Mein Mädchen ist die Autobahn #2

A me il rumore dello spazzolino da denti (così come quello delle scope, delle spazzole, delle setole dure in generale) ha sempre dato un fastidio incredibile. Il mio psichiatra, un ex giocatore di basket, sostiene sia dovuto alla mia ipersensibilità.

Questa regola ha un’eccezione: Blitzblaublau. E’ il mio spazzolino preferito, quello che parla e che scrive.

Come i due affezionati lettori rimasti ricorderanno, Blitzblaublau ha iniziato a raccontare una storia su queste pagine, qualche tempo fa. In buona sostanza, la storia riguarda l’Italia del nord-est, la professione forense e lo sperma.

Non c’è nessun modo per rompere il silenzio plurimensile che continuare con la puntata due. E’ in tedesco. Per chi non lo conoscesse, “Autobahn” vuol dire “autostrada”.

—> Leggi la Puntata 1

Fenicia liebte es, begehrt zu werden. Ihren Mann hatte sie in Vicenza getroffen, als sie gerade 18 war. Continue reading Mein Mädchen ist die Autobahn #2

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Volentieri

Devo aver conosciuto Trieste quand’ero bambino. Mio padre, che lavorava da molti anni in una società che costruisce le sue strade, me ne parlava a cena. La dipingeva con movimenti veloci della china, raccontandomi ora di quanto era bello il mare, ora di quanto erano insopportabilmente dissacranti e ciniche e libere le persone che ci stavano. Devo aver cominciato a parlarla, Trieste, sin da subito. La mamma, friulana e slovena per metà, e il papà, friulano e veneto per metà, hanno trovato come punto d’incontro linguistico un dialetto che sembra un triestino morbido, pulito delle zeta e reso più voluminoso con delle vocali aperte e musicali.

L’ho incontrata per la prima volta, Trieste, appena adulto. Scappai quasi di casa per conoscerla di nascosto. Come tutti gli incontri clandestini, fu una delle cose più belle del mondo. Di lei ricordo i colori, la luce, quell’aria strana da bomboniera demodé. Dissacrante, cinica e libera. Di lei ricordo le persone. Quelle dell’università, all’inizio. Che potrebbero starsene nella loro bomboniera a mangiare confetti e invece ti portano a casa, al carnevale, nel loro letto. Di Trieste ricordo il mio primo lavoro, il più bello di tutti. Quello che davvero me l’ha fatta conoscere, Trieste, con i suoi casini, con i suoi amori e con i suoi maestri.

Trieste è piena di maestri. Uno di questi, che come me l’aveva conosciuta più tardi, una sera mi disse che Trieste è una maledizione. Che una volta conosciuta e amata, poi lei ti segue. Che non si può lasciarla così. Che la sua magia ti rincorre come un’ombra, come una sirena, e tu non puoi fare altro che rimpiangerla. Mai cosa più vera. Perché quando uno si innamora del suo cinismo e della sua libertà, poi quella razionalità folle e anarcoide la ricerca un po’ dappertutto. Senza mai più ritrovarla, ovvio. E senza mai capire fino in fondo se ci sono davvero ragioni valide per averla persa, o per sperare di rincontrarla.

Riesco ad essere lucido in tutti miei pensieri su Trieste, a parte uno: il rapporto tra la sua magia e il suo essere tendenzialmente ferma. So solo che è per la prima che mi sono fatto innamorare e per la seconda che me ne sono andato. Nient’altro. Non so se è magica (anche) perché è immobile, o se il suo essere immobile è una causa naturale della sua magia. Pensandoci, Trieste assomiglia ad una prima fidanzata adolescente. Bellissima, senza tempo, sfacciata fino al punto da non volersi accorgere che il mondo le sta cambiando attorno. “La fidanzata” è anche il titolo che avrebbe dovuto avere il libro che Beniamino Pagliaro, persona magica e libera e preziosa, presenta domani all’Hotel Savoia, dalle 18.00. Poi il titolo si è trasformato in “Trieste, la bella addormentata”. Sul perché bella, iniziare il post da capo. Su quanto profondamente addormentata, davvero: non so cosa sperare.

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Poesia per Faraguna presidente

Se cade pioggia e soffia il vento

Triestino, triestino!, è arrivato il cambiamento

Vien giù sazia, tira bora

Triestino che non voti, cos’ te ‘speti, te son fora?

Prendi la vespa, il bus o il tram

che se vota fin doman

Ciama i muli, la morosa

Che qua succedi qualcosa

Lì nell’urna, con la scheda

Non importa a cosa creda

Per una volta in tanti anni

Vota senza far dei danni

Xe un mulo novo, coccolo, vero

Un mulo capace, xe il mio pensiero

Xe una bobana: intelligente, non scaltro

Xe anche ‘sai mod: servi qualcoss’altro?

Triestino sul divano, fatti un po’ ‘sto gran piacere

Pensa un po’ che gran città, senza Camber consigliere

Triestino un po’ annoiato, una cosa, solo una

Anche senza Carpinteri, vai e vota Faraguna.

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Ma io volevo fare il giornalista

Stavo per fare la rivoluzione, oggi, o almeno per scrivere una poesia sull’amore corrisposto solo a tratti, ma poi ho riflettuto sul fatto che qualora il delegante abbia dato ordine al delegato di pagare al delegatario, una volta che il delegato abbia effettuato il pagamento al delegatario, il diritto di pretendere la restituzione dell’indebito pagamento spetta non al delegato, bensì al delegante, e ho lasciato perdere.

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Di Lost e della mia malinconia

Non ce la faccio a vedere l’ultima puntata di Lost. Non ce la faccio proprio. Quando iniziai – anzi, quando venni iniziato – ero poco più che un ragazzino. Ero appena tornato dal mio erasmus in Francia. Ah, la Francia. Con tutti quei vestiti a fiori, con tutti quei fiori. Tornato a casa, caddi in depressione. Un amico, Luca (che ha un blog), mi consigliò di scaricare una puntata di questa cosa americana. Lo feci, e per tre mesi non uscii dalla mia camera vicino al mare. Stavo tutto il giorno con la tapparella abbassata, guardavo dieci puntate al giorno, non riuscivo a pensare ad altro. Decisi di ridurre quando una sera sul tardi dovevo andare a cena con un’esteta e dietro Piazza Unità incontrai John Locke. Parlava in triestino e io capii di avere un problema.

Lost non è un telefilm. Lost è una religione. Lost è tutto, per me. E’ più importante delle mie cravatte, della colazione la mattina, del mio consiglio circoscrizionale e, quando non è primavera, anche dei vestiti a fiori. Il solo pensiero che possa finire tutto così, adesso, mi fa venir voglia di piangere, o almeno di morire. Vorrei gridare al mondo che non è giusto sfruttare i sogni delle persone per sei anni, lunghi e bellissimi. Vorrei urlare a J.J. Abrams che poche persone su questa terra hanno fatto tanto per me, che gli sarò grato per sempre. Vorrei urlare ai critici che chissenefrega delle domande non risolte, dei misteri lasciati sospesi, dei personaggi disegnati a metà. Quando voglio delle risposte mi guardo un documentario.  Se fossi ossessionato dalle soluzioni guarderei C.S.I.

In questo mondo di banalità disperate e di sesso nella città Lost è stato un bel maggio. Erotico, intenso, commovente. E io ho tanto bisogno di qualcuno che mi dica che andrà tutto bene.

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Il sonno della regione

Il problema di questo paese è che siamo governati da persone stupide.

Prendete, ad esempio, questa costosissima Trieste. Prendete il suo comune, nel senso di consiglio comunale. Succede che, sull’onda di questa nuova idea che non conta cosa si fa in politica, essendo più importante che i politici ci insegnino come bisogna vivere (proprio come i preti: strano, no?), don Sasco, un prete UDC con cui litigai a 18 anni, impone a tutto il consiglio comunale test antidroga a sorpresa.

Contrari, naturalmente, liberali, pd e i comunisti. Per ragioni diverse.

Fabio Omero, consigliere di minoranza con un bassotto bellissimo, interviene provocatoriamente in Consiglio dicendo che, insomma, già che c’erano potevano pure rendere obbligatorio il test sull’HIV e le epatiti. Quelli non capiscono l’ironia, si guardano e pensano: ottima idea. Si va ai voti e la proposta passa a maggioranza.

In lieve controtendenza, io vorrei come sindaco Sid Vicious.

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Xe amico in facebook de Varol

Se una balena gigantesca entra in un golfo in cui il pesce più grande è una sogliola è ovvio che uno si allarma. Il sindaco di Trieste ad esempio, è un uomo di fatti. Ha subito mobilitato la sua segreteria per risucire a trovare il cellulare di ‘sto Nemo,”che lo ciamo mi“.

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Gente che non ha mai provato la guerra

Devo scrivere qualcosa su Halloween.

Allora. Il tema è: Halloween. Per evitare di perdere tempo in cose che si possono leggere dapperutto, cerco di esaurire tutti i luoghi comuni su Halloween nelle prime 4 righe del post. Allora: Halloween è un’americanata.  Importiamo solo le cose peggiori. Non appartiene alla nostra cultura. E’ diseducativo mandare in giro dei bambini vestiti tipo Rocky Horror Show di notte, di inverno. Ai miei tempi queste cose non c’erano, c’era il carnevale. Fine delle prime quattro righe.

La mia storia di Halloween è questa. Me ne sono dimenticato. Perché ero preso dal fare la lista della spesa per il prossimo natale. Mentre ero a casa del mio commercialista, due sere fa, hanno suonato alla porta. Erano tre ragazzine, faccine colorate, dolcetto o scherzetto. Ho cercato di spiegargli che, anche se a prima vista poteva sembrare diversamente, quella non era casa mia e non sapevo dov’erano i dolcetti. E nemmeno gli scherzetti. Una di loro mi ha guardato con un’espressione così triste che me ne sono innamorato subito.

Ci siamo sposati ieri. Poi abbiamo affittato un monolocale a New Orleans, dove nessuno ci dirà mai che Halloween non appartiene alla nostra cultura.

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Perché la rinascita passa dalla mia cucina

Ho iniziato ad innamorarmi del relativismo mentre aspettavo che uscisse il caffè. Ero nella mia vecchia casa, vivevo con un fratello ed un fratello democristiano. Meglio – oppure – peggio: con un fratello mastelliano. La mia facoltà era piena di ragazze che vorrei sposare e di mastelliani. Ecco: io in casa ne avevo uno.

L’aroma mediorientale dei chicchi causava delle discussioni molto accese. Una volta gli appesi alla porta una foto piuttosto famosa di Mastella al Bagaglino. Credo, ma non ne sono sicuro, che avesse appena ricevuto una torta in faccia. Un’altra volta lui spaccò il vetro della mia, di porta, con una spallata. A quel tempo il suo partito e la mia scusante erano nello stesso governo, per dire. Ed io stavo male ogni giorno. Tanto che senza caffé non ce la facevo proprio ad alzarmi. Ma poi annusavo i chicchi e il medioriente, litigavamo, e avanti così.

Fu un anno bellissimo alla fine del quale giunsi a due conclusioni. La prima è che l’amore, se esiste, è inconoscibile quanto quella fotta di litigare e di parlare di potica che ti mette il mediorente. La seconda è che stare in un governo con dei morotei è quanto di peggiore possa capitare ad un giovane riccioluto che non segue il Bagaglino.

In questi giorni sto iniziando a credere il contrario. Al di là di questioni da Paesi avanzati quali il diritto di morire, quello di scelta delle donne in gravidanza o le coppie di fatto, ho scoperto che io e lui ci troviamo d’accordo su un sacco di cose. Rosy Bindi, ad esempio. O l’inquinamento acustico. Oppure Rosy Bindi. Forse potrebbe funzionare, questo piddì. Basta venirsi incontro. Basta non  bere caffé. Basta non prendersi male quando ci verrà detto che l’unico collante che ci tiene insieme è l’antiberlusconismo. Anche perché sì, insomma: vi pare poco?

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Gelmini: ‘ndemo, dei

Claudio Magris, giustamente, si chiede perché “noi” de Trieste dovremmo studiare Dante e cantare Mameli. Mi inserisco autorevolmente nel dibatttito culturale proponendo in sostituzione la combo Maldobrie/”No son furlan”. Le prime  attribuibili a Carpinteri/Faraguna, non nel senso di Pietro. La seconda ad anonimo, al popolo.

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Correte a vedere il colore del vento

L’altro giorno ero in taxi. Il taxi era guidato da un tassista. Davanti a noi c’era una bicicletta. La bicicletta era guidata da una ragazza con una gonna a fiori. La ragazza con la gonna a fiori ad un certo punto sbanda, il tassista frena, non la prende ma le augura comunque una morte delle peggiori. Prima di iniziare una filippica sul fatto che i ciclisti dovrebbero rispettare le regole come fanno gli altri, stando nei ghetti sulla destra, andando veloci quanto macchine e lenti quanto pedoni, marchiandosi con una stella a 6 punte, manco fossero radicali.

Il governo ha emanato il pacchetto sicurezza. Nel pacchetto sicurezza, che rassicura sul fatto che siamo il Paese in cui governa la destra peggiore d’Europa, la destra di Studio Aperto, dei tassisti, delle leggi speciali, la destra delle paure e delle slot machines, c’è una norma per cui se violi una regola del codice della strada in bici, ti tolgono i punti della patente. Se ce l’hai.

Passi il principio “punirne cento per non educarne nessuno”. Passi che togliere punti della patente ad uno che va in bici è come punire un truffatore alzandogli la bolletta della luce. Passi che i ciclisti con la patente sono puniti mentre i ciclisti senza no. Violare regolarmente il codice della strada andando in bicicletta è necessario e giusto.

Necessario perché se non si va sui marciapiedi, nelle corsie dei taxi, se non si va in contromano, in città come Milano o Trieste, con la bici si rischia seriamente di morire ogni volta che si oltrepassa l’uscio di casa.

Giusto perché preferire ai SUV il vento fra i capelli e le gonne a fiori è un gesto di rivolta. E la rivolta non conosce altre regole che non siano la dolcezza e l’amore. Venite a prenderci, adesso.

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Triestins

Dove piacerebbe vivere a Beppe Severgini.

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Con tutte quelle bollicine

Vittorie come se piovesse per la laicità democratica, ultimamente. A parte Fini, a parte la mia cucina, a parte Noemi, è successo che il TAR del Friuli Venezia Giulia ha appena mandato a farsi benedire la legge regionale Salva Messe.

Di cosa si tratta: la giunta Tondo (quello del frico e della dama, sì), in particolare Udc e Lega, fanno approvare un testo che impone agli esercizi commerciali presenti in regione la chiusura domenicale (come regola, salvo un tot di domeniche in cui si poteva tenere aperto, previa comunicazione al sacrestano della circoscrizione in cui l’esercizio ha sede legale). La motivazione è il fatto che la domenica bisogna passarla in famiglia, ha dichiarato Mons. Pietro Brollo, portavoce del gruppo di maggioranza in Consiglio. Il provvedimento viene subito etichettato dai laicisti con l’irriverente rubrica “Salva messe”. Subito si riapre un altro fronte dell’eterno scontro tra i preti e la Coca Cola. Si sa per chi si fa il tifo, da queste parti.

Il centro commerciale più grande di Trieste fa spallucce e dice che, insomma, chissene, lui tiene aperto lo stesso e paga le multe. Altri, invece (un outlet appena aperto ed alcuni negozi singoli) ricorrono al TAR, che, come Costituzione, ragione e mercato comandano, boccia o, meglio, “liberalizza” l’apertura domenicale per i negozi sotto i 400 mq, anche se interni ad un centro commerciale

Liberalizza” è il termine più bello che io conosca. Perché ha come radice “liberalismo“, che ha come radice “libertà“. Le liberalizzazioni sono nostre amiche, e a me vien voglia di uscire, prendere la prima donna con una gonna colorata che passa e chiederle se, gentilmente, vuole sposarmi o almeno prendersi un caffé con me, che sono così felice.

(via coseinfila)

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“Che vadano a farsi il giro del Friuli”

Quest’uomo è un genio.

(da Bora.la)

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Scelte di fine vita: i video

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Chi ricorda il convegno promosso durante l’attacco clerico-fascista ai nostri corpi inermi di qualche tempo fa non starà aspettando altro che i video dell’incontro, immagino. Per farsi un’idea del caso Englaro che sia scientifica, pacata, antropologica, antimperialista, che vada oltre portaaporta.

I video del convegno sono disponibili.

La prima parte: Giorgio Berlot (anestesista), Giampaolo Dolso (costituzionalista).

La seconda: Matteo Bellina (penalista), Fiora Bartoli (farmacologa e bioeticista)

Il tutto chairmanato da Paolo Cendon.

Non sono semplici video, naturalmente. Gli organizzatori, nonostante i mezzi insufficienti e pericolosi a tratti, hanno fatto di quello che doveva essere un banale documentario un film espressionista, un quadro di Pollock. In particolare, quello che ha girato e montato il tutto: secondo me ha talento, ne ho nostalgia.

PS: riceviamo mail di utenti linux che non riescono a vedere o scaricare i video. Le soluzioni sono due. La prima è smettere di fare i freak, e ritornare a Windows (xp, però). La seconda è esserlo ancora di più e passare a Mac.

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Fini si rivolta, quindi è

Da un po’ di tempo, alle cene, va un sacco parlare di Fini. I miei commensali credono che il vino era meglio nel ristorante a fianco e che Fini sia un gran paraculo. Dice le cose che dice perché vuole prendere le distanze da B, perché mira in alto, perché vuole occupare quello spazio politico lasciato vuoto dalla scomparsa (o dall’assenza) di una destra liberale (e, quindi, laica). Io credo che il vino non sia poi così male e che Fini stia dicendo da un po’ di tempo cose talmente normali da risultare coraggiose, suicide.
Iniziamo con quello che disse, a Trieste, il giorno dell’allargamento dell’UE nel 2004. Dire di fronte a uno stuolo di tuoi elettori i cui parenti sono stati infoibati dagli sloveni che bisogna andare avanti, che l’Europa va e ci porta da un’altra parte, è una cosa normale e bellissima. La questione è che è l’opposto di quello che fonda il bacino elettorale di due terzi della destra triestina.
Continuiamo, poi, con il viaggio in Israele, con il fascismo-male -assoluto. E’ una cosa normale e piuttosto condivisa. Peccato che gli elettori di aenne abbiano un busto del duce accanto ad ogni frullatore in cucina, e gli eletti portino croci celtiche al collo.
E la difesa del parlamento, contro la deriva uomofortista rappresentata da B (B essendo l’unico motivo grazie a cui la destra vince da 15 anni in Italia).
E il voto agli immigrati. E la fecondazione assistita. E la solidarietà umana e politica sul caso Eluana. E la laicità dello stato.
Qualche giorno fa, davanti a dei petali di viola glassati di una pasticceria di via Victo Hugo, un amico mi ha detto che non è disposto a perdonare. Che se uno è stato fascista, comunista, piduista, per lui è politicamente morto.
Io adoro i petali di viola glassati e credo che la coerenza non sia un valore, che cambiare idea è un diritto di libertà.
Io credo che se Fini mira in alto, vuole sostituire B, occupare o creare uno spazio politico nuovo e liberale per davvero, be': si lasci indietro chi ha dietro ora e poi faccia pure, sono d’accordo, lo voto. Ditelo pure alla Serracchiani.

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Iscriversi ai radicali, tipo

Carlo Giovanardi nella conferenza governativa sulle droghe di oggi, a Trieste, ha dichiarato che uno dei modi per uscire dalla tossicodipendenza è la cristoterapia. (rimane da capire, poi, quali sono i modi per uscire dalla cristoterapia)

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Ha talento, il ragazzo

Parolecomplicate vs Moretton, su bora.la.

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Che cosa ti senti dentro, quando neanche Moretton ti vuole più

Sono molto preoccupato. Oggi ho aperto la cassetta delle lettere e, all’interno, c’era una busta anonima. Dentro la busta, una ciocca di baffi e un dizionario. Il tutto accompagnato da un biglietto ciclostilato: “A me non mi piaci“. Ho capito subito.
Gianfranco Moretton è una vecchia conoscenza dei lettori di PC.
E’ un signore sulla sessantina, con due baffi, una spilla sulla giacca e qualche difficoltà di relazione con la lingua italiana. Oltre a ciò, è anche capogruppo del Partito Democratico nel consiglio regionale del Friluli Venezia Giulia.
Qualche tempo fa Moretton, da buon cattolico, aveva espresso il suo pensiero cattolico sulla vicenda di Eluana in una nota su Facebook non esattamente perfetta dal punto di vista formale (la nota è anche sul suo blog). Essendo amico-in-facebook anche mio, la nota mi era stata notificata. Al di là delle considerazioni di merito, il titolare qui si era speso per una correzione grammaticale puntuale – e fedele al Moretton-pensiero – della nota stessa. L’intento dichiarato era quello, nobilissimo, di accrescere la capacità rappresentativa del capogruppo del partito democratico della mia Regione.
Poi è successo questo. Prima Moretton ha fatto correggere la nota da qualcuno che, comunque, non l’ha resa come l’avevo resa io. Poi mi ha cancellato dagli amici di Facebook. Ora: io avevo deciso di non parlarne. Ma la minaccia del dizionario di oggi non può essere accolta dal silenzio perchè io, come Camus, credo nella rivolta. E credo anche che quello che manca realmente alla sinistra, in Italia, non è la capacità di governare, l’omogeneità o le idee. E’ l’ironia.

PS: Si potrebbe pensare che il fatto che Moretton abbia lasciato la nota sgrammaticata pubblica sul suo blog, immediatamente prima di quella corretta, sia una dimenticanza del suo tecnico informatico. Io, che gli voglio bene, lo prendo come un “grazie”.

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Riceviamo e, volentieri, pubblichiamo

scelte-fine-vita-grande

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