Noi e Barney

Allora: è uscito da un po’ il trailer del film de “La versione di Barney”. A me non sembra male. Soprattutto l’attore, intendo. Non essendo più disponibile Mordecai Richler, la faccia da ebete di Paul Giamatti è esattamente quello che mi ero immaginato mentre lo leggevo. Sì, perché in realtà “La versione di Barney” è un libro. E’ un bellissimo libro, anzi. Parla di Barney, naturalmente: un conservatore canadese così stronzo, politicamente scorretto ed ironico da risultare irresistibilmente fico.

Il libro è famoso in Italia per tre cose. La prima è essere diventato un’icona del reverse snobism, degli uomini di destra che se ne fottono del buonismo e quindi sono fichi: si vedano, da ultime, “Andrea’s version” sul Foglio o “La versione di Oscar” (nel senso di Giannino) su Radio24. La seconda è che è un libro che piace (pur senza venir capito) ad alcune donne di sinistra che leggono il Foglio e ascoltano Radio24 soprattutto per raccontare alle cene di essere aperte agli altri, di fottersene del buonismo e, in definitiva, di essere fiche. La terza è che, a differenza che in altri paesi, in Italia Barney non è riuscito a conquistare gli elettori di centro. Tempo fa, ad esempio, ho regalato Barney ad un mio amico che non si posiziona politicamente con molta chiarezza. Ogni volta che gli chiedo se l’ha finito di leggere lascia cadere la cosa e mi inizia a parlare di West Wing.

Go for it

Fulvio Abbate in kimono blu lancia la sua candidatura alle primarie del piddì. Primo e unico punto del programma: moratoria sulla canzone “Il cielo è sempre più blu”. Mi sembra condivisibile.

Ma .va

A proposito del nuovo corso filogovernativo di parolecomplicate: le animazioni 3D di vatican.va, portale ufficiale del Vatican.o, sono la cosa più bella vista in internet negli ultimi 2 anni.

(Qui: Cappella Sistina; Basilica di San Pietro; Basilica di San Paolo fuori le Mura; Basilica di San Giovanni in Laterano)

Ma ai vostri figli piacerà

Dicono che oggi sia il giorno in cui sarebbe dovuta arrivare la De Lorean di Ritorno al Futuro. Gioco: trova le differenze. Prima differenza: non esistono skate che volano (e dio solo sa quanto ne avrei voluto uno). Poi: il rapporto tra Clara e Doc sarebbe stato giuridicamente inquadrato come pedofilia, o comunque non ben visto in generale. Peggior cattiva notizia: non mi risulta che la mamma di Michael J. Fox si sia rifatta le tette. Buone notizie: Marty è definitivamente diventato un soprannome da donna.

Steve Jobs ha parolecomplicate nell’inbox

Poi dicono che a violare la privacy sia Google. Uno non può spedire una mail  ad un amico, che.

(grazie a Sergio)

To get socks

Gli sceneggiatori di Lost da Letterman raccontano 10 possibili finali di Lost. Tutti probabilmente superiori a quello vero.

Siamo per sempre coinvolti

Per tutti gli appassionati del mondo reale: sarebbe il caso di andare a vedere “La nostra vita”. Che è l’ultimo film di Daniele Lucchetti che sì, è quello di “Mio fratello è figlio unico” e che sì, è il film con Elio Germano. Repubblica vorrebbe far passare questa pellicola alla storia solo perché Germano gliene ha ammollate un paio a Bondi, con tutta Cannes davanti. Dobbiamo evitarlo parlandone. La prima cosa da dire è che durante il film ho pianto (ma era successo anche con “Up”, e magari non fa testo). Poi da dire è che non c’è niente, nel cinema degli ultimi 10 anni, che racconti il proletariato in modo così poetico. Anche troppo poetico, forse, anche troppo favoleggiante, quasi deandreiano. La puttana, lo straniero, lo spacciatore, la vita, la morte, le tue braccia, i tuoi occhi. Ecco: de André. A me manca molto de André. Come mi manca molto Pasolini. Mi domando spesso cosa sarebbe questo posto se loro fossero ancora qui. Cosa direbbero. Se se ne sarebbero andati lontano, cambiando vita e lavoro, se avrebbero cambiato idea magari, come Lindo Ferretti. Mi mancano perché il mondo ha bisogno di interferenze e di parole sussurrate ogni tanto, di parole nuove. Anche non essendoci, comunque, fanno tanto per me, che in questi tempi bui mi basta un Elio Germano qualunque per uscire dal cinema e sentirmi grato.

Andiamo a Madrid (e rimaniamoci per sempre)

Agli scettici. Ai cinici. A chi non si innamora mai. A chi odia l’uomo. A chi ama Marcello Male Assoluto Lippi. A prescindere dal tifo e dall’interesse stesso per il calcio. Volete sapere cosa succederà a questo paese dal prossimo anno? Guardate il video qui sotto. Fatto? Bene. Ora pensate a Enrico Varriale.

Di Lost e della mia malinconia

Non ce la faccio a vedere l’ultima puntata di Lost. Non ce la faccio proprio. Quando iniziai – anzi, quando venni iniziato – ero poco più che un ragazzino. Ero appena tornato dal mio erasmus in Francia. Ah, la Francia. Con tutti quei vestiti a fiori, con tutti quei fiori. Tornato a casa, caddi in depressione. Un amico, Luca (che ha un blog), mi consigliò di scaricare una puntata di questa cosa americana. Lo feci, e per tre mesi non uscii dalla mia camera vicino al mare. Stavo tutto il giorno con la tapparella abbassata, guardavo dieci puntate al giorno, non riuscivo a pensare ad altro. Decisi di ridurre quando una sera sul tardi dovevo andare a cena con un’esteta e dietro Piazza Unità incontrai John Locke. Parlava in triestino e io capii di avere un problema.

Lost non è un telefilm. Lost è una religione. Lost è tutto, per me. E’ più importante delle mie cravatte, della colazione la mattina, del mio consiglio circoscrizionale e, quando non è primavera, anche dei vestiti a fiori. Il solo pensiero che possa finire tutto così, adesso, mi fa venir voglia di piangere, o almeno di morire. Vorrei gridare al mondo che non è giusto sfruttare i sogni delle persone per sei anni, lunghi e bellissimi. Vorrei urlare a J.J. Abrams che poche persone su questa terra hanno fatto tanto per me, che gli sarò grato per sempre. Vorrei urlare ai critici che chissenefrega delle domande non risolte, dei misteri lasciati sospesi, dei personaggi disegnati a metà. Quando voglio delle risposte mi guardo un documentario.  Se fossi ossessionato dalle soluzioni guarderei C.S.I.

In questo mondo di banalità disperate e di sesso nella città Lost è stato un bel maggio. Erotico, intenso, commovente. E io ho tanto bisogno di qualcuno che mi dica che andrà tutto bene.

L’unico iPad buono è quello spento

Da un paio di giorni hanno attivato l’Apple store italiano di iPad. Prima c’era un modo per installarci le applicazioni, con il computer. Mai provato.
Le applicazioni sono ancora pochine ma inizio a capire, pian piano, che cosa intendesse Jobs con “magico e rivoluzionario”. Leggere la mattina il giornale senza doverlo comprare cartaceo in edicola mi fa sentire molto vicino ai problemi dell’ambiente. Ordinare sushi a pranzo scegliendo gli ebiten per strada da un gigantesco menù on line mi fa sentire molto metropolitano, molto milanese. Parlare alle cene di quanto è divertente vincere il mondiale con Balotelli a Fifa per iPad mi fa sentire brillante e multiculturale. Poi c’è che, eticamente, il porno su iPad non va (vero): ciò mi fa vivere una dimensione interiore nuova, pura.
Per tutte queste ragioni, lo vendo. Magico e rivoluzionario. 39 euro e novanta, custodia inclusa.

Luca chi?

Io l’ho sempre stimato, quel blogger lì. Davvero molto bravo (non me l’aspettavo), pungente, ironico, umile, forse un po’ scostante – ma glielo perdoniamo. Soprattutto oggi, che quel blogger lì fa un salto di qualità, nel merito e nel metodo, contribuendo a regalare alla blogosfera (bloggosfera) italiana qualcosa che non c’era: un giornale on line. Indipendente, ironico, ggiovane, gratis. Insomma: oggi si inaugura Paperblog (che già esisteva in France, però) e parolecomplicate, su cortese invito, ci sarà.

Ultima spiaggia

andiamooltre

Ci sono essenzialmente due modi per affrontare la situazione politica italiana. Il primo è lamentarsene, cercando di convivere con il senso di schifo immondo che ti suscitano i discorsi nazisti delle vecchiette alla fermata del bus, la tivvù, i giornali, il tempo metereologico e Paolo Del Debbio. Il secondo è non fare tardi ’sta sera  e venire domattina alle 10.30 al Circolo Arci Bellezza di Milano. Non ho ben presente, ma potrebbe succedere qualcosa di bello, di nuovo, con persone mai viste prima in ambienti così, diciamo. E’ più o meno questione di vita o morte e alla peggio ci sarà comunque un rinfresco.

Di iPad e del principio di utilità

Ho un iPad. A 32 giga, anche. Me lo sono fatto acquistare da un amico che è andato a New York (ufficialmente) in vacanza (ma in realtà) per acquistare iPad.

L’oggetto in sé è di una bellezza disarmante. Pesa poco (500 kg) e ha una batteria che mi dicono duri tantissimo. Lo schermo è molto piatto e liscio. Il retro è argentato. Ho anche una bellissima custodia nera, la cui cover anteriore si piega e, incastrandosi con la cover posteriore, crea un piano inclinato che permette di usare iPad in luoghi diversi dal divano o dalle poltrone. 

Avere un iPad è una bella esperienza, soprattutto dal punto di vista interpersonale. Tutti ne hanno parlato per mesi, tutti ne parleranno ancora per anni. In treno ho tirato apposta fuori iPad dallo zaino: la ragazza accanto a me (riccioli biondi, occhi verdi, originaria del veneto orientale) mi ha rivolto molte attenzioni e ora siamo fidanzati. A lavoro ho sfoggiato apposta iPad: mi hanno promosso in una posizione così apicale che ora non ho più prospettive di crescita e sto pensando di andare a cercare fortuna in America. Alle cene non faccio che parlare di iPad. Questo tema, di cui discorro con molta umiltà, mi fa sembrare una persona colta e attenta; un cittadino del mondo, come direbbero i marinai del traghetto Bari-Patrasso (60 euro in tutto, andata e ritorno).

Questo quadro generale, piuttosto positivo, si scontra con l’assenza di amore del nostro tempo, con la domanda con cui tutti mi ossessionano: ”ma a che cosa serve?”. Esiste in commercio un Manuale di Conversazione che insegna come schivare questi fiotti di veleno. Secondo questo manuale bisognerebbe rispondere: i) è una specie di computer portatile: ci si naviga in internet e si ascolta musica; ii) serve a leggere libri on line; iii) serve per il porno, ché su iPhone è troppo faticoso.

Io non uso nessuna di queste risposte. Io non ho idea di a che cosa serva iPad. Il mio Mac è troppo vecchio (OS X 10.4) e iPad, giovane com’è, non lo ritiene compatibile con sé stesso. Non potendo in alcun modo farlo funzionare, ne apprezzo la bellezza in modo puro e totale. Con iPad ho un rapporto di amore preadolescenziale, incondizionato ed estatico. Non mi interessa se non legge i filmati in flash; trovo inessenziale la presenza di una cam; credo che le ditate di pollo fritto sullo schermo inerme abbiano un che di erotico.

Da quando ho iPad mi sento migliore. iPad mi ha liberato dall’ossessione dell’utilità. Lo porto con me ovunque, spento, tranquillo, come un pensiero. Quando la mia istruttrice di nuoto mi ha chiesto a che cosa serve, io ho sentito il profumo di primavera e ci siamo baciati. Lei mi ha lasciato dei segni di rossetto viola sulle labbra e lo schermo di iPad è divinamente riflettente. Dopo essermici specchiato ho pensato di non togliermeli mai più.

Dante gli ha tirato il pacco all’ultimo

Prima lezione: “Conosci il tuo nemico”. Svolgimento. Tutta la comunicazione governativa degli ultimi quindici anni si fonda su uno schema collaudato in tre momenti. Momento uno: fare una cazzata. Momento due: fare in modo che non si scopra che è una cazzata. Momento tre: se la cazzata viene scoperta, dare la colpa agli scopritori.

Come spesso accade in contesti di sottosviluppo democratico tipo il nostro, le abitudini dell’apice vengono acriticamente adottate dal pedice. C’è un tipo italiano ad esempio, tale Tommaso Debenedetti, che va in giro a vendere a giornalacci tipo Libero e Il Piccolo alcune sue interviste con personaggini del calibro di Philip Roth, Vidal, Saramago, Amos Oz e Wilbur Smith. Le interviste sono assolutamente inventate. Ad una giornalista del New Yorker che l’ha sgamato e intervistato, ha dichiarato che (tutte) le interviste sono autentiche e che (tutti) gli scrittori le rinnegano solamente per motivi politici.

Cose che ti fanno diventare di Fare Futuro

Ho avuto l’onore di tenere una lezione al Parlamento italiano, all’interno di una serie di dibattiti sul futuro di Internet voluti dal presidente della Camera, Gianfranco Fini. Al Congresso degli Stati Uniti nessuno ha mai tenuto dibattiti del genere, né ricevuto la stessa attenzione.

Lawrence Lessig

E’ un Paese per giovani

La pizza oleosa è davvero una goduria dopo una mattinata grigia. Soprattutto se si accompagna alla sorpresa di leggere (e in prima pagina!) sul Corriere un articolo pesantissimo  e a tratti condivisibile sulla destra italiana. L’editorialista dev’essere uno nuovo, anche se il cognome potrebbe ricordare. Credo sia anche di sinistra, almeno di famiglia: di nome fa pure Ernesto.

Perché Noemi deve vincere il Festival

Rimando a Luzzato Fegiz e agli altri per le questioni artistiche: io odio l’arte. Riassumerei, comunque: ha la canzone più bella, è un talento straordinario. Detto ciò, c’è dell’altro. Noemi deve vincere il festival per una questione di equilibrio, come risarcimento danni per la storia dell’altra Noemi. Per il fatto che quando ne parlo alle cene, chi considera Repubblica un giornale non pornografico mi chiede: “ma chi, quella di berlusconi?”. Noemi deve vincere il festival per quel dread che spunta dall’acconciatura sanremese. Quel dread che brilla capriccioso, quando le sfiora la spalla destra. Noemi deve vincere perché fa venire i brividi, quando gratta come Loredana Berté, senza quella fastidiosa prosopopea da disperazione esistenziale. Noemi deve vincere il festival perché è il contrario di quello che ci si aspetta dalla concorrente di un reality: parte dal punto più semplice, lo si vede da come si muove. Da come non guarda mai fisso in camera, cosa affatto naturale che insegnano alle scuole per tronisti e politici (sono le stesse). Naturale è guardare gli occhi chi ti parla, o quello a cui stai parlando. Come fa lei, appunto. Noemi è la Pirlo della canzone italiana. Emozionante, lineare, talentuosa, trasparente, meravigliosamente borghese. Benestante, senza vergogna. Pura e imperfetta nel suo amore per le cose. Noemi deve vincere il festival perché ti fa sentire meno solo, con quel passo impacciato tra i brillantini caduti sul palco. Con quegli occhi che si muovono un po’ a caso a schivare le luci troppo forti dei riflettori. Noemi deve vincere perché è vera. E perché, come spesso capita alle persone vere, dice cose buone e giuste.

The mistery box stays closed

Discepoli di Emma #2

Riguardo a quella cosuccia, intendo la battaglia per la riconquista almeno lessicale della libertà, io credo che la candidatura di Emma sia una cosa straordinaria. Ne sono commosso. Tutto sta cambiando già, come quando si parla d’amore, come quando si sorride. Innanzitutto i preti  non sono d’accordo. Secondo me non è d’accordo nemmeno D’Alema, e siamo a due. Le cicale di regime hanno già iniziato a frinire impaurite. Di Pietro il manettaro, incapace di confrontarsi su un terreno che non sia coperto di fango, ha polemizzato sull’art. 18. Nel 2009. Per le regionali del Lazio. Emma ha risposto che “le differenze tra noi e lui sono così marcate che francamente mi sembra anche inutile tirar fuori l’articolo 18“. Quello che a avrebbero dovuto rispondere tutti, al manettaro. Da W in poi. Ridare potere alle parole. Ridare anima e sostanza alle idee. Non importa che si vinca o che si perda, perché niente sarà più come prima. Perché questa volta si diranno cose giuste, e scusate se è poco.

In alto i cuori

118573_D_SUPPER_01aR1

Il 2 febbraio, ovvero il 2 del 2, che cade tra 22 giorni, riparte  Lost. Sesta stagione (ovvero 2 alla seconda, più 2). Lost in Italia va solitamente su rai2. Il numero preferito della mia mamma è il 2. Il mondo, come tutti sanno, finirà nel 2milae12. Tutti questi 2 sono solo un caso? Sì.