Priorità

Se non si avesse passato gli ultimi 2 anni a invocarne la defenestrazione perché organizza delle orge a casa sua, oggi si potrebbe legittimamente, credibilmente pretenderne le dimissioni, le scuse e l’esilio per la figura che ci ha fatto fare con la Libia e per le frasi da sedia elettrica pronunciate nei confronti della scuola pubblica italiana. Scusate l’interruzione. Di che colore era il reggiseno della marocchina?

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Liberi tutti

Quello che mi fa più schifo dei commentatori da vari luoghi politici, quello che mi causa terrore, nausea, crisi epilettiche, è sentir un uomo libero che augura la prigione ad un altro uomo libero. Mi repelle Di Pietro, con tutti i suoi amici, quando la augurano a Berlusconi. Mi disgusta Travaglio, con tutti i suoi giornalisti, quando la sognano per Previti o la invocano per Adriano Sofri.

Negli ultimi, terribili periodi si è diffusa la moda di chiamare “garantisti” tutti quelli che non pubblicano delle manette sulla prima pagina del loro quotidiano. Essendo i politici di destra decisamente più inclini alla delinquenza, il garantismo è diventata una cosa di destra.

Succede, però, che in una giornata un po’ grigia vadano in prigione dei ragazzi violenti. Degli stupidi che, probabilmente, hanno contribuito a sfasciare delle cose per un idea o anche solo per noia. Degli uomini, comunque, per quel che qui importa. Succede, poi, che in una giornata di neve quelli che si fanno chiamare da qualche anno “garantisti” invochino a loro volta la prigione per questi ragazzi violenti. Senza conoscere i fatti più di quanto li conosca io, senza conoscerne i nomi, i volti, le prove a carico.

La privazione della libertà di un uomo per decisione di un altro uomo mi dà le vertigini. L’entusiasmo per la privazione della libertà di un uomo per bocca di una spilla sulla giacca mi fa vomitare.

Propongo una moratoria sul termine “garantismo”. Chiamamolo solo “va tutto bene, amico mio”. La dolcezza salverà il mondo.

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Ma io volevo fare il giornalista

Stavo per fare la rivoluzione, oggi, o almeno per scrivere una poesia sull’amore corrisposto solo a tratti, ma poi ho riflettuto sul fatto che qualora il delegante abbia dato ordine al delegato di pagare al delegatario, una volta che il delegato abbia effettuato il pagamento al delegatario, il diritto di pretendere la restituzione dell’indebito pagamento spetta non al delegato, bensì al delegante, e ho lasciato perdere.

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Amare Barbara

Perdonali, Barbara, perché non sanno quello che scrivono. Perdonali tu, che sei un segno di speranza in questo lago di lacrime, che sei un fiore di campo cresciuto nonostante i neon viola e la porcellana Pozzi-Ginori. Tu, vergine figlia, figlia di tua madre, a sua volta unica autorità morale di questa landa in preda agli Enrico Papi e ai papi più in generale. Perdona tuo padre, da cui così amorevolmente prendi le distanze facendoti autorità morale, lario a tua volta. Perdona Repubblica, che per sparare addosso a lui è disposta a rinnegare i più basilari principi di responsabilità personale, instrasmissibile da padre a figlio. Perdona due volte Repubblica, che il prossimo che mi viene a chiedere perché lo ritengo un gossip-magazine lo uccido con una balestra. Perdona il prete Verzé, vecchio e stanco e in cerca di un compiacimento. Perdonalo perché è anziano, vicino al rasoio che ci ugualizza e ci rende avidi dei sorrisi che neanche tutto il potere di una vita ha saputo dare. Perdona Galli della Loggia, presente in commissione, perdonalo perché presente. Perdona anche la de Monticelli, Barbara, perdonala perché essente. Ignora il suo finto progressismo fatto di intolleranza politica e culturale, in nome della quale sacrificherebbe suo figlio sol che le parlasse un giorno a cena di Carl Schmitt. Perdona lei, Barbara, con quegli occhietti cattivi da donna che nella vita ha sbagliato tutto, da ortica che per sentirsi vera ha bisogno di mandare una lettera ai giornali in cui attacca te e tuo padre per attaccare sé e il posto in cui lavora. Tu che sei amore e bellezza assoluta, perdona anche per il futuro. Per quando, tra un paio di mesi, la de Monticelli verrà licenziata e le cicale della giusta parte confonderanno ancora una volta l’epurazione con il bene del Paese.

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Fare il gioco del potere

Anche se non serve, terrei a dire che questi quattro coglioni che lanciano pietre a Torino stanno facendo all’istanza principale dell’Onda, che riguardava il sacrosanto lamento per il trentennale menefreghismo dello stato verso la scuola pubblica, quello che Lorena Bobbit ha fatto alla virilità di suo marito. Un giorno un professore mi disse che quando si alza la marea galleggiano sia i velieri che gli stronzi. Ecco: questi non sono velieri.

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Riceviamo e, volentieri, pubblichiamo

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Parolecomplicate Productions

Tutto gira in tondo.
Molto tempo fa, un giovane genovese che stava cercando di studiare alla facoltà di giurisprudenza, dopo aver dato 18 esami pensò bene di iniziare a scrivere canzoni. I risultati, i primi anni, erano alquanto imbarazzanti. Ma ne scrisse una, in particolare, inascoltabile.
“La canzone di Marinella”, detta anche “Passami il tubo del gas che almeno muoio prima”.
Poi, successe che questo ragazzino inconsapevole incontrò una signorina che iniziava a far strada. Che prese quella canzonaccia, e la trasformò nel trampolino di lancio che gli cambiò la vita.
Lei era Mina. Lui, poi, diventò Fabrizio de Andrè.

E’ successo così anche oggi, in una Milano infastidita da una pioggia sottile.
Loro erano io e Alessandra. Lui, è Giuseppe Tedeschi.

Potrete dire ai vostri figli di averlo conosciuto.

Giuseppe Tedeschi, “SONO QUI”

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Oscurantista a chi?

Tante persone di buona volontà, tra cui io, si stanno chiedendo che cosa sta succedendo in questi giorni in Italia.
Ritorno all’oscurantismo giacobino, al giustizialismo spicciolo, all’inquisizione all’incontrario.
Ai cattolici viene vietato di parlare, di governare, financo di raccomandare.
La colpa, sostiene uno, è dell’illuminismo. Ma no, ribatte l’altro, del comunismo. Macchè, il primo, del capitalismo. L’Italia è diventato un inferno, per i servitori della croce. E, a volte, le domande più complicate fanno coppia con le risposte più semplici.
Assieme a Padre Fanzaga di Radio Maria, Parole Complicate crede di sapere, in realtà, a chi dare la colpa del degrado laicista del nostro Paese.
Al diavolo (andate)!

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Santa Sapienza

FISI169Capisco l’astio per l’arrivo, nel tempio della ragione, di un capo di stato straniero che cerca ogni giorno di arretrare il nostro, di stato. Capisco anche che  a questo arrembante assedio delle forze neo-cat, teo-dem, ci-el, fer-rar, bisogna pure reagire in qualche  modo. Capisco che il mondo della scienza, storicamente, è sempre stato il più esposto baluardo dell’anticonfessione, dalla confessione combattuto a tutto campo, e spesso sconfitto.
Però.
La differenza essenziale tra un Paese liberale e uno confessionale è la libertà.
La libertà, declinata a dovere, può voler dire libertà di invitare il lupo nel recinto degli agnelli. Può voler dire, più semplicemente, libertà di parola che, in quanto libertà, non è negata a nessuno. Nè al lupo, nè agli agnelli.
Quindi, premesso che NON E’ NATURALE, "che un’autorità religiosa sia accolta in sedi istituzionali" (sostiene il contrario, invece, don Wolter), credo che l’ormai mancato intervento di B16 altro non fa che salvarlo da un dibattito a viso aperto con persone libere.
Avrebbe perso per inabitudine. Peccato.

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Non vamos bien.

ilSignor_bonaventuraA chi interessasse, segnalo che il governo Prodi, dopo il 20% di finanziamenti in meno dello scorso anno, e dopo le promesse degli ultimi periodi, ha appena tagliato altri 92 milioni al fondo di finanziamento ordinario degli atenei per l’anno 2008 (a Units, 1,5 milioni in meno).
Il motivo ufficiale, è che servivano soldi per placare il placcaggio degli autotrasportatori di qualche settimana fa. Per gli aiuti ai tir, insomma.
L’università italiana addirittura dietro l’ultima ruota del carro.
E io continuo a non capire (e, magari, non li voto più).

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Non ve lo perdonerò mai

Non basta Mastella ministo della giustizia.
Non basta Rutelli al turismo.
Non basta la Bindi, e il suo stesso ministero.
Non bastano le bugie preelettorali sulle tasse, o lo scherzetto sulla commissione del G8.
Ora, per trovare qualcuno che si fa il culo per l’università pubblica, bisogna andare in fondo a destra. E ti viene una gran voglia di tirar l’acqua.

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Perchè l’italiano è una lingua meravigliosa

Metti che al posto di scrivere una tesi tranquilla tranquilla, chessò, su qualche sentenza, o uno dei tanti regi decreti degli anni ’20 che sono ancora in vigore e che non cambieranno mai, ad uno venisse in testa di fare qualcosa di, come dire, border line.
Metti che, non contento, quel qualcosa di border line quell’uno lo consideri non solo in Italia, ma anche in GB ed in America. Concludendo, dopo 200 e passa pagine, che in Italia è nero, ed in GB e US è bianco.
Metti infine che ieri, quell’uno veda il suo relatore per l’ultima volta, e che questo se ne esca fuori dicendo che in America il 7 settembre scorso è uscita una legge federale che sconvolge metà della tesi, facendo diventare l’America da bianca ad arancione.
Considerato che la vita è bella proprio perchè il destino riserva sempre dei meravigliosi imprevisti, avete mai colto davvero a fondo quanto sia straordinaria la lingua italiana, le cui costruzioni sintattiche reggono anche cambiando i tempi verbali dal presente all’imperfetto?

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Trasferimento che?

Una scena alquanto frequente, negli ultimi tempi.

-Ah, e su cosa fai la tesi?-
-Sul trasferimento tecnologico.-
-Che?-
-Su come l’università fa fruttare le cose che inventa tramite i diritti di proprietà intellettuale-
-Che?-
-Sull’utilizzo dei brevetti da parte degli atenei-
-Come?-
-Sui brevetti-
-Ah, tipo quelli della Fiat!-
-Mh.-

Sta sera, ad una festa di compleanno, invece:

-Ah, e su cosa fai la tesi?-
-Sul trasferimento tecnologico-
-Ah, su come l’università fa fruttare le cose che inventa tramite i diritti di proprietà intellettuale!-
-Esatto! Ma come fai a saperlo?-
-Sono un ingegnere-

E detto ciò, spirò. (Io).

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Le dieci cose che ti succedono se fai la tesi di laurea d’estate

sole sopra le nuvole1) Sentire fortemente il desiderio di lasciare l’università al posto di finirla
2) Non provare più alcun istinto sessuale
3) Provarne troppi
4) Chiedersi per quale cazzo di motivo il Times New Roman occupi così poco spazio e perchè non sia permesso scrivere la tesi con il Gin Sans Ultra Bold
5) Aprire un blog
6) Mettere il salvataggio automatico di word ogni 0,1 minuti, mandare ogni pagina cocnlusa in mail e avere di conseguenza una paura fottuta che internet in tutto il mondo possa collassare prima della stampa.
7) Domandarsi annichiliti: "e poi?". E poi farsi un altro caffè.
8) Maledire l’associazione italiana tabaccai che permette di chiudere per ferie contemporaneamente tutti i punti vendita di Trieste nel periodo coincidente al mio ultimo capitolo. Come se la gente in estate smettesse di fumare.
9) Godere sadicamente della propria sofferenza solo perchè prima o poi capiterà anche agli altri.
10)  Sentirsi soli da morire. E poi abbracciati da uno squillo, un messaggio, due righe di mail di qualcuno che ti ricorda che non sei solo. Sentirsi soli ancora. Ma tremendamente fortunati.

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In loco parentis: come ti giustifico le violenze scolastiche anni ’30

Si chiamava così. Precisamente. Ed è tradotta dagli autori del libro che mi sto mangiando per la tesi con l’aberrante "in place of the parents". Come in un film di Totò.

E’ il fondamento del potere dei professori sugli studenti. E’ il potere e basta. Crudo, terribile. Brr.

Sulla base del fatto che gli studenti inglesi già dalla fine dell’ 800 vivevano in college, e che perdio bisognava pur dargli qualche scudisciata sulle mani quando li si beccava in bagno con i giornaletti porno in bianco e nero dell’epoca, fu elaborata la teoria per la quale i campus universitari erano una "large familiy" nella quale l’aspetto residenziale in combinato disposto con gli ormoni liberi e repressi dell’Inghilterra vittoriana (l’urlo di Munch, tutta l’Europa è paese) comportava necessariamente un potere disciplinare esteso e terribile in capo ai prof. Che veniva direttamente dai genitori.

Quando, nella seconda metà del secolo scorso, qualcuno osò l’affermazione per la quale se l’università è padre e madre, allora da padre e da madre avrebbe dovuto garantire un reddito minimo non dico a tutti gli studenti, ma almeno a quelli che non avevano i soldi per comperare i giornaletti di cui sopra, allora questa romantica prospettiva dottrinale tramontò. Chissàcome.

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Qualche appunto sull’amore erasmus

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"Al mondo ci sono due tipi di persone: chi ha fatto l’erasmus, e chi no.
Il primo gruppo è abbastanza omogeneo, ed ha come denominatore comune una serie di ragioni, sentimentali o logistiche, piuttosto che finanziarie o personali, che portano ad abortire una delle più straordinarie ed isolate esperienze che la secca Europa delle monete ha avuto la capacità di partorire.
Il secondo gruppo ha invece una responsabilità enorme sulle spalle, quella di vivere per sé e per gli altri questo viaggio a metà tra carne e poesia, di modo che chi non è ancora passato per l’ufficio relazioni internazionali al secondo piano di scienze politiche lo faccia. E alla svelta.
Non è mio costume sottrarmi alle responsabilità, o forse ho solo bisogno di fare un po’ d’ordine tra le miliardi di cose che mi sono piovute addosso da quando non mi trovo più in terra italica, ad ogni modo: farò di “studenti di diritto” un viatico a metà tra un volantino di propaganda ed il diario del cuore di un’adolescente innamorata. Iniziamo dall’inizio.

L’erasmus è un trauma.

Si prende un treno, poi un aereo rigorosamente low cost, e ci si trova catapultati in una casa che non è  la tua,  con del cibo che non è il tuo, in una terra che non si sente propria. Si è costretti a seguire lezioni noiosissime in una lingua aliena (costrizione cui si riesce facilmente a sottrarsi con il tempo, ritornando ogni notte alle 4 del mattino), non si conosce anima viva, capita spesso, la sera, di parlare con i muri o con le fotografie di chi si trova a centinaia di km di distanza. A volte si piange.
Diciamocela tutta: le prime tre settimane di erasmus sono un disastro.
Paradossalmente però, la depressione profondissima in cui si rischia di crollare al primo impatto è un male tanto inevitabile quanto necessario. Come se prima di lanciarsi col paracadute da un aereo in caduta libera, uno trattenesse il respiro, sapendo che si sta per partire, che tra un po’ si vola. Poi è un niente. Uno sguardo colto nel momento giusto, una parola scambiata prima di una lezione, una sigaretta offerta e tutto cambia, tutto si trasforma, il tempo fiorisce e si colora. Una volta fatto il primo passo ci si trova ad essere abbracciati con un intensità tale da sfiorare il tramortimento. Senza timore di smentita, posso dire di aver stretto relazioni con più persone nei miei primi 3 mesi di erasmus che negli ultimi tre anni della mia vita.

L’erasmus è una centrifuga.

Fatto il salto, è una tempesta di emozioni che ti scuotono dalla polvere cui ci si abitua ammalandosi di quel cancro diffusissimo nella nostra società del benessere che è la stanzialità.
Doversi rimettere in gioco è una scommessa a vincere: la quantità e la diversità di persone, idee e sensibilità in cui ci si imbatte diventa una palestra auto-psico-analitica con una lista infinita di vantaggi, e praticamente a rischio zero.
Uscire la sera in gruppi di minimo 15-20 persone, ricercare affannosamente frequenze di incontro, non avere la minima chance di poter fare un pasto da soli, in qualche modo ricompone te stesso. Nei giri di valzer dei giorni sempre diversi ci si scopre, ci si stupisce facendo venire in rilievo sfumature caratteriali sconosciute, a volte insperate. Forse è questo il motivo per cui “gli erasmus” sono, in ogni città d’Europa, una comunità escludente ed esclusiva: vi sono nella vita dei periodi di ricerca e dei periodi di stasi, e accade molto raramente che chi ricerca voglia scendere dal treno in corsa per adagiarsi sui cuscini del modus vivendi degli indigeni troppo, troppo normali.
L’abbraccio di cui sopra, poi, è una costante se costante è anche la voglia di farsi abbracciare. E farsi abbracciare non è sempre facile. Proprio buongrado, ci si trova sopra una ruota che gira a velocità insostenibili in un contesto di vita “normale”, e chi si ferma è perduto. Almeno per un po’.
E’ un po’ come al nontiarrabbiare, o al gioco dell’oca: se non si partecipa ad almeno 5 cene a settimana, se capita di non uscire per un po’, o peggio di rientrare in Italia per una decina di giorni, si ritorna e tutto sembra sconvolto; allontanarsi dal centro dell’azione anche solo per un attimo porta un po’ a guarire da questa meravigliosa socialità impulsiva, e quindi si deve riiniziare, magari non da capo, ma da una decina di caselle indietro.
Probabilmente la chiave di volta per comprendere le anomalie di questo anomalissimo viaggio è il diverso modo di vivere il tempo: l’amicizia, l’amore, i dolori e le gioie dell’erasmus hanno un intensità radicalmente diversa e del tutto nuova rispetto a quelle consuete. E l’elemento cui tutto ciò è attribuibile credo sia il termine certo entro cui la cosa finisce.
Niente è per sempre, nemmeno i diamanti. Ma avere in mano il biglietto di ritorno per un giorno determinato, avere la consapevolezza che tra 5, 8 mesi o più si dovrà per forza staccare la spina, permette un approccio rivoluzionario alle cose di ogni giorno. E’ la parabola perfetta del vivere moderno: tutto e subito, in barba alle reticenze e alle muffe da galateo che normalmente ci tengono confinati nei formalismi da dottrina della morale quattrocentesca.
Non c’è bisogno di abbattere barriere perché non c’è il tempo per costruirle. Non c’è timore di allontanarsi dal seminato perché in qualsiasi caso, scoccata la mezzanotte, si deve dire addio ai luoghi e alle persone con cui per una porzione rilevante della tua vita hai condiviso tutto, donando e ricevendo con una foga quasi bulimica, per chiudere un capitolo che non si riaprirà mai più. La deterrenza di un eventuale rimorso per  non aver vissuto abbastanza ad avventura conclusa fa il resto. E guai a pensare che le relazioni vissute in erasmus siano più superficiali di quelle “normali”. Sono solo più intense proprio perché determinatamente temporanee, sono scevre da ipocrisie e da calcoli di opportunità. Sono, forse, più vere.

L’erasmus fa diventare di destra.

Scherzo. Ma una delle cose più sorprendenti e assolutamente nuove che mi è capitato di provare stando tra stranieri in terra straniera è l’amore per il nostro Paese, per la nostra lingua, per la nostra musica, per l’Italia, insomma. Ecco. L’ho detto.
Pensavo che il mio percorso politico personale mi avesse reso totalmente impermeabile a quel nazionalismo farneticante e lascivo tipo Menia, per intenderci. E avevo ragione. Ma non avevo mai considerato che sentirsi parte di una macedonia ai mille frutti nazionali dà impulso, per non so quale strano meccanismo neuronale, ad un processo di riavvicinamento dolcissimo a quel filo rosso che ci segna a vita causa nostra nascita nel Bel Paese.
L’umanità infinita dei ragazzi dell’est, la segreta malinconia dei francesi e la fiera compostezza dei tedeschi o degli austriaci ha come inaspettata conseguenza un percorso di  auto-riconoscimento nell’Italia-popolo, uno stringersi attorno ai valori che ci tengono vicini che fino a poco tempo fa giudicavo pura propaganda. Con due conseguenze ulteriori: l’aver capito che il mondo è un meraviglioso teatrino in cui ciascuno è figlio, volente o nolente, della storia pubblica del posto in cui vive, e la consapevolezza che, da quel giorno di luglio, Materazzi e Fabio Grosso sono diventate due delle persone più importanti della mia vita. 

Non ho una ricetta per ricostruire questo orgasmo politico, sociale e personale in un contesto “normale”. Non ho idea di come si possa cavare dalla vita di ogni giorno la ricchezza commovente che ho avuto il privilegio di gustare in questo viaggio. E non so nemmeno se le ragioni generatrici di questa ricchezza siano quelle che ho cercato di raccontare in queste poche righe. Ma so per certo che non tuffarcisi ora, subito, se si ha la possibilità di farlo, è farsi un torto di cui ci si può pentire. Ma proprio tanto"

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