Ce n’est q’un début

Dell’amore incondizionato per Carla Bruni. A me personalmente non piace: ne sono ossessionato. Amo tutto di lei. I suoi capelli, ad esempio. Oppure il suo sorriso, le sue canzoni, il modo in cui tiene il pollice dietro il manico della chitarra. Amo le sue ballerine nere, la sua discrezione, la sua eleganza. Amo le sue erre, che sembrano carezze.

Dall’altra parte del mare le donne non sono amate tanto. Una di loro veniva indicata in paese come una che la dava un po’ in giro. Essendo sposata, un giudice ha deciso che andava sotterrata fino alla testa ed ammazzata a forza di pietre in faccia (pietre piccole – ché deve durare un po’, tirate dai parenti del marito). Carla, la mia Carla, ha chiesto all’Iran di salvare se stesso, salvando la donna. Un quotidiano iraniano controllato da Ali Khamenei le ha dato della “puttana italiana” che “in realtà merita pure lei di morire“.

Mentre la comunità internazionale si indignava per la lapidazione e per gli insulti a Carla (e alla Francia e all’Italia), da noi si caricavano 200 donne su un carro bestiame per darle in pasto ad un fanatico religioso. Ripeto: non ci sono interessi economici che valgano la libertà di un popolo. Tanto verso Geddaffuck’up quanto verso gli islamofascisti iraniani. Prima della sua svolta clericale Berlusconi era solito dire che la civiltà occidentale, per le libertà che garantisce, è superiore alle altre. Ecco: a me quel berlusconi lì un po’ manca.

Vabbé, ma allora ditelo

L’appello all’Europa a convertirsi all’islam non è piaciuto ai cavalieri templari del Super Ordo Equestri Templi che rilanciano: «Siano gli islamici a diventare cristiani»

It’s all so quit

Questa notte non sono riuscito a dormire per colpa del pensiero che il mio Paese si fa usare come una bambola di plastica da uno schifoso islamofascista che arriva qui e viene a dire che dovremmo convertirci all’Islam. Tra parate di ministri, carabinieri, preti, 200 ragazze in tailleur adoranti e cene da 800 persone. Premessa: non mi interessa che dietro a tutto ciò ci siano gli affari. Della figura da pagliacci fatta dall’Italia se ne sono lamentati quelli del governo (appena dopo averla organizzata) e l’udc. Gli altri niente. Sto iniziando a pensare che l’assenza totale del principale partito d’opposizione negli ultimi anni sia così assurda da nascondere qualcosa. Un piano B, un asso nella manica. Un golpe, una rivoluzione, un’altra gladio. Un colpo di scena finale clamoroso, che ci ripaghi della sottorappresentazione e della frustrazione degli ultimi anni. Bersani che si trasforma in un enorme drago sputafuoco e uccide i cattivi non vale.

Infedeli alla linea

Da qualche tempo leggo il Corriere su iPad. Che è come quello cartaceo solo gratis, fino a qualche tempo fa.

Da qualche tempo Corriere su iPad è a pagamento. Prima che lo mettessero a pagamento, discutevo con un mio amico che il prezzo di lancio giusto per un prodotto con queste potenzialità e a costo zero poteva essere 60 euro l’anno. Anzi: 55, considerando che il lunedì c’è Alberoni. Invece costa 180 euro l’anno. Quello cartaceo 240. I 60 euro di scarto includono: postino; carta; inchiostro, benzina del Fiorino che trasporta i giornali fino alla posta; tutti gli inserti; il nylon per avvolgerlo; gli spazzini per buttarlo in qualche discarica (de Bortoli è da sempre contro la riciclata).

Da qualche tempo ho un iPhone e vedo Corriere.it su iPhone. Da qualche tempo, Corriere.it è l’unico sito del mondo occidentale completamente a pagamento. Su iPhone. Ciò comporta due generi di conseguenze. La prima, buona, è che ci sono dei lunedì in cui vivo senza essere ossessionato dall’idea di Alberoni legato a dei cavalli francesi che galoppano in direzioni opposte. La seconda, un po’ meno buona, è che secondo gli ultimi sondaggi Repubblica per iPhone è diventato il sito più visitato in assoluto dopo aver chiuso un porno in streaming.

Meglio tardi

E’ tutto un verso di coccodrillo per le strade di regime, ma sono sicuro che gli uomini buoni e lucidi non possono non essere d’accordo con la redazione, qui, su una cosa: non c’è nessuna ragione per piangere la morte di Francesco Cossiga. Non ce n’è perché Cossiga è un criminale, e quando morrà Totò Riina o il tipo che ha ammazzato le due prostitute con la balestra io non ne piangerò affatto.

Io e la mia generazione, anestetizzati da 15 anni di politica televisiva, abbiamo quasi dimenticato che fino a poco tempo fa, da queste parti, le cose andavano peggio. C’erano treni che saltavano in aria, banche devastate da ordigni con chiodi, poliziotti che sparavano ad altezza d’uomo, uomini che sparavano ad altezza poliziotto, servizi segreti deviati, aerei di linea che cadevano giù. C’erano centinaia di morti. Sfondo di tutti questi disastri era uno Stato gestito, tra gli altri, da Francesco Cossiga.  Queste vicende rendono oggi e renderanno per gli anni a venire l’Italia un sistema diffidente, impaurito, per nulla aperto al dialogo e ostile verso le minoranze e i dissensi. Il grado di coinvolgimento di Francesco Cossiga nelle morti delle persone fisiche e della speranza di avere un Paese normale non mi era chiaro. Fino a più o meno un paio di anni fa.

Fino al giorno, cioé, in cui Francesco Cossiga, riguardo al movimento studentesco “l’Onda”, disse:

Maroni dovrebbe fare quel che feci io quand’ero ministro dell’Interno. Lasciarli fare. Ritirare le forze di Polizia dalle strade e dalle Università, infiltrare il movimento con agenti provocatori pronti a tutto, e lasciare che per una decina di giorni i manifestanti devastino i negozi, diano fuoco alle macchine e mettano a ferro e fuoco le città. Dopo di che, forti del consenso popolare, il suono delle sirene delle ambulanze dovrà sovrastare quello delle auto di Polizia e Carabinieri. Nel senso che le forze dell’ordine non dovrebbero avere pietà e mandarli tutti in ospedale. Non arrestarli, che tanto poi i magistrati li rimetterebbero subito in libertà, ma picchiarli e picchiare anche quei docenti che li fomentano. Soprattutto i docenti. Non dico quelli anziani, certo, ma le maestre ragazzine sì… questa è la ricetta democratica: spegnere la fiamma prima che divampi l’incendio.

Io quel giorno ho capito una cosa. Che, doppio stato o no, in quegli anni passava l’idea che gli omicidi di stato fossero una “ricetta democratica”. E che quella idea viene proposta ancora oggi, in una situazione assolutamente tranquilla, sotto forma di consiglio da anziano padre della repubblica o, peggio, come battuta. Che a prescindere dal personaggio che hanno costruito attorno a Francesco Cossiga, il giorno in cui quell’avanzo di galera smetterà di vomitare veleno sul mondo sarà un buon giorno per questo Paese, per me, per la mia generazione e per quelle che arrivano.

Solo un appunto: la Costituzione che ci fanno studiare all’università, prima di permettere Berlusconi, ha fondato e protetto il potere di un parlamentare, ministro, presidente della repubblica e senatore a vita che in confronto Charles Manson era un hare krishna. Lo ha fondato e protetto senza limiti, senza fare una piega. La Costituzione che tutti reputano intoccabile, morto Cossiga, andrebbe riscritta da capo a fondo, per disperazione, per vergogna. Preambolo: “Noi, speriamo”. Articolo 1: “Se l’Italia è una Repubblica Democratica, è fondata su Giorgiana Masi”.

Ti ricordi, quella strada

Io odio l’Italia. La odio innanzitutto per la sua incapacità di portare rancore, che alcuni si ostinano a chiamare “memoria”. L’Italia porta rancore in modo deviato, a comando. Come tutto il resto.

Si è portato rancore per mesi nei confronti di Marrazzo, che non aveva fatto proprio nulla di rilevante né di contrario al bene comune. Anzi: un uomo che scopa e si diverte la sera durante il giorno lavora meglio, si sa. Per anni il nemico pubblico numero uno è stata Vanna Marchi, una cicciona emiliana che vendeva delle cose che non esistono. E noi, l’Italia, invece di deridere gli acquirenti, ce la siamo presa con lei. Pazzesco. Non parliamo poi di Fini, cui la gente si ostina a non credere solo perché è stato fascista, nonostante stia continuando a salvare la democrazia ogni giorno da due anni, ormai. Lui semina libertà e raccoglie rancore. Incredibile.

L’unico nei confronti del quale non viene portato rancore è Marcello Maleassoluto Lippi. Il viareggino volante, il finto quarantenne in tuta rossa che ha sacrificato la dignità nazionale sull’altare degli interessi particolari suoi, di quel mona del figlio e di Moggi. Lo psicocattofascista e monarchico protetto dalle peggiori mafie del Paese, che ha vinto il mondiale per un rigore e ciulato in modo fraudolento il posto a Roberto Donadoni (più giovane, bravo, intelligente ed umile di lui) che ha a sua volta perso gli europei per un rigore contro la squadra campione d’Europa e del Mondo. Altrocché Marrazzo, la Marchi o Fini. Al triplice fischio di Italia-Polacchia bisognava costituire una fondazione avente come scopo “l’arrecare turbative, molestie e, più in generale, rancore” a Miscitellippi per i prossimi vent’anni. Tipo aspettarlo fuori casa, la mattina, vestiti da Balotelli, e lanciargli addosso delle monetine. Tipo incatenarsi alla sua automobile urlando “convoca Cassano, che sennò sta volta non ti lasciamo partire!”.

Invece niente. Il regime mediatico e calcistico, in combutta con tutti i calabresi e i preti d’Italia, hanno deciso che andava bene così. Che in fondo uno che è amico di Pupo e di Emanuale Atestaingiù Filiberto è un buon padre di famiglia. Che uno che va a messa la domenica di peccati ne può anche fare. Che a uno così non si può non perdonare, nonostante tutto.

Io sono di un’altra scuola. Io odio il perdono. Io odio ogni giorno di più Miscitellippi. Odio anche suo figlio e i suoi amici. Odio la sua tuta rossa. Dannato il popolo che non ha bisogno di capri.

Ma io volevo fare il giornalista

Stavo per fare la rivoluzione, oggi, o almeno per scrivere una poesia sull’amore corrisposto solo a tratti, ma poi ho riflettuto sul fatto che qualora il delegante abbia dato ordine al delegato di pagare al delegatario, una volta che il delegato abbia effettuato il pagamento al delegatario, il diritto di pretendere la restituzione dell’indebito pagamento spetta non al delegato, bensì al delegante, e ho lasciato perdere.

Qualche assassinio senza pretese

Il mio paese natale è famoso per tre cose: l’Ikea, il recente omicidio di due puttane, e me. Al mio paese natale sono tutte brave persone, solo che per resistere ai mutamenti linguistici bisogna essere eroi, e non si può chiedere a tutti di essere eroi. “Ikea”, ad esempio, ha troppe vocali, e al mio paese natale l’hanno sempre chiamato “centro commerciale”. Le due ragazze massacrate con una balestra nel mio paese natale hanno iniziato a chiamarle “escort”, come fanno i giornalisti. Al mio paese natale (ma anche da altre parti) non usano i termini “puttane” o “prostitute” un po’ per rispetto e un po’ per non dar fastidio ai bambini a cena. Quanto a me, rappresento l’unica costante e tutti continuano a chiamarmi “hei!”.

Il destino ha parolecomplicate nel reader

Lasciate perdere il mondiale, Ringhio e quella parola, “misciter”, che suona così male. Ve lo dico io: questa volta usciamo al girone di qualificazione. Annoi. Avvoi. E ammisciterlippi.

Parolecomplicate, in tempi non sospetti

Bel periodo, questo

Diciamocelo. Una manifestazione calcistica, essendo il calcio violenza, non è mai stata esattamente un manifesto dei valori  di Amnesty. Però questa volta mi sembra peggio di altre. Altrocché manifestazione d’amore universale, altrocché fairplay, altrocché sport per unire. Io in questo mondiale non riesco a far altro che star male, che provare sensazioni tremende tipo: ira; fastidio; odio.

Odio in particolare tutte le squadre che solitamente siamo destinati ad odiare, tipo la Spagna. Odio anche Marcello Lippi e Gilardino, con quel suo ciuffo pulito da amichetto di Fabrizio Corona. Odio i commentatori, Salvatore Bagni in particolare. Odio i sudafricani e quelle infernali cose che fanno sembrare la mia stanza invasa dalle zanzare (poi dicono che i popoli del sud sono ospitali, mah). Odio Platini. Odio la Francia e tutti i francesi. Odio i nordkoreani. Odio gli eventi collegati al mondiale. Odio il marketing, il teethering e il catering con quell’orrendo logo del mondiale. Odio Abete. Odio il bar sport. Odio il pallone ufficiale dei mondiali. Odio la giornata inaugurale del mondiale, e ne odierò anche la finale. Odio Matarrese. Odio i possessori di abbonamenti Sky (perché amo Fabio Caressa). Odio l’utilizzo del termine “lucidità” per definire un passaggio. Odio il sottosegretarioalministerodellepolitichegiovanili (condelegaallosport) intervistato tra il primo e il secondo tempo della partita dell’Italia. A quest’ultimo proposito, pregherei il servizio radiotelevisivo pubblico italiano di sospendere per un mesetto le sue consuete attività di propaganda filo-governativa: vorrei godermi in pace il mondiale.

Libera massoneria in libero stato

Tra tutte le cose assurde che mi tocca sentire, due superano la soglia della nausea. La prima è che quest’estate andrà molto il verde. La seconda è che il piddì vorrebbe identificare e poi cacciare dal partito tutti i massoni.
Riguardo alla seconda, spero sia uno scherzo. Spero che quelli del piddì, Franceschini a parte, siano uomini di mondo e sappiano che se c’è una parte da salvare della società italiana, quella è la massoneria.
Premessa: quando uno dice “massoneria” tutti pensano alla P2 o a Tom Cruise. Ai cappucci, alle stragi e al pendolo di Focault. Non è così. I massoni sono dolci, sono brava gente, gente a cui dobbiamo molto. Sono solo elitari, e per fortuna: da un po’ di tempo in qua abbiamo visto cosa succede a lasciar decidere al popolo. Sono anticlericali, e ci mancherebbe: la Chiesa dice “o massoni o cattolici” – qui si risponde “oh: massoni!”. Si riuniscono sempre di venerdì, che il mercoledì c’è la champions. Alcuni poi sono potenti, e sarebbe anche ora che la parte meno peggio del paese prendesse un po’ di confidenza con questo concetto, il potere. Non è una brutta parola, ce la si può fare.
Bisogna liberarsi dalle catene noiose e cattoliche dell’universalismo. Dal giogo di un mondo in cui Enrico Papi ha le stesse (anzi, più) possibilità di Massimo Coppola.
Da uomini liberi, siamo chiamati a giudicare liberamente. I veri massoni sono i Garibaldi, i Leonardo da Vinci, i Carducci, i Voltaire. L’orrendo fautore dell’iniziativa nazi-maccartista di epurazione, invece, è Beppe Fioroni. No, per dire.

Chi la fa

Dopo Tommaso Debenedetti che andava in giro a dire di aver intervistato il Papa e Philip Roth, ora c’è uno giornalista spagnolo che va in giro a dire di aver intervistato Tommaso Debenedetti.

(via ilPost)

Lippi vada ad allenare la Calabria

Poi non dite che non vi avevamo avvisato. Lippi è il male assoluto del calcio italiano. Forse addirittura mondiale (ma non è che possiamo preoccuparci anche per gli altri, adesso). Lippi è il peggiore di sempre. E’ il peggiore per sempre.

Lippi è una sintesi quasi chimica dei problemi che hanno portato questo paese alle soglie della società clanica, e forse anche un po’ più in là. E’ più che un colonnello greco, è un simbolo. E’ un gerontocrate, con quei capelli grigi e l’espressione da “fatti da parte, ragazzino, che c’ho da lavorare“, con quel sorriso da quarantenne che la domenica va a messa. E’ un nepotista: ha lasciato fuori Cassano solo perché ha ammollato due pizze al figlio. E’ un pessimo educatore: il figlio è quello che calciopoli, quello che Moggi. E’ razzista: Balotelli (con l’attacco che abbiamo) non lo vuol far giocare solo perché è negro.  E’ un antidemocratico: piace solo ai miei amici calabresi. Quelli di “misciterlippiii!“, quelli di “finchéciéringhiiio“, quelli di “epperò c’ha fatto vincere il mondiale, ammisciterlippi“. Cari amici calabresi: e allora? Considero forse Renzo Bossi un buon politico perché ha stravinto le regionali? Dovrei considerare Emanuele Atestaingiù Filiberto un buon cantante perché è arrivato secondo a San Remo? Oppure Briatore un genio perché ha fatto i soldi? No. No. No.

Cari amici calabresi, vi dico una cosa. Questa volta l’ha fatta grossa, misciterlippi. Questa volta ce la vediamo proprio brutta. Poi lui se ne va e non ci rimette neanche uno di quei suoi capelli da playboy imbottito di viagra. Cari amici calabresi, provate a vedere la cosa in modo laico. Lasciate perdere il mondiale, ringhio e quella parola, “misciter”, che suona così male. Ve lo dico io: questa volta usciamo al girone di qualificazione. Annoi. Avvoi. E ammisciterlippi.

Quarto mondo (noi)

In tutta la storia della tempesta tipo dayaftertomorrow che ha colpito il Guatemala aprendo una misteriosa voragine che scende verso il centro della terra per centinaia di metri, la notizia più incredibile è che il Governo del Guatemala ha una pagina Flicr.

Del bene e del male in mezzo al mare

Arrivarono di notte su un vecchio cargo anni ‘80 prestato per l’occasione dal padre di un attivista. Decisero di ormeggiare al largo della Nuova Stazione Navale di Taranto. Dal mare la base della marina militare italiana sembra un luna park, solo senza rumori. L’idea iniziale era un’azione dimostrativa stile Greenpeace contro il deturpamento dell’ambiente naturale, contro la guerra ed armamenti in generale. Poi però all’ultima riunione ci si era fatti prendere bene dall’impresa e dalla morale, dai tiggì che ne avrebbero parlato il giorno dopo. Avevano deciso di sfondare il confine di blocco, di entrare in territorio militare. Mentre avanzavano a pochissimi nodi si udirono le pale dei primi elicotteri. Non ebbero neanche il tempo di accorgersene ed erano già sulle solo teste. Tre enormi libellule in tuta mimetica. Dalla loro pancia venne gettata una corda sul tetto del cargo anni ‘80. Il primo militare italiano iniziò a scendere. Lapo, che nelle riunioni era sempre quello che dettava il tempo, il più applaudito, si precipitò in quello che lui stesso aveva chiamato “lo stanzino della rivoluzione” a prendere le spranghe. Appena il militare, un ragazzo sui 20 anni, mise piede sulla barca, Lapo ed altri 20 uomini iniziarono a massacrarlo di botte. Il militare svenì. Poi ne scese un altro. Lapo lo indicò, urlando, come si fa con un capro o con un frocio a Roma. Altre 20 persone, altre venti spranghe più l’arma del primo ventenne contro questo secondo, che di anni ne aveva 19.

Andò avanti così tutta la notte. Man mano che i militari italiani si calavano sul cargo anni ‘80, gli ambientalisti li macellavano e ne lanciavano i corpi giù dal pontile . I militari tennero un comportamento esemplare e molto democratico lasciandosi macellare. Gli ambientalisti alla fine della missione furono ricevuti dal capo dello Stato e dal vicepresidente del WWF. Dopo una premiazione quasi ufficiale fu offerta loro una cena di pesce. Il capo e il vicepresidente scaricarono il conto dall’iva sotto la voce “spese di rappresentanza”.

Andiamo a Madrid (e rimaniamoci per sempre)

Agli scettici. Ai cinici. A chi non si innamora mai. A chi odia l’uomo. A chi ama Marcello Male Assoluto Lippi. A prescindere dal tifo e dall’interesse stesso per il calcio. Volete sapere cosa succederà a questo paese dal prossimo anno? Guardate il video qui sotto. Fatto? Bene. Ora pensate a Enrico Varriale.

Di Lost e della mia malinconia

Non ce la faccio a vedere l’ultima puntata di Lost. Non ce la faccio proprio. Quando iniziai – anzi, quando venni iniziato – ero poco più che un ragazzino. Ero appena tornato dal mio erasmus in Francia. Ah, la Francia. Con tutti quei vestiti a fiori, con tutti quei fiori. Tornato a casa, caddi in depressione. Un amico, Luca (che ha un blog), mi consigliò di scaricare una puntata di questa cosa americana. Lo feci, e per tre mesi non uscii dalla mia camera vicino al mare. Stavo tutto il giorno con la tapparella abbassata, guardavo dieci puntate al giorno, non riuscivo a pensare ad altro. Decisi di ridurre quando una sera sul tardi dovevo andare a cena con un’esteta e dietro Piazza Unità incontrai John Locke. Parlava in triestino e io capii di avere un problema.

Lost non è un telefilm. Lost è una religione. Lost è tutto, per me. E’ più importante delle mie cravatte, della colazione la mattina, del mio consiglio circoscrizionale e, quando non è primavera, anche dei vestiti a fiori. Il solo pensiero che possa finire tutto così, adesso, mi fa venir voglia di piangere, o almeno di morire. Vorrei gridare al mondo che non è giusto sfruttare i sogni delle persone per sei anni, lunghi e bellissimi. Vorrei urlare a J.J. Abrams che poche persone su questa terra hanno fatto tanto per me, che gli sarò grato per sempre. Vorrei urlare ai critici che chissenefrega delle domande non risolte, dei misteri lasciati sospesi, dei personaggi disegnati a metà. Quando voglio delle risposte mi guardo un documentario.  Se fossi ossessionato dalle soluzioni guarderei C.S.I.

In questo mondo di banalità disperate e di sesso nella città Lost è stato un bel maggio. Erotico, intenso, commovente. E io ho tanto bisogno di qualcuno che mi dica che andrà tutto bene.

Dante gli ha tirato il pacco all’ultimo

Prima lezione: “Conosci il tuo nemico”. Svolgimento. Tutta la comunicazione governativa degli ultimi quindici anni si fonda su uno schema collaudato in tre momenti. Momento uno: fare una cazzata. Momento due: fare in modo che non si scopra che è una cazzata. Momento tre: se la cazzata viene scoperta, dare la colpa agli scopritori.

Come spesso accade in contesti di sottosviluppo democratico tipo il nostro, le abitudini dell’apice vengono acriticamente adottate dal pedice. C’è un tipo italiano ad esempio, tale Tommaso Debenedetti, che va in giro a vendere a giornalacci tipo Libero e Il Piccolo alcune sue interviste con personaggini del calibro di Philip Roth, Vidal, Saramago, Amos Oz e Wilbur Smith. Le interviste sono assolutamente inventate. Ad una giornalista del New Yorker che l’ha sgamato e intervistato, ha dichiarato che (tutte) le interviste sono autentiche e che (tutti) gli scrittori le rinnegano solamente per motivi politici.

Finalmente un commento lucido

C’è una sola cosa che mi fa stare peggio dell’ennesima vittoria di Berlusconi: quelli che si lamentano dell’ennesima vittoria di Berlusconi. Che pontificano ex post, individuando spiegazioni e capri. Tra quelli che cercano spiegazioni il peggiore è senz’altro Luca Sofri, convinto che la causa di tutto sia l’antiberlusconismo (con Veltroni, infatti, che neanche ne prononciava il nome, abbiamo vinto di brutto). Tra quelli che cercano capri, invece, il premio della banalità va a Cerasa: la colpa sarebbe del Pd in generale. Chapeau.

La verità è che nessuna persona sana di mente non può non dirsi antiberlusconiana, e ci mancherebbe. E che il piddì, sta volta, c’entra davvero poco.

La verità è che non c’è nulla di cui lamentarsi. Che loro sono fortissimi, quasi imbattibili. Che hanno avuto gli anni, i mezzi e le capacità di mettere in piedi un apparato di potere e propaganda nazionale, regionale, provinciale, comunale, clericale e domestico assolutamente infallibile: fuori dal tuo soggiorno è pieno di cattivi (ma non ti preoccupare, ti proteggiamo noi). L’80% degli italiani percepisce il mondo esterno solo così, come un posto orrendo, terrorizzante, che peggiora di giorno in giorno. La maggiorparte delle persone ha paura. I miei nonni hanno paura. A pranzo mi raccontano di immigrati, droga, stupri, e di chi ha vinto ai pacchi.  I miei nonni e tutti gli altri percepiscono, elaborano, e poi votano di conseguenza.

Il piddì non c’entra nulla, anzi. Questa volta, e in molti posti, sono stati scelti i migliori. Come con Riccardo Illy qualche anno fa: Emma Bonino e Mercedes Bresso, per esempio, sono due persone trasparenti, capaci. Hanno perso per inesistenza, per terrore (venivano definite “il demonio”, le “ammazza bambine” dagli intellettuali del Foglio), perché da noi si votano Beppe Grillo, la sicurezza e la disciplina. Perché in fondo va così dal dopo guerra, da queste parti. Perché agli italiani ci piacciono i ciociari, le Paole Perego e cielle. Perché ci meritiamo le stragi, altro che Alberto Sordi.

I confini della realtà

Come giustamente dice Ferrara, non è che si può andare in giro a sponsorizzare l’uso del preservativo e poi scandalizzarsi se un prete stupra un bambino.