi estraneo all’isteria, alla frustrazione e a un’idea di verità troppo urlata per essere giusta, Berlusconi si è redento. Tutto, d’un tratto, è sembrato chiaro e ogni appassionato consapevole ha capito che la ragione vera di questi anni non è il Berlusconi che c’è in noi, ma il noi che non c’è in lui.

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Sull’erba

Per oltre dieci anni, la notte, ho sognato Berlusconi. Non sempre, ma spesso. Sognavo situazioni bucoliche. Un pic-nic lungo un fiume, una colazione con i miei zii. E lui. Lui, dismessi i vestiti ufficiali, seduto sull’erba, conversava amabilmente con tutti e che alla fine mi si rivolgeva con un sorriso tranquillo. Mi appoggiava una mano sulla spalla e mi parlava di calcio. Quel sorriso tranquillo mi faceva sentire sicuro e meno solo. Senza che me lo chiedesse, alla fine dei nostri discorsi gli giuravo fedeltà politica eterna. Stavo bene e il risveglio aveva il sapore acre di una fucilata.

Non ho mai sognato una persona che ho votato, ma l’altra sera ho sognato Mario Monti. Eravamo in piedi, in posizione scomoda. Lui vestito di grigio, io con dei boxer a quadri presi da Tezenis e una maglietta a maniche corte. Mario parlava con altre persone molto meno importanti di me ma meglio disposte nell’aspetto. Poi l’ho guardato, Mario. Anche lui ha guardato verso di me, anche lui mi ha sorriso, anche lui parlava, ma non mi ha visto. Parlava a un altro. Guardava oltre. Ero trasparente tipo una sedia di Kartell, tipo me.

Berlusconi con ogni probabilità è l’anticristo. Il suo ritorno coinciderà con la disgregazione degli stati così come li conosciamo e con un periodo di miseria, terrore e morte che continuerà anche dopo di lui. Emigreremo a milioni verso la Libia. Vivremo grazie a cibo in scatola paracadutato da aerei della croce rossa danese. Tutto questo mi preoccupa fino a un certo punto. Per quanto mi riguarda, il vero problema è che io sono una cattiva persona. E quella solitudine che solo lui sapeva spazzare via, sono convinto, me la merito tutta.

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Sconcerti non esiste

Per il dissolvimento degli stati nazionali. Una volta i confini venivano usati per giustificare le guerre. Francia contro Austria, Germania contro Polonia, Italia contro Trieste e avanti così. Ora che le guerre non si fanno più, l’unica giustificazione razionale dei confini sono le competizioni internazionali di calcio.

La geopolitica è ironia. Per ironia, il calcio è anche la rappresentazione teatrale che più di tutte irride la sovranità nazionale. Gli stadi sono territori sottratti alla giurisdizione italiana, ad esempio. Nelle aule di giurisprudenza si insegna che nei moderni stati occidentali il monopolio della violenza è conferito per legge allo stato. Quello che è successo a Delio Rossi dimostra che la giurisdizione italiana e la Digos non hanno nessun monopolio con riferimento alla violenza di un uomo giusto. Questo è un bene.

E’ giusto che Delio Rossi le abbia suonate a quel fighetto che gli insultava il figlio per una sostituzione (giusta, peraltro). Che questo sia avvenuto davanti o dietro le telecamente poco importa. La violenza dovuta a solitudine e tristezza è sempre giustificabile. Delio Rossi venga riconosciuto a livello internazionale come un filosofo, come un eroe della patria. A lui si dedichino statue, piazze e un blog che parla di comunicazione. Siccome la patria non esiste, Delio Rossi venga riconosciuto almeno come un uomo libero, come colui che ha portato alla perfezione un ruolo di educatore che va ben oltre quello di semplice commissario tecnico. Si ignori Sconcerti e ci si inchini all’unico esempio al mondo di commissario Tekné.

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Della grave assenza di disapprovazione natalizia

Nessuno ha notato che quest’anno è mancato un elemento nei natali scorsi sempre presente: il Lamento del Prete. Ogni anno, al sopraggiungere del natale, un prete sale sul pulpito di varietà come il TG1 o il TG3 e, pieno di finto livore e cattive intenzioni, tuona contro il consumismo. Perché natale è la nascita del Cristo, non un’occasione per comprare l’ultimo sgabello di Philip Stark. Perché bisogna concentrarsi sull’amore di dio, a natale, non sul colore degli ultimi pigmenti Mac.

Quest’anno, invece, niente Lamento del Prete. La Chiesa tace sugli orrori della libertà economica. Questo mi destabilizza. Che sia la crisi? Che i preti temano gli strali dei loro colleghi commercianti, già messi mica tanto bene? Che sia l’Ici? Che i ghost writer dei preti siano tutti occupati a giustificare l’evasione totale degli ultimi 60 anni? Che sia il governo Monti? Con quei loden che avvolgono, giustificano e salvano tutto e tutti?

Lo shopping è un atto sessuale: è svuotato di colore, se reso libero da ogni disapprovazione.  I commercianti di Montenapoleone sono in subbuglio: gli esprimo viva solidarietà. Il mio panettone di Ranieri mi sembra un Bauli, senza senso di colpa. Privato del pensiero dell’Africa, uno regala libri di Benedetta Parodi e poi finisce a letto con un proprio parente.

Caro Babbo Natale, tu sei la nostra unica speranza. Riprepara la slitta, avvisa le renne. Rimettiti quel vestito da Gabibbo in crack e rifatti un altro giro quaggiù. Portaci un Carlo Maria Martini, furente e avvilente come ai vecchi tempi. Babbo Natale, in tempo di crisi bisogna fare sacrifici ed essere altruisti: anche se il tuo turno è andato, noi magari per la Befana ce la si fa, a sentirsi almeno un po’ stronzi.

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Dell’esame di avvocato e di altre forme di waterboarding

Assieme allo smog di Milano e alla mia solitudine, il problema più grave del Paese sono i vecchi. Non i vecchi vecchi tipo i nonni, intendo i mezzivecchi, tipo 70 anni. Quelli che sono al potere. Tanti la chiamano questione generazionale e propongono soluzioni accomodanti. Io lo chiamo disagio.

I vecchi sono un danno. Nel mio lavoro, i vecchi hanno inventato una cosa che si chiama “esame di avvocato”. Consiste nel deportare decine di migliaia di giovani all’anno in capannoni troppo freddi o troppo caldi, inondarli con senso d’impotenza e fargli scrivere tre documenti in condizioni che nella vita reale non esistono (senza il computer e senza internet, per esempio; o con donne incinta che piangono e recitano rosari; o con degli sbirri che non ti lasciano andare a pisciare).

Poi i vecchi rideportano i giovani da dove sono venuti e, sorseggiando Vermut, decidono se i documenti scritti dai giovani vanno bene o no. Dopo 7, 8, 9 mesi i vecchi comunicano ai giovani il loro giudizio spesso influenzato dal Vermut e decidono se i giovani devono ripetere la deportazione o se possono cominciare a diventare vecchi. Si inizia a diventare vecchi perdendo un’estate a studiare materie come diritto ecclesiastico e sostenendo un esame orale svolto in condizioni che nella vita reale non esistono: tutto si svolge in un’aula di tribunale e la sentenza arriva subito.

La totale assenza di bellezza, prima che di giustizia, di questo processo causa nei giovani una grave depressione, li peggiora. Dopo la deportazione e il superamento dell’orale, molti nonpiùgiovani  iniziano a sostenerne l’opportunità.

Soffocati nelle loro regimental, i nonpiùgiovani iniziano a sostenere che la deportazione sia giusta perché (i) siamo già in troppi, non c’è lavoro;  (ii) la difesa è un valore costituzionale, gli avvocati non sono commercianti.

Nonpiùgiovani che avete superato l’esame: (i) siamo già così tanti che rimarremo troppi per i prossimi 80 anni anche se da domani non diventasse avvocato più nessuno; (ii) la difesa è un valore costituzionale e noi siamo in un mercato, che è un valore costituzionale (e poi basta con ‘sta costituzione, davvero).

Nonpiùgiovani, almeno voi, ricordate i tempi della bellezza. Ricordate i tempi in cui tutto era semplicità e emozione. Aboliamo l’ordine degli avvocati. Aboliamo tutte le corporazioni. Aboliamo l’esame di avvocato, di giornalista, di architetto, di igienista dentale. Aboliamo le regimental, e facciamo decidere al mercato (soolo al mercaato) chi può fare questo lavoro e chi no.

Se non ci sono abbastanza divorzi, cambieremo lavoro. Avremo meno avvocati e più tempo per fare l’amore. Questo causerà più divorzi e rendera il mondo un posto migliore. Equilibrio karmico, dolcezza liquida. Riprendiamoci le estati e i dicembri. Se non ora, quando?

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Passione. E la forza della lucidità.

La sovranità non esiste. E’ una di quelle balle che raccontano gli internazionalisti e i positivisti agli studenti di giurisprudenza dei primi anni. La vita degli Stati è fatta di interdipendenze. Anche quella delle persone.

Io vorrei essere dominato in modo interdipendente dall’Inghilterra. Questo mi permetterebbe di avere amici che studiano alla Bicocca e non a Cambridge. Potrei andarli a trovare in metro e non con dei costosi e scomodi carri bestiame Ryanair. Permetterebbe anche di ascoltare musica italiana tipo i Beatles e i Kings of Convenience: qualsiasi premier inglese vieterebbe Ligabue e i Linea 77, contrari alla dignità della Corona. Infine, potrei vedere in prima serata serie italiane tipo i Misfits.

Le serie tv sono la moderna letteratura. I Misfits sembra scritta da Bukowski, con punte di Murakami e Stuart Mill. Racconta di quattro sottoproletari inglesi dotati di poteri da supereroe e condannati ai servizi sociali. Veri protagonisti sono due di questi. Uno senza soldi e con dei riccioli simili ai miei quando non avevo iniziato a lavorare. Un’altra è un’enorme, orrenda tamarra londinese che dice le parolacce e adora fare l’amore con gli animali. Sono alla terza serie e non è ancora stata pronunciata la parola “amore”.

Nell’Italia sovrana il ricciolino sarebbe costante bersaglio delle prediche del defunto Alberoni e la tamarra non andrebbe oltre una comparsata come donna delle pulizie. Nell’Italia interdipendente avrei degli amici a portata di tram. Ci incontreremmo, la sera, a bere scotch e a discutere dello spessore politico di Nathan e Kelly, veri baluardi del liberalismo occidentale.

Liberaci, o Regina, dagli internazionalisti e dai professori di diritto civile, da Cinecittà e da Rai Cinema. Rivelaci la dolcezza della dominazione straniera e l’orrore del nesso tra territorio e un governo che non sia il Tuo. Mostraci, con la tua infinita eleganza, la differenza tra mod e moda. E a chi non Ti segue, che Beppe Fiorello lo colga.

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Milanese, innamorarsi in metro è bellissimo

I milanesi sono tutti divisi in parti tre. La prima parte è quella dei party, dei sarty e del “che fai il week end, parti?”. La seconda parte parteggia per l’inter, vota assessori che fanno i capricci e poi dicono “non è colpa mia, sono un architetto” e comprano costosti tweed di marca a poco costosi outlet di marca. La terza parte è la seconda, ma tifa milan. Tutte e tre queste parti protestano perché Giuliano vuole mettere una tassa sul traffico.

Io odio l’ambiente. Non credo all’effetto serra, non considero un problema andare a caccia, fare e vestire pelliccie, eliminare i cani randagi pericolosi, allevare grandi quantità di animali in piccoli spazi, uccidere gli animali in genere, se per uno scopo sensato (come mangiare, vestirsi o compiere sacrifici ad Apollo).

Io odio l’ambiente, però di Milano, che è pure la mia città, odio ancora di più l’aria che sa di carburatore, l’acqua che puzza, i capelli sporchi di smog 10 minuti dopo la doccia e l’odore delle mani dopo una passeggiata in centro. E il rumore. Anche e soprattutto, di Milano non sopporto il rumore.

Giuliano, in questi giorni ho capito che non verrai mai più rieletto: il milanese non ti vota, se gli tocchi l’idrocarburo. Vai sereno, quindi. Vai e fai quello che devi fare. Quello che deve fare qualsiasi forza politica moderna e sensata. Fai piste ciclabili. Tassa gli inquinatori. Implementa il trasporto pubblico. Riduci i parcheggi. Multa chi sosta in doppia fila. Rendi la vita impossibile agli atomobilisti. E’ per questo che ti ho votato, Giuliano. Per épater e per faire moi respirer.

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Canzone dell’amore estasiato

Cara Valentina, il tempo fa il suo dovere e le cose sono molto migliorate.

Non so se hai notato, ma il criminale Alberoni non scrive più sul Corriere. Gli è scaduto il contratto e non gliel’hanno rinnovato. Niente più paternali scontate e noia liquida il lunedì mattina. Non da lui. Anche Berlusconi non c’è più, e per almeno un anno e mezzo vivremo in un Paese governato da massoni illuminati. Non avrei saputo sperare di meglio. Giuliano, poi, sta liberando Milano. Vuole mettere una supertassa sul traffico. In centro e in periferia, tra un po’ potremo portarci a pascolare le nostre caprette, prima di offrirle in sacrificio a un dio pagano qualsiasi. Proporrei Mario Balotelli.

Cara Valentina, il tempo fa il suo dovere e viviamo nel mondo migliore possibile. Hai ragione tu. Bisogna fare l’amore, procreare, sperare, arrabbiarsi, innamorarsi, rimanere innamorati, disinnamorarsi e lasciarsi estasiare dall’estesica superiore del nuovo proletariato che guarda Fox Crime. Ancora un passo, bisogna fare. Solo uno, verso la semplicità. Ora che ci sono i presupposti, creiamo assieme un mondo in cui “tecnico” significa “idraulico” e “politico” solo un brutto ricordo.

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A nanna, adesso

Saranno i vent’anni di potere incontrastato. Sarà che mi sembravano immortali. Sarà la loro sopravvalutazione continua, anche da parte mia, che da bravo cristiano amo i miei nemici allo spasmo. Saranno i danni fatti a livello internazionale. Oppure le abitudini sessuali bizzarre. O il loro odiare la libertà. Sarà quel vanto, ostentato, di costituire fattori di sottosviluppo. O quella loro abitudine a circondarsi di collaboratori furbi e impresentabili. Sarà il male, banale e geniale. Sarà la loro compagnia.

Nei giorni strani in cui Wojtyla e Berlusconi se ne sono andati, ho provato la stessa cosa: niente.

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Per un’Unione Panellenica

Ho passato più della metà delle cene della mia vita a spiegare ai miei amici perché leggo Il Foglio di Giuliano Ferrara. Non devo esserci riuscito molto. Non ho più amici e non vengo invitato a una cena da almeno 2 anni.

Coerenza e mentalità. Coerenza: vista l’assenza di cene, ho ancora più tempo per leggere Il Foglio. Mentalità: Ferrara è una persona interessante, e asseme a molte cose sbagliate dice e fa cose interessanti. E’ stato l’unico, ad esempio, a indignarsi contro la supponenza dei francesi, che non è poco. Ferrara dice anche che l’Europa ha torto.

Ferrara ha ragione. Da quasi tre giorni sono passato anch’io dall’estremismo europeista dello studente erasmus a un antieuropeismo che neanche De Gaulle. Il motivo è la Francia, ma non solo. Il motivo è quello che la Francia ha fatto alla Grecia. Al popolo greco. Che sarà anche in crisi, e quindi? Che avrà anche truccato i bilanci, ma allora? Possono dei bilanci giustificare limitazioni di sovranità del popolo che ha inventato l’occidente, i greci, a favore di un Paese in cui l’espressione più utilizzata è “o-la-la”? Basta un bilancio a legittimare le minacce razziste verso un Paese a cui dobbiamo tutto? La prima cosa quando vedo Sarkozi sorridere di scherno è forse il termine “bilancio”?

L’Europa non ha più senso. Non ne avrebbe, certo, senza la Grecia. Ma non ne ha comunque perché qualcuno ha osato pensare di lasciare indietro la Grecia, invece di liberarsi del razzismo e della supponenza dei gallici.

Nella legge di stabilità si stabilisca l’uscita dell’Italia da questa cozzaglia di burocrati senza cuore chiamata Europa. Poi si sequestri il nano d’oltralpe e lo si rechi a Capo Sounion ( Άκρον Σούνιον), appena a sud di Atene, dove Egeo si gettò nel mare dopo aver scorto, all’orizzonte, il colore scuro delle vele di Teseo di ritorno da Creta. Lì, su una rupe molto alta, sorge il tempio di Poseidone.

“Mar Sarkozì” non suona poi tanto bene, ma ci sono diversi altri vantaggi.

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Del 308 e della mia infinita tristezza

Davvero finisce tutto così? Con Gabriella Carlucci che chiude il sipario con la sua bocca finta e triste increspata in una smorfia di convenienza e rassegnazione, senza neanche aspettare l’ultimo applauso, senza neanche l’ultima risata mandata dalla regia? Davvero gli ultimi 20 anni della vita politica di questo Paese, la mia infanzia politica, la mia adolescenza politica e la mia vita politica adulta si sgonfiano come un pallone arancione Supertele? Davvero, senza neanche far rumore?

Nessuno, ti giuro, nessuno sarebbe stato in grado di scrivere una storia come quella politica di Silvio Berlusconi. Una storia pazzesca, imprevedibile, squallida e indistruttibile. Con lui che ne fa di ogni, ogni giorno, ogni ora. Con lui che alza ogni asticella immaginabile a livelli che neanche pensavo possibili. Con lui che mina qualsiasi cosa: equilibri personali, economici, istituzionali e, per fortuna, morali. Con tutto il mondo e metà Italia che lo vuole finito di morte violenta, quando va bene. Con l’eccezione che diventa regola, con i preti che difendono orgie con minorenni, con gli ex comunisti che acclamano i vescovi, con confindustria contro un imprenditore, con la destra che alza le tasse.

Dopo tutto questo, davvero finisce così, in silenzio? Senza un Tribunale o una sede della Corte costituzionale che scoppia in aria? Senza un meteorite che devasta il Parlamento? Davvero finisce tutto con un rendiconto dello stato, e neanche un Gavrilo Princip per chiacchierar?

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Amare Giulio, quando fa così

Siamo sdegnati e preoccupati per le iniziative di cui abbiamo appreso in queste ore, di supposte liberalizzazioni che si vorrebbero introdurre artatamente nella manovra. E’ scorretto il metodo e tanto più il merito: tali norme minerebbero la difesa tecnica e provocherebbero la demolizione del sistema ordinistico e del controllo deontologico, a scapito dei cittadini e dei professionisti più giovani che sarebbero mandati allo sbaraglio in un mercato saturo e senza sbocchi effettivi,

tuona il Consiglio Nazionale Forense.

Il Consiglio Nazionale di Parolecomplicate si dice commosso dall’attenzione dimostrata nei confronti dei giovani professionisti dal CNF. Tale prestigiosa assemblea, dopo aver promosso una riforma della professione forense rispetto alla quale le gilde d’altissimo medioevo sembrano tutte Istituti Bruno Leoni, ancora una volta si rende protagonista della vita pubblica ed economica italiana per il suo progressismo liberale e disinteressato.

I membri del Consiglio Nazionale di Parolecomplicate giurano altresì sul Codice Deontologico che voteranno centrodestra alle prossime elezioni, sol che la manovra economica in discussione al Parlamento riesca a mantenere le norme anticorporative oggetto degli strali del CNF e, non si capisce come, anche della liberalissima gilda dei tassisti.

E valga il vero.

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Combinato indisposto

Post per giuristi.

La proprietà è il diritto di godere e disporre di una cosa in modo pieno ed esclusivo. Se sono proprietario di una mela, ne posso godere (mmh) e disporre come e quando voglio. Se ho un corpo, come normalmente accade, ne sono proprietario. Posso goderne (mmh) e posso disporne, pur se con alcuni limiti, in modo pieno ed esclusivo.

Da ieri non sono più proprietario del mio corpo. Mi è stato sequestrato preventivamente da un gruppo di analfabeti, per far piacere ai preti. Il mio corpo verrà martoriato, imbottito di droghe e sondini.  Verrà stremato, a prescindere dalle sue condizioni, finché le macchine riuscirranno a far andare su e giù i miei polmoni, almeno un po’. Finché qualche persona senza cuore dirà alla stampa che posso ancora procreare. Da ieri non sono più libero di partire in pace, nonostante il dolore, neanche dopo anni di coma. Deciderà il medico, per me, anche se in vita ho detto il contrario.

Questa legge  non mette in discussione la proprietà (è davvero di destra, fascista, come mai potrebbe?), anzi: parte solo da un presupposto diverso in punto di titolarità. Io non sono più proprietario del mio corpo perché, come noto, il proprietario di tutti i corpi del mondo è dio. Cioè un alieno che 4.000 anni fa, secondo le ultime stime, ha creato questo mondo per ripicca nei confronti di due tizi che rubavano frutta. Essendo suo, il (mio) corpo, decide lui. O, per intercessione, il medico che avrà la sfiga di curare il suo corpo (nel senso di mio) quando sarò per le ultime.

Con una legge di qualche anno fa, il gruppo di analfabeti che ieri ha sequestrato il mio corpo ha anche ampliato le maglie della leggittima difesa, definendo come lecito l’uso un’arma al fine di difendere “i beni propri o altrui, quando non vi è desistenza e vi è pericolo d’aggressione“.

Immagino che riempirmi a forza il corpo di tubi possa essere considerata un’aggressione. Immagino che, in quanto possessore del (mio) corpo di dio da almeno 28 anni, una qualche usucapione debba pur essere scattata.

Attenti.

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Che il mar si muove appena

Libertà: ti ho vista dormire negli ultimi vent’anni. Non fai neanche in tempo a risvegliarti (con Giuliano e tutto il resto) che vieni subito soffocata dall’olezzo di incenso, l’orrenda puzza della sagrestia e dei sensi di colpa. Non parlo, Libertà, della nomina dell’arcielle Scola (non hanno nessun potere su di te, quelli lì): il fuoco che fa più male è quello che arriva dalla parte amica.

La prima cosa che è successa, Libertà, è un mezzo casino per un manifesto politico. Un manifesto in cui una folata d’aria alza una gonna anni ’60, rosa, bellissima, ad una ragazza bellissima pure lei. Slogan: “Il vento è cambiato”. Le femministe, aizzate dal Corriere, dicono che è un manifesto da Berlusconi. Che il corpo delle donne. Che, insomma, vergogna! Che l’utero è loro. Che ci mancherebbe.

La seconda cosa, Libertà, è un incontro tra te e una ragazza pisana. Che, da toscana (ah, benedetta toscana), ha pensato di girare un porno. Questa ragazza, prima di incontrare te, si era iscritta ad un partito, lo stesso del manifesto del vento. Succede così che alcuni del partito, aizzati dalle femministe, a loro volta aizzate dal Corriere, dicono che è una cosa degna di Berlusconi. Che il corpo della donna. Che, insomma, vergogna! Che l’utero (anche quello della pisana) è loro. Che ci mancherebbe.

Libertà, non lo so che succede in questo posto strano, dove chi dovrebbe farti danzare veste i panni scuri di Torquemada e chi dovrebbe star ricurvo sui messali organizza riti orgiastici.

Libertà, diglielo tu a quelli del partito: che se non c’è spazio per le gonne alzate e per l’amore libero, tanto valeva riposare ancora un po’.

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We are the mods

Povera patria. Un amico mi ha concesso in comodato d’uso il suo abbonamento all’Economist per iPad, che lui non ha. Proprio ieri che avevo un attimo libero mi sono letto gli ultimi numeri. Su uno compare il presidente del consiglio italiano, seduto su una sedia bianca. Il titolo è “The man who screwed an entire Country”. In Italia l’hanno tradotto “che ha fregato”, mentre se non ricordo male “to screw” significa “fottere”. Cioè “che ha fottuto”. Una bella differenza.

La tesi è stata accolta con giubilo da tutti i giornali nazionali. E’ partita la macchina del fango, il tritacarne mediatico, questa volta rivolto verso an entire Country, noi. Quello che sfugge a chi posta la prima pagina dell’Economist su facebook è che se c’è uno che ha fottuto, ci sono anche gli altri che si sono lasciati fottere: noi. Che gli italiani siano fottuti è un’idea semplicistica, che non tiene conto di un sacco di sfumature e che si basa sulla pretesa superiorità morale degli inglesi. Che noi, incredibilmente, assecondiamo. Gli inglesi, con quella prima pagina, colpiscono Berlusconi per colpire gli italiani. Gli inglesi, con questi loro giornali democratici, pensano di essere gli unici depositari della verità. Pensano di vivere in un sistema perfetto, loro. Pensano di poter insegnare agli altri Paesi del mondo come governarsi.  Pensano di essere il popolo migliore del mondo. Hanno ragione.

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Referendum complicati

Grazie a tutti per il dibattito politico, sociale, culturale e morale sulla questione acqua di cui al post  qui sotto. Grazie delle mail e delle cene, grazie delle letterine che ci sono arrivate e dei messaggi su facebook.

Quanto alla redazione, qui, abbiamo pensato molto. Decisivo è stato questo post segnalato dal nostro caro Baotzebao. Spiega, in modo molto concreto e liberale  (per dire la qualità argomentativa, parla anche lui di Caltagirone), che la creazione di un vero mercato nel settore della fornitura idrica non ha più possibilità di quelle che ha l’Udinese di vincere la prossima Champions (cosa non possibile né auspicabile).

Sì a tutti e 4, insomma (e a tutti e 9, se uno vive a Milano. Anche se l’effetto serra non esiste, l’ha inventato Lifegate Radio).

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Dell’acqua e della mia diffidenza

Giuliano, l’altra sera in quella Piazza Duomo da mille e una notte mi hai chiesto di andare a votare per il referendum. Io pensavo di non andarci, ma se me lo chiedi tu ci vado. Mi hai chiesto anche di votare quattro sì. Io pensavo di non andarci, ma anche se me lo chiedi tu ci penso un attimo.

I quattro quesiti del referendum, Giuliano, riguardano cose molto diverse. Quello per abolire il legittimo impedimento merita un sì netto: le leggi si fanno per tutti, non per qualcuno. Lì ti seguo a ruota. Ti seguo anche su quello contro il nucleare: se fosse opportuno farlo, bisognava farlo 30 anni fa, non ora che possiamo sperare in qualcosa di meglio.

Quanto alle domande sull’acqua, Giuliano, non so. A me che sono un relativista la propaganda per slogan puzza un po’. L’acqua deve rimanere pubblica, mi dicono. Ma non è che adesso l’acqua non si paga. L’acqua non deve avere prezzi di mercato, mi dicono. Ma non è che adesso il prezzo lo fa la Caritas, mi sembra dalla bolletta. Io credo, Giuliano, che quanto viene gestito dal pubblico in Italia sia tutto lasciato un po’ a sé stesso. Tubature che perdono, cloro che neanche alla piscina comunale, anguille che mi escono dal lavandino della cucina. Credo che invece legare la manutenzione degli impianti idrici ad interessi economici privati possa migliorare la situazione. Se la tubatura perde, chi mi dà l’acqua perde denaro. E quindi ha interesse a ripararla. Se l’acqua che mi arriva non è buona, me la faccio dare da un altro.

L’unico problema, Giuliano, è che in Italia non conosciamo il significato del termine “privatizzazione”. Ho paura che i “privati” che mi porteranno l’acqua saranno mezzi pubblici. Ho paura di un processo di selezione politica. Ho paura che avremo, come sempre, gli svantaggi della gestione statale uniti alle angherie delle regole di mercato.

In America, Giuliano, è diverso. Lì sì che l’acqua se la curano davvero, i privati. Lì sì che mettono il fuel of interest on the fire of shareholders. Pensa a quanto mi avvilisco, Giuliano, se qui il fuel of interest lo mettiamo on the fire of Caltagirone.

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Riaccendere le luci

Non è facile per uno straniero avere un rapporto non drammatico con Milano. Io, ad esempio, ho un rapporto abbastanza drammatico con Milano.  Non è facile per un liberale avere un rapporto non drammatico con la sinistra. Io, ad esempio, ho un rapporto abbastanza drammatico con la sinistra, ma peggio con la destra.

Questi due problemi sono stati risolti ieri da Giuliano Liberamilano Pisapia, che in un’intervista commovente sul Post parla dei dieci luoghi di Milano a cui lui è affezionato. Lo spirito è il contrario del decalogo di Saviamo. Perché Giuliano è una persona buona. E’ popolare. E’ dolcissimo. Ha visione di insieme. Perché quando lui sorride sembra mio padre, con quegli occhi pieni di umiltà e comprensione. Come mio padre, poi, lui mi dà un sacco di speranza: la lista dei 10 posti di Milano a cui sono affezionato, oggi, si ferma al Frizzi & Lazzi.

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