Noi e Barney

Allora: è uscito da un po’ il trailer del film de “La versione di Barney”. A me non sembra male. Soprattutto l’attore, intendo. Non essendo più disponibile Mordecai Richler, la faccia da ebete di Paul Giamatti è esattamente quello che mi ero immaginato mentre lo leggevo. Sì, perché in realtà “La versione di Barney” è un libro. E’ un bellissimo libro, anzi. Parla di Barney, naturalmente: un conservatore canadese così stronzo, politicamente scorretto ed ironico da risultare irresistibilmente fico.

Il libro è famoso in Italia per tre cose. La prima è essere diventato un’icona del reverse snobism, degli uomini di destra che se ne fottono del buonismo e quindi sono fichi: si vedano, da ultime, “Andrea’s version” sul Foglio o “La versione di Oscar” (nel senso di Giannino) su Radio24. La seconda è che è un libro che piace (pur senza venir capito) ad alcune donne di sinistra che leggono il Foglio e ascoltano Radio24 soprattutto per raccontare alle cene di essere aperte agli altri, di fottersene del buonismo e, in definitiva, di essere fiche. La terza è che, a differenza che in altri paesi, in Italia Barney non è riuscito a conquistare gli elettori di centro. Tempo fa, ad esempio, ho regalato Barney ad un mio amico che non si posiziona politicamente con molta chiarezza. Ogni volta che gli chiedo se l’ha finito di leggere lascia cadere la cosa e mi inizia a parlare di West Wing.

Qualche assassinio senza pretese

Il mio paese natale è famoso per tre cose: l’Ikea, il recente omicidio di due puttane, e me. Al mio paese natale sono tutte brave persone, solo che per resistere ai mutamenti linguistici bisogna essere eroi, e non si può chiedere a tutti di essere eroi. “Ikea”, ad esempio, ha troppe vocali, e al mio paese natale l’hanno sempre chiamato “centro commerciale”. Le due ragazze massacrate con una balestra nel mio paese natale hanno iniziato a chiamarle “escort”, come fanno i giornalisti. Al mio paese natale (ma anche da altre parti) non usano i termini “puttane” o “prostitute” un po’ per rispetto e un po’ per non dar fastidio ai bambini a cena. Quanto a me, rappresento l’unica costante e tutti continuano a chiamarmi “hei!”.

Steve Jobs ha parolecomplicate nell’inbox

Poi dicono che a violare la privacy sia Google. Uno non può spedire una mail  ad un amico, che.

(grazie a Sergio)

La coerenza è un disvalore

Il relativismo consiste nella libertà di giudicare le idee e non le persone, riservandosi il lusso di decidere caso per caso. Il fascismo è il tifo a prescindere, il negare i sogni. Di fronte ad una persona molto amata o molto odiata che dice una cosa x, il fascista dice “la amo” oppure “la odio”, mentre il relativista dice “mah, vediamo: che ha detto?”. Una società di relativisti è una società libera. Una società di fascisti si fonda sulla malinconia dei vincoli.  Se ad esempio dei poliziotti entrano in un posto dove la gente dorme dopo una manifestazione molto stancante e massacrano di botte decine di persone il fascista dice “abbiamo fiducia nelle forze dell’ordine”, il relativista dice “davvero?”, e poi piange. Se, sempre ad esempio, c’è un estremista cattolico con un passato torbido ed un’arroganza ai limiti dell’umano che fa il miglior giornale d’Italia il fascista dice “figurati se leggo il Foglio”, mentre il relativista dice “figurati se non leggo il Foglio”. Se c’è una legge in discussione in Parlamento che limita la possibilità di sentire e pubblicare le mie telefonate erotiche con la lattaia il fascista abusa del termine libertà utilizzandolo in frasi del tipo “voglio la libertà di essere informato”, mentre il relativista chiude gli occhi e pensa intensamente alle trecce bionde della lattaia.

Il reato di lesa maestà caratterizza fortemente le società fasciste. E’ un fenomeno molto diffuso che consiste nel dare addosso a chi si schioda dal gruppo, appoggiando a priori gli incoscienti che rinunciano al diritto/dovere di giudicare i fatti in quanto fatti e seguono acriticamente il Giornale o Repubblica. La redazione di questo blog si è sempre impegnata su una linea (non dico equidistante ma almeno) dubitativa su quasi tutto. Una sola eccezione: le cipolle. Le cipolle sono il male assoluto, sono la morte fatta ortaggio. L’esercizio democratico, però, ci migliora di giorno in giorno e proprio ieri pensavo che lo scalogno, così delicato, non è niente male.

Di Lost e della mia malinconia

Non ce la faccio a vedere l’ultima puntata di Lost. Non ce la faccio proprio. Quando iniziai – anzi, quando venni iniziato – ero poco più che un ragazzino. Ero appena tornato dal mio erasmus in Francia. Ah, la Francia. Con tutti quei vestiti a fiori, con tutti quei fiori. Tornato a casa, caddi in depressione. Un amico, Luca (che ha un blog), mi consigliò di scaricare una puntata di questa cosa americana. Lo feci, e per tre mesi non uscii dalla mia camera vicino al mare. Stavo tutto il giorno con la tapparella abbassata, guardavo dieci puntate al giorno, non riuscivo a pensare ad altro. Decisi di ridurre quando una sera sul tardi dovevo andare a cena con un’esteta e dietro Piazza Unità incontrai John Locke. Parlava in triestino e io capii di avere un problema.

Lost non è un telefilm. Lost è una religione. Lost è tutto, per me. E’ più importante delle mie cravatte, della colazione la mattina, del mio consiglio circoscrizionale e, quando non è primavera, anche dei vestiti a fiori. Il solo pensiero che possa finire tutto così, adesso, mi fa venir voglia di piangere, o almeno di morire. Vorrei gridare al mondo che non è giusto sfruttare i sogni delle persone per sei anni, lunghi e bellissimi. Vorrei urlare a J.J. Abrams che poche persone su questa terra hanno fatto tanto per me, che gli sarò grato per sempre. Vorrei urlare ai critici che chissenefrega delle domande non risolte, dei misteri lasciati sospesi, dei personaggi disegnati a metà. Quando voglio delle risposte mi guardo un documentario.  Se fossi ossessionato dalle soluzioni guarderei C.S.I.

In questo mondo di banalità disperate e di sesso nella città Lost è stato un bel maggio. Erotico, intenso, commovente. E io ho tanto bisogno di qualcuno che mi dica che andrà tutto bene.

L’unico iPad buono è quello spento

Da un paio di giorni hanno attivato l’Apple store italiano di iPad. Prima c’era un modo per installarci le applicazioni, con il computer. Mai provato.
Le applicazioni sono ancora pochine ma inizio a capire, pian piano, che cosa intendesse Jobs con “magico e rivoluzionario”. Leggere la mattina il giornale senza doverlo comprare cartaceo in edicola mi fa sentire molto vicino ai problemi dell’ambiente. Ordinare sushi a pranzo scegliendo gli ebiten per strada da un gigantesco menù on line mi fa sentire molto metropolitano, molto milanese. Parlare alle cene di quanto è divertente vincere il mondiale con Balotelli a Fifa per iPad mi fa sentire brillante e multiculturale. Poi c’è che, eticamente, il porno su iPad non va (vero): ciò mi fa vivere una dimensione interiore nuova, pura.
Per tutte queste ragioni, lo vendo. Magico e rivoluzionario. 39 euro e novanta, custodia inclusa.

Luca chi?

Io l’ho sempre stimato, quel blogger lì. Davvero molto bravo (non me l’aspettavo), pungente, ironico, umile, forse un po’ scostante – ma glielo perdoniamo. Soprattutto oggi, che quel blogger lì fa un salto di qualità, nel merito e nel metodo, contribuendo a regalare alla blogosfera (bloggosfera) italiana qualcosa che non c’era: un giornale on line. Indipendente, ironico, ggiovane, gratis. Insomma: oggi si inaugura Paperblog (che già esisteva in France, però) e parolecomplicate, su cortese invito, ci sarà.

Ultima spiaggia

andiamooltre

Ci sono essenzialmente due modi per affrontare la situazione politica italiana. Il primo è lamentarsene, cercando di convivere con il senso di schifo immondo che ti suscitano i discorsi nazisti delle vecchiette alla fermata del bus, la tivvù, i giornali, il tempo metereologico e Paolo Del Debbio. Il secondo è non fare tardi ’sta sera  e venire domattina alle 10.30 al Circolo Arci Bellezza di Milano. Non ho ben presente, ma potrebbe succedere qualcosa di bello, di nuovo, con persone mai viste prima in ambienti così, diciamo. E’ più o meno questione di vita o morte e alla peggio ci sarà comunque un rinfresco.

Di iPad e del principio di utilità

Ho un iPad. A 32 giga, anche. Me lo sono fatto acquistare da un amico che è andato a New York (ufficialmente) in vacanza (ma in realtà) per acquistare iPad.

L’oggetto in sé è di una bellezza disarmante. Pesa poco (500 kg) e ha una batteria che mi dicono duri tantissimo. Lo schermo è molto piatto e liscio. Il retro è argentato. Ho anche una bellissima custodia nera, la cui cover anteriore si piega e, incastrandosi con la cover posteriore, crea un piano inclinato che permette di usare iPad in luoghi diversi dal divano o dalle poltrone. 

Avere un iPad è una bella esperienza, soprattutto dal punto di vista interpersonale. Tutti ne hanno parlato per mesi, tutti ne parleranno ancora per anni. In treno ho tirato apposta fuori iPad dallo zaino: la ragazza accanto a me (riccioli biondi, occhi verdi, originaria del veneto orientale) mi ha rivolto molte attenzioni e ora siamo fidanzati. A lavoro ho sfoggiato apposta iPad: mi hanno promosso in una posizione così apicale che ora non ho più prospettive di crescita e sto pensando di andare a cercare fortuna in America. Alle cene non faccio che parlare di iPad. Questo tema, di cui discorro con molta umiltà, mi fa sembrare una persona colta e attenta; un cittadino del mondo, come direbbero i marinai del traghetto Bari-Patrasso (60 euro in tutto, andata e ritorno).

Questo quadro generale, piuttosto positivo, si scontra con l’assenza di amore del nostro tempo, con la domanda con cui tutti mi ossessionano: ”ma a che cosa serve?”. Esiste in commercio un Manuale di Conversazione che insegna come schivare questi fiotti di veleno. Secondo questo manuale bisognerebbe rispondere: i) è una specie di computer portatile: ci si naviga in internet e si ascolta musica; ii) serve a leggere libri on line; iii) serve per il porno, ché su iPhone è troppo faticoso.

Io non uso nessuna di queste risposte. Io non ho idea di a che cosa serva iPad. Il mio Mac è troppo vecchio (OS X 10.4) e iPad, giovane com’è, non lo ritiene compatibile con sé stesso. Non potendo in alcun modo farlo funzionare, ne apprezzo la bellezza in modo puro e totale. Con iPad ho un rapporto di amore preadolescenziale, incondizionato ed estatico. Non mi interessa se non legge i filmati in flash; trovo inessenziale la presenza di una cam; credo che le ditate di pollo fritto sullo schermo inerme abbiano un che di erotico.

Da quando ho iPad mi sento migliore. iPad mi ha liberato dall’ossessione dell’utilità. Lo porto con me ovunque, spento, tranquillo, come un pensiero. Quando la mia istruttrice di nuoto mi ha chiesto a che cosa serve, io ho sentito il profumo di primavera e ci siamo baciati. Lei mi ha lasciato dei segni di rossetto viola sulle labbra e lo schermo di iPad è divinamente riflettente. Dopo essermici specchiato ho pensato di non togliermeli mai più.

Loop

- Buongiorno. Ieri sera mi hanno rubatto il portafoglio con dentro bancomat, documenti, carta di credito, soldi. Vorrei fare denuncia.

- Va bene, mi dia un documento.

iWant

Quanto non sei glam se non parli dell’iPad. E quanto non mi piace non essere glam. La posizione ufficiale della redazione, qui, è molto cambiata negli utlimi 8 minuti. Fino a 8 minuti fa: avevo seguito in diretta la presentazione dell’iPad; avevo letto che c’è qualcuno che lo trova un iPhone un po’ cresciuto; avevo letto di qualcun altro che dice che è una rivoluzione, nel senso di salvezza dell’editoria mondiale; mi ero detto che, insomma, a me questa gran cosa non sembrava. Quasi 8 minuti e 46 secondi fa ho visto il trailer ufficiale dell’iPad. La mia attuale posizione sull’IPad è: lo voglio. Ora.

Berlino

Al di là della fitta coltre di neve sotto la quale si è risvegliata oggi, questo posto mi sta facendo seriamente pensare al rapporto tra un popolo collettivamente felice e delle strade in cui ogni tre vetrine di abbigliamento c’è una galleria d’arte.

Della mia solitudine di fronte alle vetrine natalizie

Il Natale causa sui miei sentimenti effetti contrastanti. La prima volta che mi sono innamorato è stato circa quattro anni fa, a Natale. Lei era entrata in camera mia per provare un cappotto di montone perché era Natale e faceva freddo. Io me ne innamorai soprattutto perché quando si vanno a fare le spese, a Natale, guardare le vetrine da soli è tremendo. Desolante. Mai provato? Io no. Lo scorso Natale è stato decisivo per la scrittura di questo post, perché lei ha iniziato a dire che gli adesivi natalizi a forma di riccio che mia madre mi aveva dato da appendere sulle finestre erano infantili. Io, legato in modo spasmodico a mia madre e ai ricci, prima ne ho appesi altri 3, poi l’ho lasciata. Immediatamente dopo, guardando una vetrina, ho promesso a me stesso che non farò mai più il presepe. Il fatto che Ikea non li venda affatto mi facilita la vita. Ikea vende alberi di Natale però, ma quando ci passo vicino giro la testa dall’altra parte: guardo la mensola denominata “tappeti svedesi monouso e polpette”. Che a me piacciono molto, tralaltro. Entrambi.

Soluzioni inumane a problemi che non esistono

Una delle cose importanti che due miei maestri mi hanno insegnato sullo stare al mondo è l’importanza della gratitudine. Io sono molto grato a loro, per questo. Sono molto grato al sole, appena mi sveglio. Sono grato a mio padre e a mio fratello. Sono grato a mia madre. Sono grato alla mia Università. Sono grato alle persone che mi vogliono bene. Sono grato al mercato e ai miei compagni di lavoro. Mi sento anche molto grato al maestro di chitarra di quand’ero bambino. Sono grato a Luxa. Sono grato a Fabrizio. Sono grato all’Europa e a Gianfranco Fini. Sono grato a Emma. Sono grato a certi preti, lucidi e soli. Sono grato alla Francia e, in un certo senso, potrei considerarmi grato anche nei confronti della Spagna. Sono grato al mio Professore di filosofia del diritto e, in un certo senso, anche al mio professore di filosofia. Sono molto grato anche ai Beatles, come dovrebbero essere tutti. Per questo motivo, si sappia sin d’ora che non ho alcuna intenzione di commentare le dichiarazioni di Paul McCartney sull’importanza di essere vegetariani per risolvere il dramma del global warming.

Il cielo sotto Milano

Dovrebbe esistere un’esimente estetica ed una erotica. Non è possibile mandare in galera una ragazza americana, qui in una specie di Erasmus, solo perché ne ha uccisa un’altramolto meno bella di lei. Non è giusto. Fosse una di quelle enormi mangiatrici di odio, dico, vabbé. Ma lei, Amanda. Proprio no. Lo dice anche il mio dentista: dovremmo smettere di occuparci di cronaca nera, quando si tinge di rosa. Nessuna donna dovrebbe andare in prigione in generale, forse. Mi sembra un giusto risarcimento per gli ultimi settemila anni di arroganza maschile, o almeno per quei dieci minuti in cui Berlusconi ha violentato la mia Rosy. Dovrebbe essere vietato occuparsi di donne che sbagliano, e invece qui succede il contrario. Appena il sesso c’entra, tutto aumenta. Appena il sesso è in dubbio, poi. Negli ultimi due giorni della settimana le mamme di tutta Italia si sono occupate di comunicare ai propri figli che era tragicamente morta Brenda. Che l’ottantasette per cento della mia generazione abbia pensato a Shannon Doherty è una buona notizia.

Sa gueule

Non mi si tiri fuori la questione della violenza negli stadi, per cortesia. Nemmeno verbale. Qui la violenza c’è, ma è contro, non negli. Succede che durante inter – roma qualcuno con particolare senso dell’umorismo tira fuori neanche uno striscione, un lenzuolo. Sopra il lenzuolo c’è scritto neanche con lo spray, con l’uniposca qualcosa tipo: “Platini, gobbo di merda fatti i cazzi tuoi”. Qualche giorno prima il francese (che fu gobbo) aveva criticato l’inter perché a sua detta è una società con i bilanci in rosso. Oggi è arrivata la notizia di 10 mila euro di multa alla società, per lo striscione.

Non si metta in dubbio il disinteresse nei confronti del calcio, qui, e l’odio profondo per gli ultras. Ma qui c’entra la libertà. C’entra una specie di avvertimento mafioso, una testa di cavallo lasciata ai piedi del letto. Platini crede di poter fare in Italia quello che ci viene fatto ogni giorno da altri presidenti illustri, non nel senso di Moratti. Ma non ci provi nemmeno. Libera critica in libero stadio. Se Platini ha delle ragioni valide per fare sparate simili che mandi una mail alla CONSOB, non alla Gazzetta. Se non ne ha, si aspetti degli inviti ad una giusta cautela.

Un porco, oddio #3

L’unica differenza tra l’epidemia che ogni anno porterà alla fine della razza umana e un raffreddore sono due colonne sul giornale. Succede in modo molto regolare. Lo schema è: arriva l’inverno. L’inverno coincide con la fine dell’emergenza caldo e con l’inizio dell’emergenza freddo. Con il freddo arrivano le malattie. La gente, anche in un paese perfetto come il nostro, muore. E allora per vendere i giornali ci si inventa un’epidemia, scegliendo un nome esotico ma non troppo. Spagnola, aviaria, suina. Una vecchia muore di vecchiaia. Una bambina di polmonite. Un cinquantenne investito da un treno. Tutti e tre avevano il raffreddore. Tutti e tre morti di epidemia. Poi qualcuno (con parolecomplicate nel reader) magari smentisce, ma ormai.

Qui se ne parlò, e neanche per la prima volta, in tempi affatto sospetti.  E se ne parlò da laici, anzi: da laicisti. Qualcuno dica a Beppe Grillo che tutta questa bufala dell’influenza porcellina non è stata confezionata e diffusa (la bufala, non l’influenza) dai lobbisti della Pfizer: l’avrebbero fatto meglio. E’ come se qualcuno dovesse darci dei buoni motivi per alzarci, la mattina, felici di esser vivi. A me basta il profumo del barattolo Illy.

Non è che devo per forza vestirmi uguale sempre

Mi piacerebbe davvero molto scrivere un libro. Uno di quei romanzi bellissimi, pieni di sentimenti e di personaggi ben caratterizzati – oppure di paesaggi che non sono esotici ma a prima vista possono sembrarlo. Sono sicuro che, se solo avessi tempo e talento, diventerei subito famosissimo. Venderei almeno una cinquantina di copie, ma alle persone giuste. Che poi ne parlerebbero ad altre persone. Che poi comprerebbero il libro, che non gli piacerebbe nemmeno un po’. Si sentirebbero però lo stesso in dovere di parlarne bene proprio a tutti, perché non ha nessun senso fare il contrario. Così diventerei ancora più famoso. E potrei smettere di lavorare: potrei solo scrivere. Mi fidanzerei con una sarta russa, diciamo di Kiev (che però ha fatto un master in Turchia, dove ha studiato anche la madre di un mio amico). La cosa più bella sarebbe senz’altro litigare con i miei colleghi scrittori. Ce n’è uno, in particolare. Mamma mia se lo incontrassi, quello. Se lo incontrassi da scrittore famoso ed apprezzato. Più famoso e più apprezzato di lui, dico. Intitolerei il mio libro “La solitudine dei numeri uno”.

Gente che non ha mai provato la guerra

Devo scrivere qualcosa su Halloween.

Allora. Il tema è: Halloween. Per evitare di perdere tempo in cose che si possono leggere dapperutto, cerco di esaurire tutti i luoghi comuni su Halloween nelle prime 4 righe del post. Allora: Halloween è un’americanata.  Importiamo solo le cose peggiori. Non appartiene alla nostra cultura. E’ diseducativo mandare in giro dei bambini vestiti tipo Rocky Horror Show di notte, di inverno. Ai miei tempi queste cose non c’erano, c’era il carnevale. Fine delle prime quattro righe.

La mia storia di Halloween è questa. Me ne sono dimenticato. Perché ero preso dal fare la lista della spesa per il prossimo natale. Mentre ero a casa del mio commercialista, due sere fa, hanno suonato alla porta. Erano tre ragazzine, faccine colorate, dolcetto o scherzetto. Ho cercato di spiegargli che, anche se a prima vista poteva sembrare diversamente, quella non era casa mia e non sapevo dov’erano i dolcetti. E nemmeno gli scherzetti. Una di loro mi ha guardato con un’espressione così triste che me ne sono innamorato subito.

Ci siamo sposati ieri. Poi abbiamo affittato un monolocale a New Orleans, dove nessuno ci dirà mai che Halloween non appartiene alla nostra cultura.

Perché a Milano non c’è spazio per l’amore

Mi chiedo se sia sensato sperare, prima o poi, in un rapporto moderatamente sereno con Milano. Perché le cose stanno migliorando, complici le foglie colorate e questo freddo che freddo non è. Però c’è sempre quella sensazione tremenda che si ha in vacanza, quella per cui devi camminare radente al muro, che appena ti esponi un po’, pam!, solo perché sei un turista e va bene così.
Succede che un po’ di tempo fa ho iniziato a sentire fortissimo il desiderio di avventura. Complici un po’ di treni in troppo anticipo ho deciso di partire da casa, in Ungheria, e raggiungerla in macchina. Non volevo infrangere norme e buongusto. Non ho parcheggiato in divieto e neanche sui marciapiedì dove non si può, ma però. Non ho trovato parcheggi pubblici. Allora ho parcheggiato in parcheggi privati, al chiuso. Ce n’era uno che costava moltissimo. Questa mattina ho spostato l’auto in un altro. Costa più del doppio.
- Quanto rimane?-
- Mah, due notti.-
- Vabbe’, facciamo lo sconto.-
- Grazie, non ha idea di quanto abbia speso fin’ora. Non credo verrò mai più a Milano in macchina.-
- Ah be’: allora niente sconto.-