Tre regole per una proficua collaborazione democratica con i pentastellati

Regola n. 1: “Dire la verità”

Non pare bene aver sputtanato i pentastellati per gli ultimi 5 anni e, ora che servono, ritenere le loro idee abbastanza ragionevoli e condivisibili. Anche ora che servono, il piddì deve continuare a considerare questo gruppo di persone per quello che è, e cioè degli incompetenti invasati di tecnologie che nemmeno conoscono, degli irresponsabili che si riempiono la bocca con idee patetiche e del tutto irragionevoli, degli irrogatori di vuoto culturale e politico.

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Il miglior Sanremo di sempre

Noi uomini di fede flebile temevamo. Temevamo Fazio e la comica torinese, temevamo l’assenza di prospettiva. Temevamo un Sanremo violato e brutalizzato dalle Concite de Gregorio e da quello che dovremmo essere. Ci atterriva l’idea di comici che non fanno ridere da Mai Dire Gol ’96 sopra il palco sacro, a vomitare ovvietà aspettando l’applauso dei sepolcri imbiancati in platea.

Non è andata così. Sanremo è più forte di Fazio e di Repubblica. Sanremo è più forte di Torino, come città e come come categoria dell’anima. Una volta evocato, Sanremo arde di fuoco proprio, folle e incomunicabile.

Le giacche di tweet e le ciglia inarcate hanno provato a ridurlo a cena sociale di Sant’Egidio. Cantanti troppo giovani, canzoni troppo nuove, palco troppo dinamico, centralità decontestualizzata delle minoranze. La buona notizia è che non ce l’hanno fatta, almeno per ora. Sanremo è Sanremo perché prima o poi la sua psichedelia destruttura la loro idea del lineare con una facilità sorprendente, naturale. Prima o poi canta Maria Nazionale. Prima o poi compare non si sa da dove e per quale ragione l’Armata Rossa. Prima o poi arriva Toto Cutugno che, da avanguardia qual è, si lancia in un’apologia dell’URSS e dice a un calciatore nero “lo sai che ce n’è un altro come te, in Italia?“.

Fazio, Serra, Torino, Lilli, Concita: mettetevi il cuore in pace. Sanremo è Sanremo e così sempre sarà nonostante il vostro inchiostro e le vostre lingue pulite perché, a differenza vostra, Sanremo è.

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Ti amo, Emilia

Le tasse sono terribili, la spesa pubblica è terribile, ma Stella e Rizzo sono ancora più terribili.

Stella e Rizzo non hanno un corpo. Dopo un milione di ospitate in tivvù, nessuno è in grado di distinguere l’uno dall’altro. Mai fidarsi di chi non ha un corpo. Nascosti dietro al loro non essere, Stella e Rizzo hanno inventato e propagandato parole come “casta”, “privilegi” e “sprechi”. Queste parole hanno la caratteristica di far perdere credibilità a chiunque le pronunci. Non paghi, i Travaglio della borghesia annoiata continuano a tuonare contro la spesa pubblica che gli garantisce lo stipendio. Va bene indignarsi, ma ora anche basta.

Il punto non è che c’è uno Stato che si mangia metà di quanto produco. Il punto è che cosa ne fa, con questa metà. Mi avvilisco a livelli incredibili quando penso che la Lombardia spende i miei soldi per ristrutturare alberghi dei preti o per pagare consultori familiari. Sono felice, invece, se l’Emilia Romagna aumenta le sue uscite del 125% negli ultimi 10 anni per fare quello che si fa in Emilia Romagna.

L’Emilia Romagna è la regione più bella del mondo. Asili, scuole, casseri, musica anni ’70, festival del benessere. Io allo Stato darei anche i 4/5 di quanto produco, a patto che 3/5 vadano a Porretta. Porretta è il paese più bello del mondo. Asili, scuole, pozze, festival del cinema. Porretta è una scheggia di paradiso. Il sorriso della bella gente d’apennino è l’unico motivo per cui potrebbe dubitare della non esistenza di Dio.

Capisco Stella e Rizzo (o Rizzo e Stella, o Stella e Stella, o Rizzo e Rizzo), che a stare in questa bottiglia d’orzata non capiscono, si innervosiscono e fanno deprimere i miei genitori. Ma che se la mettano via. Che si informino su cosa succede a Porretta, mentre loro ticchettano maligni sulle loro tastiere wireless. Che assaggino una tigella calda, conversando con Carlo Mazzacurati di quanto sono dolci i colori della primavera. Apparirà chiaro addirittura a loro che la spesa pubblica è un pretesto e che il modello è l’Emilia Romagna. Anzi, l’Emilia.

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Sanremo è underground

Devo confessare che quando ho letto il nome di Federico Moccia (il romano che produce lucchetti sui ponti) tra gli autori nei titoli di testa, ho pensato anch’io che quest’anno sarebbe stata più dura del solito. E infatti: la prima serata di Sanremo è stata molto peggio del solito, così peggio da essere, naturalmente, infinitamente meglio.

L’anno scorso ci si era lasciati con la rivolta degli orchestrali che lanciavano spartiti contro il re torinese Vittorio Emanuele (Torino, come noto, è il male assoluto) e la fanfara dei carabinieri che intonava Guerre Stellari. Quest’anno la rappresentazione è andata così oltre da diventare teatro dell’assurdo, tragedia greca.

La valletta ukraina (dea della bellezza) che si spezza il collo. I due comici all’inizio (satiri) diventati tristi e del tutto incapaci di far ridere. Dioniso che entra in scena in un delirio trash di bombe e fantaguerra e tiene un monologo baccante lunghissimo, spinto dall’MD che sorseggia di tanto in tanto dal bicchiere, con tanto di nano alla David Lynch che si alza dal pubblico e delira di politica (la loggia). Poi i conduttori, i veri protagonisti. Morandi è il dio della casa, la grossa mamma antica preoccupata e benevola che ti cura il ginocchio sbucciato con le sue manone fuori prospettiva. L’altro, Papaleo, è il demonio, il male assoluto (come Torino). E’ una specie di American Psyco che guarda lascivo le cosce delle minorenni (Emma) e si vanta del suo fallo (“che tentazioni!“, “andiamo dietro le quinte che facciamo un inserimento“) con due pupille che neanche Sid Vicious. E poi questa cosa del “Sanremo tecnico”, il Sanremo Tekné, ovvero Sanremo come esaltazione della violenza. Il tutto inserito in un ritmo straziante, in un tempo che non è tempo, in un elogio della noia e della lentezza. Avvilimento lento.

Io lo so che questa mattina tutti i pennivendoli e i twitterers del mondo daranno addosso a Sanremo, citando ingaggi stratosferici che potevano finanziare scuole in India, oltraggiando Dioniso perché ha detto delle cose senza senso, esaltando la Gabanelli (dio ce ne scampi) e dicendo che Sanremo è lo specchio del Paese o che il Paese è lo specchio di Sanremo (oppure che il Paese è meglio di Sanremo) e via così con la patetica lista delle ragioni per le quali Sanremo dovrebbe chiudere.

La realtà è che Sanremo, apologia del mondo al contrario, è il miglior programma che la RAI produce. E’ il più coraggioso, il più efficace nel driblare perbenismi e rigidità di quegli ambienti da curia romana in cui la “C” si pronuncia “G”. Basterebbero i riferimenti massivi alle droghe pesanti e alla psichedelia piazzata lì, in prima serata, per convincere chiunque che Sanremo, in quanto unico, va difeso sempre, anche contro Sanremo (o volete Giletti, eh?). Perché Sanremo è speciale, perché Sanremo è una salamandra travestito da agnellino, tiene un profilo basso e ti salta al collo quando meno te lo aspetti. Perché Sanremo è underground, è psichedelia sparata nei circuiti mainstream. Perché Sanremo ti lacera dentro, ti destabilizza. Considerato che ho già delle giornate piuttosto tese, mi sa che ‘sta sera mi rilasso un po’, che c’è la Champions.

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Twittami questo

Dice: ma che succede a parolecomplicate? Dico: non so, non ho più niente da raccontare. Dice: vabbe’, non è che prima fosse ‘sta gran miniera di notizie. Dico: eh, so. Dice: mi manchi. Dico: c’è twitter!

No, ma davvero: l’avete visto twitter? Immediatezza, follower, discussioni, ashtag, followFridays. Pensieri lucidi, cristallini, situazioni. Retweet, Gerry Scotty, Saturnino, Fiorello (nel senso di Rosario), Jovanotti. Altrocché blog. I blog non esistono più. Sono morti, morti. Come le musicassette e le vhs. Come Withney Huston. Pensavo: “Parolecomplicate” occupa da sola 16 caratteri (ne rimangono 124). Troppo. Troppo lunga. Ci hanno preso per cortezza, ho pensato. Ci si estingue per amore di dettaglio. Si sparisce per amore.

L’amore. Pensavo di chiuderlo, parolecomplicate. Poi, come nelle migliori storie italiane, mi ha salvato proprio lui, il santo dell’amore, della bellezza e delle storie che durano per sempre. San Remo, patrono dell’assenza di gioventù e della lentezza, mi ha illuminato della sua noia salvifica, mi ha fatto rinsavire.

Cancellare parolecomplicate? Piuttosto le olimpiadi a Roma. Nei prossimi giorni, le pagelle.

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Non hanno tutte ragione

L’opera artistica migliore degli ultimi 30 anni è Hanno tutti ragione di Paolo Sorrentino. In un governo di veri tecnici Sorrentino sarebbe Ministro della Cultura e dell’Istruzione. Della Cultura, perché è da Sorrentino che bisognerebbe partire, oggi, per sperare nella nascita di un altro Tiepolo fra un paio di secoli. Dell’Istruzione, perché ogni parola di Hanno tutti ragione è essenziale, corretta, semplice e reale. Quello a cui dovrebbe aspirare la scuola, cioè il contrario del nostro tempo.

L’unico problema di Hanno tutti ragione è che non piace alle donne. E’ un libro maschile, per due ragioni.

La prima è la solitudine. Tony Pagoda, il protagonista del libro, è solo. Solo come un uomo. Raggiunge abissi di solitudine tragica, struggente, quasi estatica. Anche le donne possono essere sole, ma non così. Alle donne per smettere di essere sole basta alzare il telefono. L’uomo è solo sempre. Soprattutto quando alza il telefono.

L’altro motivo è che Hanno tutti ragione dice la verità. Non c’è verità senza morte. E tutto, in Tony Pagoda, è morte. Ogni suo respiro, ogni piatto di sua moglie, ogni sua canzone e ogni sua speranza  sono pura morte. E quindi pura verità. La donna è creatrice, è vita. L’uomo uccide, l’uomo muore. Con queste cose ha più confidenza.

Sorrentino non piace alle donne perché è solo e perché è vero. Una ragazza un po’ più giovane di me, per esempio, ne è rimasta delusa perché il libro “parte bene ma ha un finale un po’ debole“. Il mondo è vario. La stessa perfezione artistica che sconvolge l’uomo porta la femmina a desiderare una puntata di C.S.I. Miami.

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Passione. E la forza della lucidità.

La sovranità non esiste. E’ una di quelle balle che raccontano gli internazionalisti e i positivisti agli studenti di giurisprudenza dei primi anni. La vita degli Stati è fatta di interdipendenze. Anche quella delle persone.

Io vorrei essere dominato in modo interdipendente dall’Inghilterra. Questo mi permetterebbe di avere amici che studiano alla Bicocca e non a Cambridge. Potrei andarli a trovare in metro e non con dei costosi e scomodi carri bestiame Ryanair. Permetterebbe anche di ascoltare musica italiana tipo i Beatles e i Kings of Convenience: qualsiasi premier inglese vieterebbe Ligabue e i Linea 77, contrari alla dignità della Corona. Infine, potrei vedere in prima serata serie italiane tipo i Misfits.

Le serie tv sono la moderna letteratura. I Misfits sembra scritta da Bukowski, con punte di Murakami e Stuart Mill. Racconta di quattro sottoproletari inglesi dotati di poteri da supereroe e condannati ai servizi sociali. Veri protagonisti sono due di questi. Uno senza soldi e con dei riccioli simili ai miei quando non avevo iniziato a lavorare. Un’altra è un’enorme, orrenda tamarra londinese che dice le parolacce e adora fare l’amore con gli animali. Sono alla terza serie e non è ancora stata pronunciata la parola “amore”.

Nell’Italia sovrana il ricciolino sarebbe costante bersaglio delle prediche del defunto Alberoni e la tamarra non andrebbe oltre una comparsata come donna delle pulizie. Nell’Italia interdipendente avrei degli amici a portata di tram. Ci incontreremmo, la sera, a bere scotch e a discutere dello spessore politico di Nathan e Kelly, veri baluardi del liberalismo occidentale.

Liberaci, o Regina, dagli internazionalisti e dai professori di diritto civile, da Cinecittà e da Rai Cinema. Rivelaci la dolcezza della dominazione straniera e l’orrore del nesso tra territorio e un governo che non sia il Tuo. Mostraci, con la tua infinita eleganza, la differenza tra mod e moda. E a chi non Ti segue, che Beppe Fiorello lo colga.

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Canzone dell’amore estasiato

Cara Valentina, il tempo fa il suo dovere e le cose sono molto migliorate.

Non so se hai notato, ma il criminale Alberoni non scrive più sul Corriere. Gli è scaduto il contratto e non gliel’hanno rinnovato. Niente più paternali scontate e noia liquida il lunedì mattina. Non da lui. Anche Berlusconi non c’è più, e per almeno un anno e mezzo vivremo in un Paese governato da massoni illuminati. Non avrei saputo sperare di meglio. Giuliano, poi, sta liberando Milano. Vuole mettere una supertassa sul traffico. In centro e in periferia, tra un po’ potremo portarci a pascolare le nostre caprette, prima di offrirle in sacrificio a un dio pagano qualsiasi. Proporrei Mario Balotelli.

Cara Valentina, il tempo fa il suo dovere e viviamo nel mondo migliore possibile. Hai ragione tu. Bisogna fare l’amore, procreare, sperare, arrabbiarsi, innamorarsi, rimanere innamorati, disinnamorarsi e lasciarsi estasiare dall’estesica superiore del nuovo proletariato che guarda Fox Crime. Ancora un passo, bisogna fare. Solo uno, verso la semplicità. Ora che ci sono i presupposti, creiamo assieme un mondo in cui “tecnico” significa “idraulico” e “politico” solo un brutto ricordo.

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Per un’Unione Panellenica

Ho passato più della metà delle cene della mia vita a spiegare ai miei amici perché leggo Il Foglio di Giuliano Ferrara. Non devo esserci riuscito molto. Non ho più amici e non vengo invitato a una cena da almeno 2 anni.

Coerenza e mentalità. Coerenza: vista l’assenza di cene, ho ancora più tempo per leggere Il Foglio. Mentalità: Ferrara è una persona interessante, e asseme a molte cose sbagliate dice e fa cose interessanti. E’ stato l’unico, ad esempio, a indignarsi contro la supponenza dei francesi, che non è poco. Ferrara dice anche che l’Europa ha torto.

Ferrara ha ragione. Da quasi tre giorni sono passato anch’io dall’estremismo europeista dello studente erasmus a un antieuropeismo che neanche De Gaulle. Il motivo è la Francia, ma non solo. Il motivo è quello che la Francia ha fatto alla Grecia. Al popolo greco. Che sarà anche in crisi, e quindi? Che avrà anche truccato i bilanci, ma allora? Possono dei bilanci giustificare limitazioni di sovranità del popolo che ha inventato l’occidente, i greci, a favore di un Paese in cui l’espressione più utilizzata è “o-la-la”? Basta un bilancio a legittimare le minacce razziste verso un Paese a cui dobbiamo tutto? La prima cosa quando vedo Sarkozi sorridere di scherno è forse il termine “bilancio”?

L’Europa non ha più senso. Non ne avrebbe, certo, senza la Grecia. Ma non ne ha comunque perché qualcuno ha osato pensare di lasciare indietro la Grecia, invece di liberarsi del razzismo e della supponenza dei gallici.

Nella legge di stabilità si stabilisca l’uscita dell’Italia da questa cozzaglia di burocrati senza cuore chiamata Europa. Poi si sequestri il nano d’oltralpe e lo si rechi a Capo Sounion ( Άκρον Σούνιον), appena a sud di Atene, dove Egeo si gettò nel mare dopo aver scorto, all’orizzonte, il colore scuro delle vele di Teseo di ritorno da Creta. Lì, su una rupe molto alta, sorge il tempio di Poseidone.

“Mar Sarkozì” non suona poi tanto bene, ma ci sono diversi altri vantaggi.

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Mein Mädchen ist die Autobahn #2

A me il rumore dello spazzolino da denti (così come quello delle scope, delle spazzole, delle setole dure in generale) ha sempre dato un fastidio incredibile. Il mio psichiatra, un ex giocatore di basket, sostiene sia dovuto alla mia ipersensibilità.

Questa regola ha un’eccezione: Blitzblaublau. E’ il mio spazzolino preferito, quello che parla e che scrive.

Come i due affezionati lettori rimasti ricorderanno, Blitzblaublau ha iniziato a raccontare una storia su queste pagine, qualche tempo fa. In buona sostanza, la storia riguarda l’Italia del nord-est, la professione forense e lo sperma.

Non c’è nessun modo per rompere il silenzio plurimensile che continuare con la puntata due. E’ in tedesco. Per chi non lo conoscesse, “Autobahn” vuol dire “autostrada”.

—> Leggi la Puntata 1

Fenicia liebte es, begehrt zu werden. Ihren Mann hatte sie in Vicenza getroffen, als sie gerade 18 war. Continue reading Mein Mädchen ist die Autobahn #2

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Volentieri

Devo aver conosciuto Trieste quand’ero bambino. Mio padre, che lavorava da molti anni in una società che costruisce le sue strade, me ne parlava a cena. La dipingeva con movimenti veloci della china, raccontandomi ora di quanto era bello il mare, ora di quanto erano insopportabilmente dissacranti e ciniche e libere le persone che ci stavano. Devo aver cominciato a parlarla, Trieste, sin da subito. La mamma, friulana e slovena per metà, e il papà, friulano e veneto per metà, hanno trovato come punto d’incontro linguistico un dialetto che sembra un triestino morbido, pulito delle zeta e reso più voluminoso con delle vocali aperte e musicali.

L’ho incontrata per la prima volta, Trieste, appena adulto. Scappai quasi di casa per conoscerla di nascosto. Come tutti gli incontri clandestini, fu una delle cose più belle del mondo. Di lei ricordo i colori, la luce, quell’aria strana da bomboniera demodé. Dissacrante, cinica e libera. Di lei ricordo le persone. Quelle dell’università, all’inizio. Che potrebbero starsene nella loro bomboniera a mangiare confetti e invece ti portano a casa, al carnevale, nel loro letto. Di Trieste ricordo il mio primo lavoro, il più bello di tutti. Quello che davvero me l’ha fatta conoscere, Trieste, con i suoi casini, con i suoi amori e con i suoi maestri.

Trieste è piena di maestri. Uno di questi, che come me l’aveva conosciuta più tardi, una sera mi disse che Trieste è una maledizione. Che una volta conosciuta e amata, poi lei ti segue. Che non si può lasciarla così. Che la sua magia ti rincorre come un’ombra, come una sirena, e tu non puoi fare altro che rimpiangerla. Mai cosa più vera. Perché quando uno si innamora del suo cinismo e della sua libertà, poi quella razionalità folle e anarcoide la ricerca un po’ dappertutto. Senza mai più ritrovarla, ovvio. E senza mai capire fino in fondo se ci sono davvero ragioni valide per averla persa, o per sperare di rincontrarla.

Riesco ad essere lucido in tutti miei pensieri su Trieste, a parte uno: il rapporto tra la sua magia e il suo essere tendenzialmente ferma. So solo che è per la prima che mi sono fatto innamorare e per la seconda che me ne sono andato. Nient’altro. Non so se è magica (anche) perché è immobile, o se il suo essere immobile è una causa naturale della sua magia. Pensandoci, Trieste assomiglia ad una prima fidanzata adolescente. Bellissima, senza tempo, sfacciata fino al punto da non volersi accorgere che il mondo le sta cambiando attorno. “La fidanzata” è anche il titolo che avrebbe dovuto avere il libro che Beniamino Pagliaro, persona magica e libera e preziosa, presenta domani all’Hotel Savoia, dalle 18.00. Poi il titolo si è trasformato in “Trieste, la bella addormentata”. Sul perché bella, iniziare il post da capo. Su quanto profondamente addormentata, davvero: non so cosa sperare.

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Mein Mädchen ist die Autobahn #1

Sono in crisi creativa. Da un sacco di tempo. Per fortuna viaggio molto. Faccio un sacco di cose (per esempio viaggiare) e incontro un sacco di oggetti interessanti. Uno di questi è uno spazzolino da denti. Manico blu, setole rosa e bianche. Mamma, è uno spazzolino parlante! Oltre a parlare, scrive. In tedesco. Io non lo parlo, il tedesco, ma mi piacciono i suoni. Blitzblitzblau (si chiama così, lo spazzolino) si è così offerto di darmi una mano a ritrovare la vena artistica, perduta da almeno tre anni in qualche posto in Cina. Mi aiuterà scrivendo delle storie. Erotiche. In tedesco. Che verranno pubblicate a puntate su parolecomplicate.

“Autobahn” significa “autostrada”, credo.

“Alberto.” Fenicia fuhr ihm durch die blonden Locken. Das Laken war halb von seinem Körper geglitten, und er schlief fest. Nur seine regelmäßigen Atemzüge waren zu hören. Continue reading Mein Mädchen ist die Autobahn #1

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Riaccendere le luci

Non è facile per uno straniero avere un rapporto non drammatico con Milano. Io, ad esempio, ho un rapporto abbastanza drammatico con Milano.  Non è facile per un liberale avere un rapporto non drammatico con la sinistra. Io, ad esempio, ho un rapporto abbastanza drammatico con la sinistra, ma peggio con la destra.

Questi due problemi sono stati risolti ieri da Giuliano Liberamilano Pisapia, che in un’intervista commovente sul Post parla dei dieci luoghi di Milano a cui lui è affezionato. Lo spirito è il contrario del decalogo di Saviamo. Perché Giuliano è una persona buona. E’ popolare. E’ dolcissimo. Ha visione di insieme. Perché quando lui sorride sembra mio padre, con quegli occhi pieni di umiltà e comprensione. Come mio padre, poi, lui mi dà un sacco di speranza: la lista dei 10 posti di Milano a cui sono affezionato, oggi, si ferma al Frizzi & Lazzi.

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Eurovision complicato#3

Nonostante la redazione, qui, stesse con Lena (Germania, una delle donne più belle di sempre, che già aveva vinto lo scorso anno), molto bene il secondo posto di Gualazzi, ieri. Bella la canzone. Ottima la pronuncia in inglese. Educato, emozionato, composto ma coinvolgente. Voce a metà tra Frank Sinatra e Adam Levine. Ci fosse stato Baudo a presentarlo come si deve, avrebbe vinto.

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Poesia per Faraguna presidente

Se cade pioggia e soffia il vento

Triestino, triestino!, è arrivato il cambiamento

Vien giù sazia, tira bora

Triestino che non voti, cos’ te ‘speti, te son fora?

Prendi la vespa, il bus o il tram

che se vota fin doman

Ciama i muli, la morosa

Che qua succedi qualcosa

Lì nell’urna, con la scheda

Non importa a cosa creda

Per una volta in tanti anni

Vota senza far dei danni

Xe un mulo novo, coccolo, vero

Un mulo capace, xe il mio pensiero

Xe una bobana: intelligente, non scaltro

Xe anche ‘sai mod: servi qualcoss’altro?

Triestino sul divano, fatti un po’ ‘sto gran piacere

Pensa un po’ che gran città, senza Camber consigliere

Triestino un po’ annoiato, una cosa, solo una

Anche senza Carpinteri, vai e vota Faraguna.

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Eurovision complicato#2

Riceviamo dal nostro inviato a Dortmund. E, volentieri, pubblichiamo.

I video sono abbastanza interessanti. Dino Merlin (Bosnia Herzegovina) è l’ispiratore ufficiale del video di Formigoni; la Repubblica di Skopje (la Macedonia non è uno stato, ma una regione greca) ha decisamente il testo più orecchiabile (ni kakaljin, ni kamalja ma nisto ne ja razbiram è già sulla bocca di tutti) il Belarus ha puntato tutto su un patriottismo mieloso al neon, noi sulle tette della Bellucci (che è un po’ lo stesso).

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Eurovision complicato#1

Una sera di primavera nella Lorena francese culla della nostra Europa, sono stato a iniziato a uno dei fondamenti dell’Unione da due amici, uno rumeno e una francese (di quest’ultima ero innamorato). Il fondamento in questione si chiama Eurovision, una competizione canora tra Stati, una specie di Giochi Senza Frontiere della musica. Funziona così: uno Stato, dopo consultazioni che coinvolgono i massimi livelli (i ministeri degli esteri, della cultura e dei temporali) sceglie un campione e una canzone da mandare a duello. Il duello, nella nostra epoca di non violenza, si svolge su un palco: al posto dello scudo un microfono, una canzone per alabarda. Eurovision coinvolge ogni anno milioni di europei entusiasti. Milioni di milioni in tutti i Paesi. A parte, fino a quest’anno l’Italia.

Questa sera, dopo quasi quindici anni, l’Italia si ripresenta ad Eurovision (ore 20.50, raidue). E’ una notizia straordinaria, europea. I giornali non ne parlano troppo perché occupati con questa cosa del voto. Continuiamo ad avere una visione distorta delle priorità.

Il motivi per cui l’Italia non ha partecipato in tutti questi anni sembrano essere due. Alcuni dicono che l’assenza italiana coincida con il periodo di potere leghista. Può essere vero. Uno come Van der Sfroos a Eurovision non sarebbe ammesso: lì si canta in lingua, come dice mia nonna. E sono vietate le sciarpe in generale, e quelle a righe in particolare (art. 3, comma 4-bis del Regolamento). Il secondo motivo riguarda San Remo. Che senso ha, sostenne a suo tempo Togliatti, partecipare a qualcosa che si ispira a San Remo, se abbiamo già San Remo? La questione è controversa. Perché se da un lato noi qui si ama l’Europa e tutto quello che include la radice “Euro”, dall’altro l’obiezione di Togliatti, senza volerlo, coglie nel segno. E’ una questione di rispetto del sacro. Sono sempre stato contrario alle continuazioni di Pippo Baudo con altri mezzi.

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Beato lui

Come si fa a non farsi prendere bene. A non mettere per un attimo da parte il proprio cinismo laico – anzi, laicista – e farsi coinvolgere dalle celebrazioni per una delle personalità più importanti della mia generazione. Saranno le ore e ore di diretta televisiva. Gli sguardi delle persone commosse, le mani che si stringono in preghiera, saranno i colori della piazza. Saranno i gadget di ogni genere, l’emozione indotta dai politici riverenti che ne discutono alla radio. Sarà la fede in un’istituzione che prima di tutto significa amore e che la mia inarrestabile deriva a destra mi porta ad aggrapparmi ogni giorno di più alle tradizioni e alle istituzioni. Fatto sta che io qui  canto la sconfitta della mia diffidenza. Beato subito, Will. Bella da piangere, Kate. E che talento, la sorella.

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Il più grande talento della storia della musica contemporanea

Saviano è da un po’ che fa cose di dubbio gusto. L’ultima è quella lista, quella con le 10 cose per cui varrebbe la pena vivere. Le sue prime 3 sono una mozzarella, una canzone per depressi e portare la propria ragazza su una tomba. Saviano è stato molto attaccato, per quella lista. Perché è noiosa, snob, moralista e un po’ tamarra. Tutto vero, ma Saviano ha una scusante: quando ha scritto quell’articolo, Michael Collings non aveva ancora cantato in tv.

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Dove ti porta il Cuore

Saviano non lo sa, ma la sua lista di cose per le quali valga la pena di vivere, infilata alla fine dell’introduzione al volume che raccoglie i monologhi di “Vieni via con me”, è il termometro esattissimo del mutamento genetico occorso alla sinistra italiana negli ultimi vent’anni. […] Al nono posto spicca “fare l’amore” che, per quanto sia un bisogno naturale, scivola ben quattro posizioni dietro la lettura dell’Iliade.

La stessa formulazione “fare l’amore” denuncia come Saviano abbia scansato accuratamente ogni equivoco con la lista di riferimento della sinistra italiana di vent’anni fa, il “Giudizio universale” sull’ultima pagina di Cuore, “la più grande hit parade della storia” in cui Michele Serra chiedeva ai lettori di votare per le cinque cose per cui valesse la pena di vivere. Continue reading Dove ti porta il Cuore

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