Di democrazia e isolamento

Le elezioni sono l’apoteosi dei miei problemi con il senso di appartenenza.

Quando ci sono le elezioni non sono innervosito dai vincitori, chiunque essi siano, né straziato dai perdenti. Non sono nauseato dal linguaggio, amo quasi quella retorica scontata da serie tv sudamericana. Tutto questo va bene. Il problema sono io. Io non condivido nulla con la mia gente, non riesco a coinvolgermi. Io non capisco la campagna elettorale, l’entusiasmo, i programmi. Non ho esperienza dei problemi veri, nonostante ne sia pieno. Non mi emoziono allo stesso modo delle persone che mi stanno attorno, e dio sa quanto ci provo. C’è un mondo straordinario lì fuori e io lo ignoro. Non è deprecabile il mio popolo, lo sono io in quanto altro da lui. La maggioranza è una benedizione e io ho sempre voluto farne parte.

A differenza di quanto scrivono gli stranieri e gli italiani all’estero, gli italiani in Italia sono un grande popolo. La brutta giornata di oggi non è imputabile a loro. E’ tutta colpa mia. Tutte le elezioni sono terribili, da sempre. La profonda tristezza che provo è solo una conseguenza logica dell’isolamento. La politica è la continuazione della mia solitudine con altri mezzi.

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Di aerei, telefoni e scie chimiche

In questo tempo di verità, bisogna ritornare al punto più semplice. Questo comporta una battaglia di libertà contro le superstizioni. Più della religione e della speranza di ottenere dei premi utili con la carta Fidaty, la superstizione che crea maggior danno oggi è il divieto di uso di telefonini in aereo.

Non considero i velivoli Ryanair degli aerei. Viaggiare in aereo può essere piacevole. La sensazione di fare qualcosa di importante, viaggiare, viene però irrimediabilmente compromessa dall’invito a spegnere i telefonini, urlato dagli altoparlanti e ripetuto dalle hostess in ogni lingua del mondo. La lingua in cui riesce più fastidioso è lo spagnolo.

Molte norme utili non vengono obbedite. Questa, che appartiene alla stessa sfera di perversione irrazionale da cui vengono la paura del big foot o delle scie chimiche, la rispettano tutti. La ragione è semplice: l’uomo teme la tecnologia come la violenza (entrambe tekné). Teme il volo, teme il telefono, teme i bollitori automatici in omaggio con 3500 punti della carta Fidaty. Li teme perché non conosce. Non conoscendo, non sa che le onde di un telefono non possono fare nulla ai controlli di un aereo e che, comunque, dopo un secondo dal decollo e fino a 2 minuti dopo l’atterraggio, il telefono emette le stesse onde di un bollitore automatico. Come iniziano a sostenere anche pochi coraggiosi uomini di scienza, i bollitori automatici non hanno mai fatto del male a nessuno, figuriamoci ad un aereo.

Io tengo il telefono acceso quando volo. E’ il mio modo per dire al mondo che va tutto bene. Lo faccio per una battaglia di civiltà.

Le norme si rispettano solo quando sono giuste. La prossima volta che i giornali annunceranno trionfanti di persone trascinate fuori dagli aerei e magari multate, rovinate o linciate perché non volevano spegnere il telefono, non scuotete la testa con disprezzo. Credetemi: non sono cafoni, è avanguardia.

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Sull’erba

Per oltre dieci anni, la notte, ho sognato Berlusconi. Non sempre, ma spesso. Sognavo situazioni bucoliche. Un pic-nic lungo un fiume, una colazione con i miei zii. E lui. Lui, dismessi i vestiti ufficiali, seduto sull’erba, conversava amabilmente con tutti e che alla fine mi si rivolgeva con un sorriso tranquillo. Mi appoggiava una mano sulla spalla e mi parlava di calcio. Quel sorriso tranquillo mi faceva sentire sicuro e meno solo. Senza che me lo chiedesse, alla fine dei nostri discorsi gli giuravo fedeltà politica eterna. Stavo bene e il risveglio aveva il sapore acre di una fucilata.

Non ho mai sognato una persona che ho votato, ma l’altra sera ho sognato Mario Monti. Eravamo in piedi, in posizione scomoda. Lui vestito di grigio, io con dei boxer a quadri presi da Tezenis e una maglietta a maniche corte. Mario parlava con altre persone molto meno importanti di me ma meglio disposte nell’aspetto. Poi l’ho guardato, Mario. Anche lui ha guardato verso di me, anche lui mi ha sorriso, anche lui parlava, ma non mi ha visto. Parlava a un altro. Guardava oltre. Ero trasparente tipo una sedia di Kartell, tipo me.

Berlusconi con ogni probabilità è l’anticristo. Il suo ritorno coinciderà con la disgregazione degli stati così come li conosciamo e con un periodo di miseria, terrore e morte che continuerà anche dopo di lui. Emigreremo a milioni verso la Libia. Vivremo grazie a cibo in scatola paracadutato da aerei della croce rossa danese. Tutto questo mi preoccupa fino a un certo punto. Per quanto mi riguarda, il vero problema è che io sono una cattiva persona. E quella solitudine che solo lui sapeva spazzare via, sono convinto, me la merito tutta.

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Le velleità ci aiutano a morire

Non c’è nessun motivo per celebrare gli 883. Sono la ragione della mia preadolescenza rivelata anzitempo, della mia adolescenza passata a considerare le ragionevoli conseguenze di un suicidio veloce. Gli 883 hanno intrappolato i miei vent’anni in cassette VHS usate.

Quella prosopopea generazionale da Alberoni meno fantasioso mi ha accompagnato nel mio crescere come la paura dell’aids. Magnificare gli 883 equivale a ricordare con affetto la paura dell’aids. Io non provo affetto verso la paura dell’aids. Non mi è mai piaciuto perdermi mentre andavo a una festa o passare pomeriggi a guardare gli shorts di donne che non avrei mai potuto conoscere. Non c’è nulla di meritevole nel girare per il corso con un motorino da sfigati.

Gli 883 non sono straordinari. Non sono la voce di una generazione. Non mi fanno venire nostalgia. Non mi ricordano cose belle. La voce da pipistrello stordito di Pezzali non mi avvicina a nulla di diverso dalla morte. Quando mi capita di ascoltarlo nella sala d’attesa di un dentista non vedo l’ora di farmi impiatare un ponte. Durante l’operazione soffro in modo ragionevole. Il rumore cinico del trapano sulle mie gengive sembra un remix post-punk di Jolly Blue.

La distanza non necessaria tra gli occhi di Pezzali è una parabola della mia dissociazione da me stesso, ma la mia generazione non c’entra. La mia generazione non esiste, e non saranno la resurrezione di Pezzali o scrivere libri su Bim Bum Bam che farà cambiare le cose. Nel mio quartiere in periferia non c’è nessuno che tiene il tempo. C’è solo un tempo che ci tiene, insieme, un po’ per caso.

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Non hanno tutte ragione

L’opera artistica migliore degli ultimi 30 anni è Hanno tutti ragione di Paolo Sorrentino. In un governo di veri tecnici Sorrentino sarebbe Ministro della Cultura e dell’Istruzione. Della Cultura, perché è da Sorrentino che bisognerebbe partire, oggi, per sperare nella nascita di un altro Tiepolo fra un paio di secoli. Dell’Istruzione, perché ogni parola di Hanno tutti ragione è essenziale, corretta, semplice e reale. Quello a cui dovrebbe aspirare la scuola, cioè il contrario del nostro tempo.

L’unico problema di Hanno tutti ragione è che non piace alle donne. E’ un libro maschile, per due ragioni.

La prima è la solitudine. Tony Pagoda, il protagonista del libro, è solo. Solo come un uomo. Raggiunge abissi di solitudine tragica, struggente, quasi estatica. Anche le donne possono essere sole, ma non così. Alle donne per smettere di essere sole basta alzare il telefono. L’uomo è solo sempre. Soprattutto quando alza il telefono.

L’altro motivo è che Hanno tutti ragione dice la verità. Non c’è verità senza morte. E tutto, in Tony Pagoda, è morte. Ogni suo respiro, ogni piatto di sua moglie, ogni sua canzone e ogni sua speranza  sono pura morte. E quindi pura verità. La donna è creatrice, è vita. L’uomo uccide, l’uomo muore. Con queste cose ha più confidenza.

Sorrentino non piace alle donne perché è solo e perché è vero. Una ragazza un po’ più giovane di me, per esempio, ne è rimasta delusa perché il libro “parte bene ma ha un finale un po’ debole“. Il mondo è vario. La stessa perfezione artistica che sconvolge l’uomo porta la femmina a desiderare una puntata di C.S.I. Miami.

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Dell’esame di avvocato e di altre forme di waterboarding

Assieme allo smog di Milano e alla mia solitudine, il problema più grave del Paese sono i vecchi. Non i vecchi vecchi tipo i nonni, intendo i mezzivecchi, tipo 70 anni. Quelli che sono al potere. Tanti la chiamano questione generazionale e propongono soluzioni accomodanti. Io lo chiamo disagio.

I vecchi sono un danno. Nel mio lavoro, i vecchi hanno inventato una cosa che si chiama “esame di avvocato”. Consiste nel deportare decine di migliaia di giovani all’anno in capannoni troppo freddi o troppo caldi, inondarli con senso d’impotenza e fargli scrivere tre documenti in condizioni che nella vita reale non esistono (senza il computer e senza internet, per esempio; o con donne incinta che piangono e recitano rosari; o con degli sbirri che non ti lasciano andare a pisciare).

Poi i vecchi rideportano i giovani da dove sono venuti e, sorseggiando Vermut, decidono se i documenti scritti dai giovani vanno bene o no. Dopo 7, 8, 9 mesi i vecchi comunicano ai giovani il loro giudizio spesso influenzato dal Vermut e decidono se i giovani devono ripetere la deportazione o se possono cominciare a diventare vecchi. Si inizia a diventare vecchi perdendo un’estate a studiare materie come diritto ecclesiastico e sostenendo un esame orale svolto in condizioni che nella vita reale non esistono: tutto si svolge in un’aula di tribunale e la sentenza arriva subito.

La totale assenza di bellezza, prima che di giustizia, di questo processo causa nei giovani una grave depressione, li peggiora. Dopo la deportazione e il superamento dell’orale, molti nonpiùgiovani  iniziano a sostenerne l’opportunità.

Soffocati nelle loro regimental, i nonpiùgiovani iniziano a sostenere che la deportazione sia giusta perché (i) siamo già in troppi, non c’è lavoro;  (ii) la difesa è un valore costituzionale, gli avvocati non sono commercianti.

Nonpiùgiovani che avete superato l’esame: (i) siamo già così tanti che rimarremo troppi per i prossimi 80 anni anche se da domani non diventasse avvocato più nessuno; (ii) la difesa è un valore costituzionale e noi siamo in un mercato, che è un valore costituzionale (e poi basta con ‘sta costituzione, davvero).

Nonpiùgiovani, almeno voi, ricordate i tempi della bellezza. Ricordate i tempi in cui tutto era semplicità e emozione. Aboliamo l’ordine degli avvocati. Aboliamo tutte le corporazioni. Aboliamo l’esame di avvocato, di giornalista, di architetto, di igienista dentale. Aboliamo le regimental, e facciamo decidere al mercato (soolo al mercaato) chi può fare questo lavoro e chi no.

Se non ci sono abbastanza divorzi, cambieremo lavoro. Avremo meno avvocati e più tempo per fare l’amore. Questo causerà più divorzi e rendera il mondo un posto migliore. Equilibrio karmico, dolcezza liquida. Riprendiamoci le estati e i dicembri. Se non ora, quando?

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Canzone dell’amore estasiato

Cara Valentina, il tempo fa il suo dovere e le cose sono molto migliorate.

Non so se hai notato, ma il criminale Alberoni non scrive più sul Corriere. Gli è scaduto il contratto e non gliel’hanno rinnovato. Niente più paternali scontate e noia liquida il lunedì mattina. Non da lui. Anche Berlusconi non c’è più, e per almeno un anno e mezzo vivremo in un Paese governato da massoni illuminati. Non avrei saputo sperare di meglio. Giuliano, poi, sta liberando Milano. Vuole mettere una supertassa sul traffico. In centro e in periferia, tra un po’ potremo portarci a pascolare le nostre caprette, prima di offrirle in sacrificio a un dio pagano qualsiasi. Proporrei Mario Balotelli.

Cara Valentina, il tempo fa il suo dovere e viviamo nel mondo migliore possibile. Hai ragione tu. Bisogna fare l’amore, procreare, sperare, arrabbiarsi, innamorarsi, rimanere innamorati, disinnamorarsi e lasciarsi estasiare dall’estesica superiore del nuovo proletariato che guarda Fox Crime. Ancora un passo, bisogna fare. Solo uno, verso la semplicità. Ora che ci sono i presupposti, creiamo assieme un mondo in cui “tecnico” significa “idraulico” e “politico” solo un brutto ricordo.

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Per un’Unione Panellenica

Ho passato più della metà delle cene della mia vita a spiegare ai miei amici perché leggo Il Foglio di Giuliano Ferrara. Non devo esserci riuscito molto. Non ho più amici e non vengo invitato a una cena da almeno 2 anni.

Coerenza e mentalità. Coerenza: vista l’assenza di cene, ho ancora più tempo per leggere Il Foglio. Mentalità: Ferrara è una persona interessante, e asseme a molte cose sbagliate dice e fa cose interessanti. E’ stato l’unico, ad esempio, a indignarsi contro la supponenza dei francesi, che non è poco. Ferrara dice anche che l’Europa ha torto.

Ferrara ha ragione. Da quasi tre giorni sono passato anch’io dall’estremismo europeista dello studente erasmus a un antieuropeismo che neanche De Gaulle. Il motivo è la Francia, ma non solo. Il motivo è quello che la Francia ha fatto alla Grecia. Al popolo greco. Che sarà anche in crisi, e quindi? Che avrà anche truccato i bilanci, ma allora? Possono dei bilanci giustificare limitazioni di sovranità del popolo che ha inventato l’occidente, i greci, a favore di un Paese in cui l’espressione più utilizzata è “o-la-la”? Basta un bilancio a legittimare le minacce razziste verso un Paese a cui dobbiamo tutto? La prima cosa quando vedo Sarkozi sorridere di scherno è forse il termine “bilancio”?

L’Europa non ha più senso. Non ne avrebbe, certo, senza la Grecia. Ma non ne ha comunque perché qualcuno ha osato pensare di lasciare indietro la Grecia, invece di liberarsi del razzismo e della supponenza dei gallici.

Nella legge di stabilità si stabilisca l’uscita dell’Italia da questa cozzaglia di burocrati senza cuore chiamata Europa. Poi si sequestri il nano d’oltralpe e lo si rechi a Capo Sounion ( Άκρον Σούνιον), appena a sud di Atene, dove Egeo si gettò nel mare dopo aver scorto, all’orizzonte, il colore scuro delle vele di Teseo di ritorno da Creta. Lì, su una rupe molto alta, sorge il tempio di Poseidone.

“Mar Sarkozì” non suona poi tanto bene, ma ci sono diversi altri vantaggi.

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Del 308 e della mia infinita tristezza

Davvero finisce tutto così? Con Gabriella Carlucci che chiude il sipario con la sua bocca finta e triste increspata in una smorfia di convenienza e rassegnazione, senza neanche aspettare l’ultimo applauso, senza neanche l’ultima risata mandata dalla regia? Davvero gli ultimi 20 anni della vita politica di questo Paese, la mia infanzia politica, la mia adolescenza politica e la mia vita politica adulta si sgonfiano come un pallone arancione Supertele? Davvero, senza neanche far rumore?

Nessuno, ti giuro, nessuno sarebbe stato in grado di scrivere una storia come quella politica di Silvio Berlusconi. Una storia pazzesca, imprevedibile, squallida e indistruttibile. Con lui che ne fa di ogni, ogni giorno, ogni ora. Con lui che alza ogni asticella immaginabile a livelli che neanche pensavo possibili. Con lui che mina qualsiasi cosa: equilibri personali, economici, istituzionali e, per fortuna, morali. Con tutto il mondo e metà Italia che lo vuole finito di morte violenta, quando va bene. Con l’eccezione che diventa regola, con i preti che difendono orgie con minorenni, con gli ex comunisti che acclamano i vescovi, con confindustria contro un imprenditore, con la destra che alza le tasse.

Dopo tutto questo, davvero finisce così, in silenzio? Senza un Tribunale o una sede della Corte costituzionale che scoppia in aria? Senza un meteorite che devasta il Parlamento? Davvero finisce tutto con un rendiconto dello stato, e neanche un Gavrilo Princip per chiacchierar?

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Volentieri

Devo aver conosciuto Trieste quand’ero bambino. Mio padre, che lavorava da molti anni in una società che costruisce le sue strade, me ne parlava a cena. La dipingeva con movimenti veloci della china, raccontandomi ora di quanto era bello il mare, ora di quanto erano insopportabilmente dissacranti e ciniche e libere le persone che ci stavano. Devo aver cominciato a parlarla, Trieste, sin da subito. La mamma, friulana e slovena per metà, e il papà, friulano e veneto per metà, hanno trovato come punto d’incontro linguistico un dialetto che sembra un triestino morbido, pulito delle zeta e reso più voluminoso con delle vocali aperte e musicali.

L’ho incontrata per la prima volta, Trieste, appena adulto. Scappai quasi di casa per conoscerla di nascosto. Come tutti gli incontri clandestini, fu una delle cose più belle del mondo. Di lei ricordo i colori, la luce, quell’aria strana da bomboniera demodé. Dissacrante, cinica e libera. Di lei ricordo le persone. Quelle dell’università, all’inizio. Che potrebbero starsene nella loro bomboniera a mangiare confetti e invece ti portano a casa, al carnevale, nel loro letto. Di Trieste ricordo il mio primo lavoro, il più bello di tutti. Quello che davvero me l’ha fatta conoscere, Trieste, con i suoi casini, con i suoi amori e con i suoi maestri.

Trieste è piena di maestri. Uno di questi, che come me l’aveva conosciuta più tardi, una sera mi disse che Trieste è una maledizione. Che una volta conosciuta e amata, poi lei ti segue. Che non si può lasciarla così. Che la sua magia ti rincorre come un’ombra, come una sirena, e tu non puoi fare altro che rimpiangerla. Mai cosa più vera. Perché quando uno si innamora del suo cinismo e della sua libertà, poi quella razionalità folle e anarcoide la ricerca un po’ dappertutto. Senza mai più ritrovarla, ovvio. E senza mai capire fino in fondo se ci sono davvero ragioni valide per averla persa, o per sperare di rincontrarla.

Riesco ad essere lucido in tutti miei pensieri su Trieste, a parte uno: il rapporto tra la sua magia e il suo essere tendenzialmente ferma. So solo che è per la prima che mi sono fatto innamorare e per la seconda che me ne sono andato. Nient’altro. Non so se è magica (anche) perché è immobile, o se il suo essere immobile è una causa naturale della sua magia. Pensandoci, Trieste assomiglia ad una prima fidanzata adolescente. Bellissima, senza tempo, sfacciata fino al punto da non volersi accorgere che il mondo le sta cambiando attorno. “La fidanzata” è anche il titolo che avrebbe dovuto avere il libro che Beniamino Pagliaro, persona magica e libera e preziosa, presenta domani all’Hotel Savoia, dalle 18.00. Poi il titolo si è trasformato in “Trieste, la bella addormentata”. Sul perché bella, iniziare il post da capo. Su quanto profondamente addormentata, davvero: non so cosa sperare.

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Amare Giulio, quando fa così

Siamo sdegnati e preoccupati per le iniziative di cui abbiamo appreso in queste ore, di supposte liberalizzazioni che si vorrebbero introdurre artatamente nella manovra. E’ scorretto il metodo e tanto più il merito: tali norme minerebbero la difesa tecnica e provocherebbero la demolizione del sistema ordinistico e del controllo deontologico, a scapito dei cittadini e dei professionisti più giovani che sarebbero mandati allo sbaraglio in un mercato saturo e senza sbocchi effettivi,

tuona il Consiglio Nazionale Forense.

Il Consiglio Nazionale di Parolecomplicate si dice commosso dall’attenzione dimostrata nei confronti dei giovani professionisti dal CNF. Tale prestigiosa assemblea, dopo aver promosso una riforma della professione forense rispetto alla quale le gilde d’altissimo medioevo sembrano tutte Istituti Bruno Leoni, ancora una volta si rende protagonista della vita pubblica ed economica italiana per il suo progressismo liberale e disinteressato.

I membri del Consiglio Nazionale di Parolecomplicate giurano altresì sul Codice Deontologico che voteranno centrodestra alle prossime elezioni, sol che la manovra economica in discussione al Parlamento riesca a mantenere le norme anticorporative oggetto degli strali del CNF e, non si capisce come, anche della liberalissima gilda dei tassisti.

E valga il vero.

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Riaccendere le luci

Non è facile per uno straniero avere un rapporto non drammatico con Milano. Io, ad esempio, ho un rapporto abbastanza drammatico con Milano.  Non è facile per un liberale avere un rapporto non drammatico con la sinistra. Io, ad esempio, ho un rapporto abbastanza drammatico con la sinistra, ma peggio con la destra.

Questi due problemi sono stati risolti ieri da Giuliano Liberamilano Pisapia, che in un’intervista commovente sul Post parla dei dieci luoghi di Milano a cui lui è affezionato. Lo spirito è il contrario del decalogo di Saviamo. Perché Giuliano è una persona buona. E’ popolare. E’ dolcissimo. Ha visione di insieme. Perché quando lui sorride sembra mio padre, con quegli occhi pieni di umiltà e comprensione. Come mio padre, poi, lui mi dà un sacco di speranza: la lista dei 10 posti di Milano a cui sono affezionato, oggi, si ferma al Frizzi & Lazzi.

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Vincenzo dice che sei bella

In questi giorni non capisco bene che cosa mi stia succedendo. E’ una sensazione nuova, di riconciliazione quasi religiosa con la mia terra. In questi giorni mi alzo la mattina ed il sole è più pulito. Prendo il tram facendo salire prima gli altri. Cedo il mio posto anche ai più giovani. Tutti mi sorridono e ricevo molti complimenti per le mie camicie un nuove. Vedo poche facce tristi, in questi giorni: comunque persone che se lo meritano. Vedo molti visi illuminati, invece: non so se se lo meritano, ma bene così. Stiamo pensando, nel mio consiglio circoscrizionale, di dedicare una via alle due giornate politiche più belle della mia vita. Qualcuno ha suggerito Via della Nuova Liberazione. Qualcun’altro Via Santanché. Io, che sono un entusiata, propenderei per Via Nonsvegliatemipiù.

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Di Ikea e dei fiori di ciliegio

Quando ero un blogger piuttosto famoso scrissi un post molto lucido a difesa dell’apertura, nel mio paese natale, di un meganegozio Ikea. Nel pezzo esprimevo il mio odio per chi odiava Ikea perché in quanto multinazionale fa crescere le città là dove c’era l’erba e fa molti soldi, alcuni dei quali delocalizzando. Dicevo che, al contrario di quello che normalmente succede, ogni persona davvero innamorata della libertà dovrebbe amare Ikea. Perché dove c’è mercato c’è speranza, e dove non c’è mercato c’è l’acre puzzo della sacrestia, delle tuniche viola e dell’incenso nella navicella.

Negli ultimi tempi nascono molti fiori. Noi siamo esteti e ci fermiamo a guardarli. Guardandoli, però, ci distraiamo e lasciamo che le forze oscure avanzino, occupino spazi, sbiadiscano i colori della primavera. Non mi ero accorto, ad esempio, che nell’ordinamento repubblicano esiste una carica istituzionale che si chiama “sottosegretario alla famiglia”. Non mi ero accorto, poi, che nello stato italiano indipendente e sovrano, questo posto è occupato da un prete. Un’altra cosa di cui non mi ero accorto è che per smascherare questo prete in tutta la sua disarmante nullità non servono le manifestazioni, i libri, le dichiarazioni sui diritti civili: bastano la magica comunicazione commerciale di una società privata e un po’ di fiori di pesco.

Ecco, mi son detto: è proprio questo il punto. Io non me n’ero accorto. Ikea sì.

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parolecomplicate forever

Non ho ancora visto Silvio Forever ma posso già ampiamente esprimere un giudizio.

Domani sono andato a vedere Silvio Forever con la mia ragazza. Lei è francese, di nome fa Jaqueline. Il film è molto bello, non schierato. E’ un film nuovo che si limita a registrare quello che succede da quindic’anni in Italia. Lo fa in modo pacato, a differenza della mia ragazza, che da quando è iniziata la guerra in Libia non mi bacia più. E’ un film che non parla tanto di Berlusconi, ma degli italiani. E’ un film che non parla tanto degli italiani, ma di come gli italiani si rapportano a Berlusconi. E’ un film che fa capire che in fondo Berlusconi non è così male, mentre gli italiani sì: sono così male. Si vede che il regista non è stato in Italia per un po’, comunque. Come Jaqueline, che è qui da non molto e mi riesce ad amare in modo molto sereno, molto francese. E’ un film divertente, ma allo stesso tempo ti lascia uno strano sapore in bocca. E’ pazzesco lui da giovane, comunque. Subito dopo il cinema, Jaqueline mi ha preparato una camomilla e io mi sono attaccato al pc. Ho scritto a tutti i miei amici italiani all’estero che sono orgoglioso di loro e che mi vergogno di stare in Italia. E che mi vergogno di me. Come loro. Che si vergognano di stare in Italia, e infatti non ci stanno. E come Jaqueline. Che secondo me si vergogna, di me.

Appena ho visto Silvio Forever, domani, ho capito che il problema di questo Paese è la nostra incapacità di ritrovare il coraggio e la fantasia, di capire il Paese reale, di comunicare concetti accessibili a tutti, di rinnovare la nostra classe dirigente. Problemi che, essendo strutturali, si riflettono pari pari nel mio rapporto di coppia con Jaqueline. Classe dirigente a parte. Forse.

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Sognare Mazzini

La cosa che fino a ieri mi ha fatto sentire più italiano di tutte è stare all’estero. Dove, a differenza della maggiorparte degli expat italiani (maestri di soluzioni e di noia), amavo in modo nuovo questo posto e basta.

Ieri stavo passeggiando e ho trovato una cosa che mi fa sentire ancora più italiano. Si tratta di un ragazzino cinese, sui 13, che sembrava davvero cinese. Mi ci sono avvicinato per caso, tram comuni. Lui si gira verso una sua amica che sembrava davvero italiana, e le rivolge un elegante: “Figa, che palle ‘sti mezzi!”. Che vuol dire tipo “accidenti, come mi annoia aspettare l’autobus”. Ho pensato da subito che mi sembrava di essere a Londra, dove persone che sembrano davvero non di Londra e invece sono di Londra parlano il londinese, prendono il té, e cose così. Poi mi sono detto, “Perché Londra?”. Perché non Torino, Milano, Roma.

Alla sera sono piuttosto stanco ultimamente, dev’essere l’età. Mi sono disteso sul mio divano verde e ho acceso il sito del corriere. Ho visto che la notizia principale di ieri è che alcuni consiglieri di qualcosa si sono messi con le loro scrivanie per strada, a far vedere che a loro di questo posto qui non è che gliene frega poi tanto. Sono gli stessi che sobillano masse sterminate di ottantenni contro chiunque non sia lumbard da almeno 10 generazioni, gli stessi che tuonano contro i cibi etnici e vanno nei vagoni a spruzzare il disinfettante alle stesse puttane che poi invitano a cena.

Ieri sera era una serata un po’ così e ho scritto una mail. Cari consiglieri di qualche cosa con la scrivania sulla strada, voi e la gente come voi tenta da 15 anni di farci ritornare indietro. Solo che non è possibile, quindi stiamo fermi. Cari consiglieri di qualche cosa, io capisco che a voi da un po’ gira bene perché il vostro è un lavoro facile facile, ma io vi voglio raccontare di un mio amico. E’ cinese, ed è molto più giovane di me. Mentre aspettavamo il tram, proprio ieri, lui non mi rivolto parola ma ha capito che era una giornata un po’ particolare. Senza neanche saperlo mi si è avvicinato e mi ha detto di stare tranquillo, di non farmi il sangue amaro per niente. Ché la storia ha i suoi momenti e i suoi colori. Ché per fortuna siamo in mezzo a qualcosa che non ci appartiene e che non controlliamo. Ché anche se ultimamente, non capisco come, c’è dello spazio anche per gente come voi, basta chiudere gli occhi e aspettare che passi. E’ solo questione di tempo.

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Dove ti porta il Cuore

Saviano non lo sa, ma la sua lista di cose per le quali valga la pena di vivere, infilata alla fine dell’introduzione al volume che raccoglie i monologhi di “Vieni via con me”, è il termometro esattissimo del mutamento genetico occorso alla sinistra italiana negli ultimi vent’anni. […] Al nono posto spicca “fare l’amore” che, per quanto sia un bisogno naturale, scivola ben quattro posizioni dietro la lettura dell’Iliade.

La stessa formulazione “fare l’amore” denuncia come Saviano abbia scansato accuratamente ogni equivoco con la lista di riferimento della sinistra italiana di vent’anni fa, il “Giudizio universale” sull’ultima pagina di Cuore, “la più grande hit parade della storia” in cui Michele Serra chiedeva ai lettori di votare per le cinque cose per cui valesse la pena di vivere. Continue reading Dove ti porta il Cuore

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Quant’è profondo il mare

Ho passato gli ultimi giorni a cercare di capire quale strano meccanismo mentale si sia instaurato tra me e il nord Africa. Che cos’è che mi fa stare attaccato al sito di Al Jazeera, che mi fa pensare di continuo ai volti di quei ragazzi per strada e alle loro mani alzate al cielo.

Una risposta parziale (ma credo vera) è che sono molto emozionato. E’ un’emozione sincera, quasi commossa. Da quando ho memoria sono governato dalle stesse persone, guardo le stesse tv, leggo di rivolte polacche o ungheresi solo sui libri di storia.Da 25 anni non è mai successo nulla di abbastanza vicino da sembrare reale. Come conseguenza (un po’ come con la storia del tipo nato, crocifisso e poi risorto) uno se la mette via. Certo, il popolo. Certo, la rivoluzione. Certo, le idee. Certo, camminare sull’acqua. E come no. E perché io non ho mai visto nulla di simile? Perché queste cose non succedono più? Perché non esistono, uno pensa. E invece.

Il nord Africa mi emoziona, mi coinvolge e mi sconvolge perché è vero. Perché succede, qui e ora. Perché dà una dimensione  all’inessenziale con cui mi ingozzano come un’oca da mattina a sera e su cui io scrivo, penso e dibatto pure. La verità è che il nord Africa, a prescindere dal chi viene dopo, ha un po’ cambiato chi ha avuto cuore di dargli ascolto. Non un cambiamento violento eh, e nemmeno un auspicio che quello che succede là accada anche qui (ci mancherebbe). E’ solo molta ammirazione (e un briciolo di invidia) per gli occhi sognanti di quei ventenni, che la mattina possono prendere in mano i propri giorni senza neanche dover coinvolgere Enrico Letta.

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Maledetta primavera

Mentre dall’altra parte del mare stanno succedendo delle cose che i miei figli studieranno nei libri di storia, quassù va tutto male.

Piove. Ho freddo. Ho sbagliato la spesa on line. Ho il mal di pancia. Ho la febbre. Faccio un sacco di incubi. Non riesco ad aggiustare il motorino (che in precedenza si era rotto). Non ho la forza per tagliarmi i capelli (che in precedenza erano più corti). Non ho il tempo per chiamare l’amministratore di condominio. Forse ho una carie. Forse due. La ragazza mi ha lasciato. Per un altro. E’ colpa mia.

Durante la preghiera delle 18 di oggi ci riflettevo e ho quasi iniziato ad avvilirmi. Poi, per fortuna, ho scoperto questo.

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Dimenticare il biglietto del 15

Pensavo proprio ieri che non c’è argomento più adatto del lavoro per utilizzare l’espressione “la mia generazione”. La mia generazione non se ne intende molto di Fiat, ma ne parla. Non se ne intende molto perché, ad esempio, sulla Fiat discutono confindustria e sindacati. E la mia generazione è fatta di persone che non sono iscritti a nessun sindacato e non possiedono aziende. La mia generazione ha avuto molte possibilità educative, sfruttate così così. Ora però non ha molte possibilità lavorative, così siam pari. La mia generazione non sa cosa sia un contratto nazionale di lavoro. La mia generazione non sa cosa significhi “nazionale”. Io non ho mai avuto un contratto. Molti della mia generazione non sanno di lavoro in generale . Non quello dell’operaio, almeno. Che sarà pure stabile, ma: facciam cambio? La mia generazione non conosce straordinari, nel senso di pagati, non è protetta dalla cassa integraziona, non avrà mai una pensione. Che magari l’operaio sì. Ma: facciam cambio? La mia generazione è forse pronta per pensare al lavoro senza la lotta di classe. Perché la mia generazione non è più un noi, è un io più altri io. La mia amica americana dice che questo è un male. La mia generazione ha perso, forse. Ma forse no.

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