Sanremo è underground

Devo confessare che quando ho letto il nome di Federico Moccia (il ciccione romano che produce lucchetti sui ponti) tra gli autori nei titoli di testa, ho pensato anch’io che quest’anno sarebbe stata più dura del solito. E infatti: la prima serata di Sanremo è stata molto peggio del solito, così peggio da essere, naturalmente, infinitamente meglio.

L’anno scorso ci si era lasciati con la rivolta degli orchestrali che lanciavano spartiti contro il re torinese Vittorio Emanuele (Torino, come noto, è il male assoluto) e la fanfara dei carabinieri che intonava Guerre Stellari. Quest’anno la rappresentazione è andata così oltre da diventare teatro dell’assurdo, tragedia greca.

La valletta ukraina (dea della bellezza) che si spezza il collo. I due comici all’inizio (satiri) diventati tristi e del tutto incapaci di far ridere. Dioniso che entra in scena in un delirio trash di bombe e fantaguerra e tiene un monologo baccante lunghissimo, spinto dall’MD che sorseggia di tanto in tanto dal bicchiere, con tanto di nano alla David Lynch che si alza dal pubblico e delira di politica (la loggia). Poi i conduttori, i veri protagonisti. Morandi è il dio della casa, la grossa mamma antica preoccupata e benevola che ti cura il ginocchio sbucciato con le sue manone fuori prospettiva. L’altro, Papaleo, è il demonio, il male assoluto (come Torino). E’ una specie di American Psyco che guarda lascivo le cosce delle minorenni (Emma) e si vanta del suo fallo (“che tentazioni!“, “andiamo dietro le quinte che facciamo un inserimento“) con due pupille che neanche Sid Vicious. E poi questa cosa del “Sanremo tecnico”, il Sanremo Tekné, ovvero Sanremo come esaltazione della violenza. Il tutto inserito in un ritmo straziante, in un tempo che non è tempo, in un elogio della noia e della lentezza. Avvilimento lento.

Io lo so che questa mattina tutti i pennivendoli e i twitterers del mondo daranno addosso a Sanremo, citando ingaggi stratosferici che potevano finanziare scuole in India, oltraggiando Dioniso perché ha detto delle cose senza senso, esaltando la Gabanelli (dio ce ne scampi) e dicendo che Sanremo è lo specchio del Paese o che il Paese è lo specchio di Sanremo (oppure che il Paese è meglio di Sanremo) e via così con la patetica lista delle ragioni per le quali Sanremo dovrebbe chiudere.

La realtà è che Sanremo, apologia del mondo al contrario, è il miglior programma che la RAI produce. E’ il più coraggioso, il più efficace nel driblare perbenismi e rigidità di quegli ambienti da curia romana in cui la “C” si pronuncia ”G”. Basterebbero i riferimenti massivi alle droghe pesanti e alla psichedelia piazzata lì, in prima serata, per convincere chiunque che Sanremo, in quanto unico, va difeso sempre, anche contro Sanremo (o volete Giletti, eh?). Perché Sanremo è speciale, perché Sanremo è una salamandra travestito da agnellino, tiene un profilo basso e ti salta al collo quando meno te lo aspetti. Perché Sanremo è underground, è psichedelia sparata nei circuiti mainstream. Perché Sanremo ti lacera dentro, ti destabilizza. Considerato che ho già delle giornate piuttosto tese, mi sa che ‘sta sera mi rilasso un po’, che c’è la Champions.

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Della grave assenza di disapprovazione natalizia

Nessuno ha notato che quest’anno è mancato un elemento nei natali scorsi sempre presente: il Lamento del Prete. Ogni anno, al sopraggiungere del natale, un prete sale sul pulpito di varietà come il TG1 o il TG3 e, pieno di finto livore e cattive intenzioni, tuona contro il consumismo. Perché natale è la nascita del Cristo, non un’occasione per comprare l’ultimo sgabello di Philip Stark. Perché bisogna concentrarsi sull’amore di dio, a natale, non sul colore degli ultimi pigmenti Mac.

Quest’anno, invece, niente Lamento del Prete. La Chiesa tace sugli orrori della libertà economica. Questo mi destabilizza. Che sia la crisi? Che i preti temano gli strali dei loro colleghi commercianti, già messi mica tanto bene? Che sia l’Ici? Che i ghost writer dei preti siano tutti occupati a giustificare l’evasione totale degli ultimi 60 anni? Che sia il governo Monti? Con quei loden che avvolgono, giustificano e salvano tutto e tutti?

Lo shopping è un atto sessuale: è svuotato di colore, se reso libero da ogni disapprovazione.  I commercianti di Montenapoleone sono in subbuglio: gli esprimo viva solidarietà. Il mio panettone di Ranieri mi sembra un Bauli, senza senso di colpa. Privato del pensiero dell’Africa, uno regala libri di Benedetta Parodi e poi finisce a letto con un proprio parente.

Caro Babbo Natale, tu sei la nostra unica speranza. Riprepara la slitta, avvisa le renne. Rimettiti quel vestito da Gabibbo in crack e rifatti un altro giro quaggiù. Portaci un Carlo Maria Martini, furente e avvilente come ai vecchi tempi. Babbo Natale, in tempo di crisi bisogna fare sacrifici ed essere altruisti: anche se il tuo turno è andato, noi magari per la Befana ce la si fa, a sentirsi almeno un po’ stronzi.

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Dell’esame di avvocato e di altre forme di waterboarding

Assieme allo smog di Milano e alla mia solitudine, il problema più grave del Paese sono i vecchi. Non i vecchi vecchi tipo i nonni, intendo i mezzivecchi, tipo 70 anni. Quelli che sono al potere. Tanti la chiamano questione generazionale e propongono soluzioni accomodanti. Io lo chiamo disagio.

I vecchi sono un danno. Nel mio lavoro, i vecchi hanno inventato una cosa che si chiama “esame di avvocato”. Consiste nel deportare decine di migliaia di giovani all’anno in capannoni troppo freddi o troppo caldi, inondarli con senso d’impotenza e fargli scrivere tre documenti in condizioni che nella vita reale non esistono (senza il computer e senza internet, per esempio; o con donne incinta che piangono e recitano rosari; o con degli sbirri che non ti lasciano andare a pisciare).

Poi i vecchi rideportano i giovani da dove sono venuti e, sorseggiando Vermut, decidono se i documenti scritti dai giovani vanno bene o no. Dopo 7, 8, 9 mesi i vecchi comunicano ai giovani il loro giudizio spesso influenzato dal Vermut e decidono se i giovani devono ripetere la deportazione o se possono cominciare a diventare vecchi. Si inizia a diventare vecchi perdendo un’estate a studiare materie come diritto ecclesiastico e sostenendo un esame orale svolto in condizioni che nella vita reale non esistono: tutto si svolge in un’aula di tribunale e la sentenza arriva subito.

La totale assenza di bellezza, prima che di giustizia, di questo processo causa nei giovani una grave depressione, li peggiora. Dopo la deportazione e il superamento dell’orale, molti nonpiùgiovani  iniziano a sostenerne l’opportunità.

Soffocati nelle loro regimental, i nonpiùgiovani iniziano a sostenere che la deportazione sia giusta perché (i) siamo già in troppi, non c’è lavoro;  (ii) la difesa è un valore costituzionale, gli avvocati non sono commercianti.

Nonpiùgiovani che avete superato l’esame: (i) siamo già così tanti che rimarremo troppi per i prossimi 80 anni anche se da domani non diventasse avvocato più nessuno; (ii) la difesa è un valore costituzionale e noi siamo in un mercato, che è un valore costituzionale (e poi basta con ‘sta costituzione, davvero).

Nonpiùgiovani, almeno voi, ricordate i tempi della bellezza. Ricordate i tempi in cui tutto era semplicità e emozione. Aboliamo l’ordine degli avvocati. Aboliamo tutte le corporazioni. Aboliamo l’esame di avvocato, di giornalista, di architetto, di igienista dentale. Aboliamo le regimental, e facciamo decidere al mercato (soolo al mercaato) chi può fare questo lavoro e chi no.

Se non ci sono abbastanza divorzi, cambieremo lavoro. Avremo meno avvocati e più tempo per fare l’amore. Questo causerà più divorzi e rendera il mondo un posto migliore. Equilibrio karmico, dolcezza liquida. Riprendiamoci le estati e i dicembri. Se non ora, quando?

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Del 308 e della mia infinita tristezza

Davvero finisce tutto così? Con Gabriella Carlucci che chiude il sipario con la sua bocca finta e triste increspata in una smorfia di convenienza e rassegnazione, senza neanche aspettare l’ultimo applauso, senza neanche l’ultima risata mandata dalla regia? Davvero gli ultimi 20 anni della vita politica di questo Paese, la mia infanzia politica, la mia adolescenza politica e la mia vita politica adulta si sgonfiano come un pallone arancione Supertele? Davvero, senza neanche far rumore?

Nessuno, ti giuro, nessuno sarebbe stato in grado di scrivere una storia come quella politica di Silvio Berlusconi. Una storia pazzesca, imprevedibile, squallida e indistruttibile. Con lui che ne fa di ogni, ogni giorno, ogni ora. Con lui che alza ogni asticella immaginabile a livelli che neanche pensavo possibili. Con lui che mina qualsiasi cosa: equilibri personali, economici, istituzionali e, per fortuna, morali. Con tutto il mondo e metà Italia che lo vuole finito di morte violenta, quando va bene. Con l’eccezione che diventa regola, con i preti che difendono orgie con minorenni, con gli ex comunisti che acclamano i vescovi, con confindustria contro un imprenditore, con la destra che alza le tasse.

Dopo tutto questo, davvero finisce così, in silenzio? Senza un Tribunale o una sede della Corte costituzionale che scoppia in aria? Senza un meteorite che devasta il Parlamento? Davvero finisce tutto con un rendiconto dello stato, e neanche un Gavrilo Princip per chiacchierar?

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Combinato indisposto

Post per giuristi.

La proprietà è il diritto di godere e disporre di una cosa in modo pieno ed esclusivo. Se sono proprietario di una mela, ne posso godere (mmh) e disporre come e quando voglio. Se ho un corpo, come normalmente accade, ne sono proprietario. Posso goderne (mmh) e posso disporne, pur se con alcuni limiti, in modo pieno ed esclusivo.

Da ieri non sono più proprietario del mio corpo. Mi è stato sequestrato preventivamente da un gruppo di analfabeti, per far piacere ai preti. Il mio corpo verrà martoriato, imbottito di droghe e sondini.  Verrà stremato, a prescindere dalle sue condizioni, finché le macchine riuscirranno a far andare su e giù i miei polmoni, almeno un po’. Finché qualche persona senza cuore dirà alla stampa che posso ancora procreare. Da ieri non sono più libero di partire in pace, nonostante il dolore, neanche dopo anni di coma. Deciderà il medico, per me, anche se in vita ho detto il contrario.

Questa legge  non mette in discussione la proprietà (è davvero di destra, fascista, come mai potrebbe?), anzi: parte solo da un presupposto diverso in punto di titolarità. Io non sono più proprietario del mio corpo perché, come noto, il proprietario di tutti i corpi del mondo è dio. Cioè un alieno che 4.000 anni fa, secondo le ultime stime, ha creato questo mondo per ripicca nei confronti di due tizi che rubavano frutta. Essendo suo, il (mio) corpo, decide lui. O, per intercessione, il medico che avrà la sfiga di curare il suo corpo (nel senso di mio) quando sarò per le ultime.

Con una legge di qualche anno fa, il gruppo di analfabeti che ieri ha sequestrato il mio corpo ha anche ampliato le maglie della leggittima difesa, definendo come lecito l’uso un’arma al fine di difendere “i beni propri o altrui, quando non vi è desistenza e vi è pericolo d’aggressione“.

Immagino che riempirmi a forza il corpo di tubi possa essere considerata un’aggressione. Immagino che, in quanto possessore del (mio) corpo di dio da almeno 28 anni, una qualche usucapione debba pur essere scattata.

Attenti.

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Che il mar si muove appena

Libertà: ti ho vista dormire negli ultimi vent’anni. Non fai neanche in tempo a risvegliarti (con Giuliano e tutto il resto) che vieni subito soffocata dall’olezzo di incenso, l’orrenda puzza della sagrestia e dei sensi di colpa. Non parlo, Libertà, della nomina dell’arcielle Scola (non hanno nessun potere su di te, quelli lì): il fuoco che fa più male è quello che arriva dalla parte amica.

La prima cosa che è successa, Libertà, è un mezzo casino per un manifesto politico. Un manifesto in cui una folata d’aria alza una gonna anni ’60, rosa, bellissima, ad una ragazza bellissima pure lei. Slogan: “Il vento è cambiato”. Le femministe, aizzate dal Corriere, dicono che è un manifesto da Berlusconi. Che il corpo delle donne. Che, insomma, vergogna! Che l’utero è loro. Che ci mancherebbe.

La seconda cosa, Libertà, è un incontro tra te e una ragazza pisana. Che, da toscana (ah, benedetta toscana), ha pensato di girare un porno. Questa ragazza, prima di incontrare te, si era iscritta ad un partito, lo stesso del manifesto del vento. Succede così che alcuni del partito, aizzati dalle femministe, a loro volta aizzate dal Corriere, dicono che è una cosa degna di Berlusconi. Che il corpo della donna. Che, insomma, vergogna! Che l’utero (anche quello della pisana) è loro. Che ci mancherebbe.

Libertà, non lo so che succede in questo posto strano, dove chi dovrebbe farti danzare veste i panni scuri di Torquemada e chi dovrebbe star ricurvo sui messali organizza riti orgiastici.

Libertà, diglielo tu a quelli del partito: che se non c’è spazio per le gonne alzate e per l’amore libero, tanto valeva riposare ancora un po’.

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All right

Io non so che succede, qui, da un po’. Sono diventati tutti interessati alla politica, tutti attenti, tutti buoni. Uno prende il tram e tutti parlano di principi, di ambiente, di cose davvero molto belle. Noi, che si è sempre stati in minoranza, da un po’ ci sembra di avere una grande famiglia. Davvero tantissimo, proprio. Noi si sta bene, adesso. Tutti votano. E, da un giorno all’altro, votano anche bene. E’ strano. E’ bellissimo. Davvero. Non so che dire.

Non posso più lamentarmi della Moratti, ad esempio, perché c’è Giuliano. Non posso più lamentarmi dello smog, poi, perché secondo me ce n’è già di meno. Non posso più lamentarmi delle politiche ambientali, che con ‘sti referendum ci siamo spostati a sinistra di Lifegate Radio. Non si può neanche più parlar male del governo, che guarda come sta messo: mi sembra di infierire. Addirittura i preti. Addirittura loro, ultimamente, dicono cose di buon senso. O non dicono, che è già una bella cosa. Da Paese vero, laico. Tipo l’Emilia Romagna. Ah, l’Emilia Romagna.

Da un po’ di tempo esco di casa per andare a lavoro e mi sembra di stare a Trento. L’altro giorno stavo passeggiando su Viale Tibaldi e mi spunta tra i piedi una pista ciclabile. Faccio un pezzo di Giambologna e vengo ombreggiato da due file d’alberi nuove di zecca. Arrivo dalle parti di Via Santa Sofia e praticamente non ci sono automobili. Solo tram. Con tramvieri simpatici. Sorridenti. Che portano persone simpatiche. Sorridenti. Democratiche. Gentili. Sensibili. Multietniche. Arrivato dalle parti di Missori, poi, e incontro una vecchia con la faccia cattiva. Diadema d’oro massiccio. Fazzoletto verde. “Che vergogna, ‘sti referendum“, mi dice. Rieccoci qui, penso sollevato. “Che mi tocca scendere di casa con ‘sto caldo”, continua, ”Non potevano farli insieme alle elezioni?“.

Io non so cosa succede qui, da un po’. Non lo so davvero, ma vi avviso. Se non si ritorna ad essere tutti un po’ più stronzi, io chiudo il blog.

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Quest’uomo non sta bene #2

Questa storia dei vestiti di Formigoni è così incredibile che ho iniziato a pensare che ci sia qualcosa sotto. Ho pensato che ci stia prendendo per il culo lui, a noi. Che lo faccia per motivi di visibilità. Ma a quel punto sarebbe stato più sensato mettersi nudo a limonare la Madonnina. E quindi no. Molti dicono che sia perché è gay. Ci ho pensato: ma in linea di principio i gay hanno buongusto, lui no. Alcuni dicono sia un modo per allontanare l’aura di politico noioso, di figlio del vescovo che puzza ancora di sagrestia. Ma tra un papa boy e coloro che assumono regolarmente LSD c’è un’ampia zona grigia, in mezzo. E quindi acqua anche qui. Non riuscivo a venirne fuori. Ero disperato.

Poi, stamane, l’illuminazione. Le sue battaglie sulla castità. Cielle. I preti. La famiglia. L’astinenza. I suoi 64 anni. La verginità. La primavera.

Ha scopato.

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Vincenzo dice che sei bella

In questi giorni non capisco bene che cosa mi stia succedendo. E’ una sensazione nuova, di riconciliazione quasi religiosa con la mia terra. In questi giorni mi alzo la mattina ed il sole è più pulito. Prendo il tram facendo salire prima gli altri. Cedo il mio posto anche ai più giovani. Tutti mi sorridono e ricevo molti complimenti per le mie camicie un nuove. Vedo poche facce tristi, in questi giorni: comunque persone che se lo meritano. Vedo molti visi illuminati, invece: non so se se lo meritano, ma bene così. Stiamo pensando, nel mio consiglio circoscrizionale, di dedicare una via alle due giornate politiche più belle della mia vita. Qualcuno ha suggerito Via della Nuova Liberazione. Qualcun’altro Via Santanché. Io, che sono un entusiata, propenderei per Via Nonsvegliatemipiù.

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Quest’uomo non sta bene

Per chi fosse ancora indeciso, un’altra puntata dell’eterna lotta tra Formigoni e il buongusto.

(via Ciwati)

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Il più grande talento della storia della musica contemporanea

Saviano è da un po’ che fa cose di dubbio gusto. L’ultima è quella lista, quella con le 10 cose per cui varrebbe la pena vivere. Le sue prime 3 sono una mozzarella, una canzone per depressi e portare la propria ragazza su una tomba. Saviano è stato molto attaccato, per quella lista. Perché è noiosa, snob, moralista e un po’ tamarra. Tutto vero, ma Saviano ha una scusante: quando ha scritto quell’articolo, Michael Collings non aveva ancora cantato in tv.

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Di Ikea e dei fiori di ciliegio

Quando ero un blogger piuttosto famoso scrissi un post molto lucido a difesa dell’apertura, nel mio paese natale, di un meganegozio Ikea. Nel pezzo esprimevo il mio odio per chi odiava Ikea perché in quanto multinazionale fa crescere le città là dove c’era l’erba e fa molti soldi, alcuni dei quali delocalizzando. Dicevo che, al contrario di quello che normalmente succede, ogni persona davvero innamorata della libertà dovrebbe amare Ikea. Perché dove c’è mercato c’è speranza, e dove non c’è mercato c’è l’acre puzzo della sacrestia, delle tuniche viola e dell’incenso nella navicella.

Negli ultimi tempi nascono molti fiori. Noi siamo esteti e ci fermiamo a guardarli. Guardandoli, però, ci distraiamo e lasciamo che le forze oscure avanzino, occupino spazi, sbiadiscano i colori della primavera. Non mi ero accorto, ad esempio, che nell’ordinamento repubblicano esiste una carica istituzionale che si chiama “sottosegretario alla famiglia”. Non mi ero accorto, poi, che nello stato italiano indipendente e sovrano, questo posto è occupato da un prete. Un’altra cosa di cui non mi ero accorto è che per smascherare questo prete in tutta la sua disarmante nullità non servono le manifestazioni, i libri, le dichiarazioni sui diritti civili: bastano la magica comunicazione commerciale di una società privata e un po’ di fiori di pesco.

Ecco, mi son detto: è proprio questo il punto. Io non me n’ero accorto. Ikea sì.

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Ha ragione la Gabanelli

Dopo questo video di Formigoni, ritiro tutto quello che ho detto qui sotto sulla libertà di espressione in internet.

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Cose che ti fanno diventare di destra

Il meccanismo è più o meno questo. Ci sono tante cose che non conosciamo. Siamo geneticamente portati a pensar male. La domenica sera siamo stanchi e depressi. Verso quell’ora arriva la Gabanelli e ci racconta quello che ci vogliamo sentir dire sulle cose che non conosciamo ma sulle quali ci sembra cosa buona e giusta pensar male. I politici sono tutti corrotti, ad esempio. Tra un po’ non avermo più acqua perché il governo la vende alle multinazionali. Non mangiate più sushi perché è contaminato dalle mafie e rovina l’ambiente. Tutti i soldi pubblici sono sprecati, a parte quelli che danno a Report per le cause contro chi settimanalmente sputtanano.

Il lunedì, poi, andiamo a lavorare. Abbiamo visto tutti report. Ci guardiamo sconsolati, squotiamo la testa. Solo in Italia.

Ieri è successo che Report ha fatto una puntata su internet. Su Google, su Facebook, su Youtube. Era domenica, e io ero stanco e depresso. A differenza delle altre domeniche, però, la Gabanelli ha parlato di cose che un po’ conosco.

Il riassunto della puntata di ieri è: tutti gli internet service provider sono degli squali assetati di sangue, soldi  e dati personali; le sentenze che impongono a Google di monitorare i video prima che vengano messi in internet non sono censura (“è stata raccontata male”, ha detto ad un certo punto la Gabanelli della sentenza Vividown), ma ci tutelano dalle multinazionali; iscriversi a facebook equivale a mettersi a fare l’amore in piazza duomo mentre qualcuno fa pagare dei guardoni per sbirciare; internet è il nuovo sterco del diavolo, baby: continuate a guardare la tv, che invece fa bene.

Mentre la guardavo, non ci potevo credere. Non per la Gabanelli, intendo, ma per me. Che mi fidavo. Che li pensavo davvero liberi. Che pensavo studiassero, prima di raccontare qualcosa.

Questa mattina sono andato a lavorare. Negli occhi dei miei colleghi c’era una luce nuova. Anche nei miei. Abbiamo parlato di politica con una certa fiducia. Abbiamo bevuto l’acqua del sindaco auspicando che la Nestlé se ne occupi presto, riducendo il cloro e facendola al gusto di cioccolato. A pranzo andremo a mangiare sushi dai nostri amici giapponesi, che poi sono cinesi, senza nessuna remora da fascisti di sinistra. Domenica prossima ho prenotato un tavolo nel ristorante più costoso di Milano. Non ho idea di come pagarlo e si mangia malissimo. Arrivato a casa, però, posterò le foto dell’astice in guazzetto su facebook. Tutti i miei amici le guarderanno e Zuckerberg farà un sacco di soldi sui fatti miei. Caro Mark, io ti imploro: considerato che non ti cambi vestiti da almeno 5 anni, un 7 mila euro spendili per far causa alla Gabanelli. Tutelalo tu, questo nostro tempo bello e pieno di possibilità. Liberaci dai pregiudizi e dall’ignoranza. Fai tornare il sorriso ai miei lunedì. Conosco degli ottimi avvocati.

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Perdere Barbara

Barbara, che cosa hai fatto. Che cosa hai fatto a questo cuore, che a te aspettava. Tu che sei amore purissimo, libertà e critica, tu che sei sole e vento, soffio di vita eterna. Barbara, che cosa hai fatto.

Volevo essere un calciatore. Che si aggiusta e si prepara, di bellezza non comune. Volevo esserlo per te, per raccogliere un tuo sguardo. Anche se poi non succede, mi dicevo, Barbara capirà. Perché tu sei amore purissimo, perché sei tutte quelle cose che ho scritto nelle righe prima. Non sei mica una di quelle lì di tuo padre, tu, di quelle che si mettono con i calciatori.

E invece, Barbara, che cos’hai fatto.

Quando ti ho visto la prima volta con quello, ho pensato al solito tritacarne mediatico. Alla macchina del fango. Alla struttura delta. Alla P2. Alla sinistra. Quando ti ci ho rivisto, ho pensato ad uno sbaglio. Ieri durante il derby, però, ho visto i tuoi occhi quando lui ha segnato. Eri felice, scossa. Forse anche un po’ innamorata. Perché? Lui è davvero il peggiore, Barbara. Sia in italiano che in brasiliano sa dire solo 3 frasi, imparate a memoria quando aveva 12 anni: “Devo dire bene“; “Siamo una squadra di grandi campioni“; “Gioco dove mi dice il mister“. Poi a calcio ci sa fare, d’accordo, ma ci mancherebbe pure che no. Ma pensa, Barbara, che vita di noia ti aspetta, con uno così. Che se ti va bene ti parla della nostalgia per il ruolo del libero a pranzo, e del rapporto tra fantasia e povertà in Brasile a cena. Pensa ai tuoi figli, o almeno ai tuoi capelli. Pensa alla tua vecchiaia, quando avrai dimenticato Kant e Nietzsche. Quando al mattino gli chiederai come ha dormito, e lui risponderà “Devo dire bene“.

Barbara, questa volta sei ancora in tempo. Tu che sei purezza, amore, situazioni: non aspettare come con l’altro. Molla tutto e vieni a stare da me. Ho un bilocale luminoso, con un divano verde. Mi studierò tutto Kant e Nietzsche da capo. Ti difenderò da tutte le macchine del fango del mondo. Non ti esporrò al ridicolo di un gesto del cuore di fronte a 80.000 persone. Conosco almeno 30 frasi diverse da dire alle cene e per te mi comprerò delle scarpe nuove. Ma soprattutto: ti amo, Barbara. E da giovane come difensore centrale non ero affatto male.

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Sognare Mazzini

La cosa che fino a ieri mi ha fatto sentire più italiano di tutte è stare all’estero. Dove, a differenza della maggiorparte degli expat italiani (maestri di soluzioni e di noia), amavo in modo nuovo questo posto e basta.

Ieri stavo passeggiando e ho trovato una cosa che mi fa sentire ancora più italiano. Si tratta di un ragazzino cinese, sui 13, che sembrava davvero cinese. Mi ci sono avvicinato per caso, tram comuni. Lui si gira verso una sua amica che sembrava davvero italiana, e le rivolge un elegante: “Figa, che palle ‘sti mezzi!”. Che vuol dire tipo “accidenti, come mi annoia aspettare l’autobus”. Ho pensato da subito che mi sembrava di essere a Londra, dove persone che sembrano davvero non di Londra e invece sono di Londra parlano il londinese, prendono il té, e cose così. Poi mi sono detto, “Perché Londra?”. Perché non Torino, Milano, Roma.

Alla sera sono piuttosto stanco ultimamente, dev’essere l’età. Mi sono disteso sul mio divano verde e ho acceso il sito del corriere. Ho visto che la notizia principale di ieri è che alcuni consiglieri di qualcosa si sono messi con le loro scrivanie per strada, a far vedere che a loro di questo posto qui non è che gliene frega poi tanto. Sono gli stessi che sobillano masse sterminate di ottantenni contro chiunque non sia lumbard da almeno 10 generazioni, gli stessi che tuonano contro i cibi etnici e vanno nei vagoni a spruzzare il disinfettante alle stesse puttane che poi invitano a cena.

Ieri sera era una serata un po’ così e ho scritto una mail. Cari consiglieri di qualche cosa con la scrivania sulla strada, voi e la gente come voi tenta da 15 anni di farci ritornare indietro. Solo che non è possibile, quindi stiamo fermi. Cari consiglieri di qualche cosa, io capisco che a voi da un po’ gira bene perché il vostro è un lavoro facile facile, ma io vi voglio raccontare di un mio amico. E’ cinese, ed è molto più giovane di me. Mentre aspettavamo il tram, proprio ieri, lui non mi rivolto parola ma ha capito che era una giornata un po’ particolare. Senza neanche saperlo mi si è avvicinato e mi ha detto di stare tranquillo, di non farmi il sangue amaro per niente. Ché la storia ha i suoi momenti e i suoi colori. Ché per fortuna siamo in mezzo a qualcosa che non ci appartiene e che non controlliamo. Ché anche se ultimamente, non capisco come, c’è dello spazio anche per gente come voi, basta chiudere gli occhi e aspettare che passi. E’ solo questione di tempo.

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Priorità

Se non si avesse passato gli ultimi 2 anni a invocarne la defenestrazione perché organizza delle orge a casa sua, oggi si potrebbe legittimamente, credibilmente pretenderne le dimissioni, le scuse e l’esilio per la figura che ci ha fatto fare con la Libia e per le frasi da sedia elettrica pronunciate nei confronti della scuola pubblica italiana. Scusate l’interruzione. Di che colore era il reggiseno della marocchina?

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Si contenga

Essendocene tante, di rogne, bisogna selezionare bene per quali prendersi male. A me la storia delle ragazze pagate che scopano a turno il potente (di turno) non impressiona: è già sentita (e poi possiamo dire dei mesi in meno o in più della povera Ruby, ma comunque è già sentita).

Quello a cui non mi abituo e non mi abituerò mai è il suo squadrismo. Il suo insultare una donna perché non figa, il suo prendere per il culo una ragazza perché senza un fidanzato ricco, la sua mancanza di consapevolezza dell’equilibrio tra poteri che ci permette di vivere in un mondo libero. Questo, sì, è più grave del sesso, anche con delle povere minorenni che sembrano 30enni.

Da un po’ di tempo al menù Salò ha aggiunto le sclerate televisive. Lui chiama, entra in una discussione, mandaffanculo tutti e riattacca. C’è che è vecchio. Che non sa dialogare. Che ha paura. Che vuol tenersi buoni i preti. Che probabilmente con il mondo che gli dà del puttaniere sarà anche un po’ addolorato. Ma, per quanto mi sforzi, non riesco a trovare una ragione per cui un uomo possa far di tutto per assomigliare a Teo Mammuccari.

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Kafka sulla soccia

Il 2011 si sta caratterizzando per il fatto di essere entrati in un libro di Haruki Murakami. Come molti di voi ricorderanno, nelle sue storie accade spesso che molti animali muoiono senza motivo. Nei primi giorni dell’anno, questo è successo a Baton Rouge, capitale della Lousiana, nel Kentucky, in una cittadina della Svezia e, immancabile, a Faenza.

Solitamente si tratta di merli, che decedono in centinaia per emoraggie interne e cadono dal cielo come se piovesse. In alcuni casi, però, sono morti anche tutti i pesci martello di un fiume. Solo i pesci martello, però: gli altri stanno piuttosto bene.

Haruki Murakami è uno scrittore giapponese molto bravo e sta dando una dimensione inconsueta a questo 2011. Essendo giapponese, però, non esiste. Ciò considerato, in questo inizio 2011 non mi sembra sia successo nulla di nuovo e io, piuttosto di scrivere questo post, avrei fatto meglio a farmi un tè.

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Vaticanieuropei

L’Europa ha bisogno della Chiesa. L’Italia ancora di più. Altro che chiedere alla Chiesa e al mondo cattolico di non ingerirsi! Io vorrei invece dire: ‘Ingeritevi! Se non ora, quando?’

Massimo D’Alema, in Formiche, 1213 d.C., via Danton.

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