
"Al mondo ci sono due tipi di persone: chi ha fatto l’erasmus, e chi no.
Il primo gruppo è abbastanza omogeneo, ed ha come denominatore comune una serie di ragioni, sentimentali o logistiche, piuttosto che finanziarie o personali, che portano ad abortire una delle più straordinarie ed isolate esperienze che la secca Europa delle monete ha avuto la capacità di partorire.
Il secondo gruppo ha invece una responsabilità enorme sulle spalle, quella di vivere per sé e per gli altri questo viaggio a metà tra carne e poesia, di modo che chi non è ancora passato per l’ufficio relazioni internazionali al secondo piano di scienze politiche lo faccia. E alla svelta.
Non è mio costume sottrarmi alle responsabilità, o forse ho solo bisogno di fare un po’ d’ordine tra le miliardi di cose che mi sono piovute addosso da quando non mi trovo più in terra italica, ad ogni modo: farò di “studenti di diritto” un viatico a metà tra un volantino di propaganda ed il diario del cuore di un’adolescente innamorata. Iniziamo dall’inizio.
L’erasmus è un trauma.
Si prende un treno, poi un aereo rigorosamente low cost, e ci si trova catapultati in una casa che non è la tua, con del cibo che non è il tuo, in una terra che non si sente propria. Si è costretti a seguire lezioni noiosissime in una lingua aliena (costrizione cui si riesce facilmente a sottrarsi con il tempo, ritornando ogni notte alle 4 del mattino), non si conosce anima viva, capita spesso, la sera, di parlare con i muri o con le fotografie di chi si trova a centinaia di km di distanza. A volte si piange.
Diciamocela tutta: le prime tre settimane di erasmus sono un disastro.
Paradossalmente però, la depressione profondissima in cui si rischia di crollare al primo impatto è un male tanto inevitabile quanto necessario. Come se prima di lanciarsi col paracadute da un aereo in caduta libera, uno trattenesse il respiro, sapendo che si sta per partire, che tra un po’ si vola. Poi è un niente. Uno sguardo colto nel momento giusto, una parola scambiata prima di una lezione, una sigaretta offerta e tutto cambia, tutto si trasforma, il tempo fiorisce e si colora. Una volta fatto il primo passo ci si trova ad essere abbracciati con un intensità tale da sfiorare il tramortimento. Senza timore di smentita, posso dire di aver stretto relazioni con più persone nei miei primi 3 mesi di erasmus che negli ultimi tre anni della mia vita.
L’erasmus è una centrifuga.
Fatto il salto, è una tempesta di emozioni che ti scuotono dalla polvere cui ci si abitua ammalandosi di quel cancro diffusissimo nella nostra società del benessere che è la stanzialità.
Doversi rimettere in gioco è una scommessa a vincere: la quantità e la diversità di persone, idee e sensibilità in cui ci si imbatte diventa una palestra auto-psico-analitica con una lista infinita di vantaggi, e praticamente a rischio zero.
Uscire la sera in gruppi di minimo 15-20 persone, ricercare affannosamente frequenze di incontro, non avere la minima chance di poter fare un pasto da soli, in qualche modo ricompone te stesso. Nei giri di valzer dei giorni sempre diversi ci si scopre, ci si stupisce facendo venire in rilievo sfumature caratteriali sconosciute, a volte insperate. Forse è questo il motivo per cui “gli erasmus” sono, in ogni città d’Europa, una comunità escludente ed esclusiva: vi sono nella vita dei periodi di ricerca e dei periodi di stasi, e accade molto raramente che chi ricerca voglia scendere dal treno in corsa per adagiarsi sui cuscini del modus vivendi degli indigeni troppo, troppo normali.
L’abbraccio di cui sopra, poi, è una costante se costante è anche la voglia di farsi abbracciare. E farsi abbracciare non è sempre facile. Proprio buongrado, ci si trova sopra una ruota che gira a velocità insostenibili in un contesto di vita “normale”, e chi si ferma è perduto. Almeno per un po’.
E’ un po’ come al nontiarrabbiare, o al gioco dell’oca: se non si partecipa ad almeno 5 cene a settimana, se capita di non uscire per un po’, o peggio di rientrare in Italia per una decina di giorni, si ritorna e tutto sembra sconvolto; allontanarsi dal centro dell’azione anche solo per un attimo porta un po’ a guarire da questa meravigliosa socialità impulsiva, e quindi si deve riiniziare, magari non da capo, ma da una decina di caselle indietro.
Probabilmente la chiave di volta per comprendere le anomalie di questo anomalissimo viaggio è il diverso modo di vivere il tempo: l’amicizia, l’amore, i dolori e le gioie dell’erasmus hanno un intensità radicalmente diversa e del tutto nuova rispetto a quelle consuete. E l’elemento cui tutto ciò è attribuibile credo sia il termine certo entro cui la cosa finisce.
Niente è per sempre, nemmeno i diamanti. Ma avere in mano il biglietto di ritorno per un giorno determinato, avere la consapevolezza che tra 5, 8 mesi o più si dovrà per forza staccare la spina, permette un approccio rivoluzionario alle cose di ogni giorno. E’ la parabola perfetta del vivere moderno: tutto e subito, in barba alle reticenze e alle muffe da galateo che normalmente ci tengono confinati nei formalismi da dottrina della morale quattrocentesca.
Non c’è bisogno di abbattere barriere perché non c’è il tempo per costruirle. Non c’è timore di allontanarsi dal seminato perché in qualsiasi caso, scoccata la mezzanotte, si deve dire addio ai luoghi e alle persone con cui per una porzione rilevante della tua vita hai condiviso tutto, donando e ricevendo con una foga quasi bulimica, per chiudere un capitolo che non si riaprirà mai più. La deterrenza di un eventuale rimorso per non aver vissuto abbastanza ad avventura conclusa fa il resto. E guai a pensare che le relazioni vissute in erasmus siano più superficiali di quelle “normali”. Sono solo più intense proprio perché determinatamente temporanee, sono scevre da ipocrisie e da calcoli di opportunità. Sono, forse, più vere.
L’erasmus fa diventare di destra.
Scherzo. Ma una delle cose più sorprendenti e assolutamente nuove che mi è capitato di provare stando tra stranieri in terra straniera è l’amore per il nostro Paese, per la nostra lingua, per la nostra musica, per l’Italia, insomma. Ecco. L’ho detto.
Pensavo che il mio percorso politico personale mi avesse reso totalmente impermeabile a quel nazionalismo farneticante e lascivo tipo Menia, per intenderci. E avevo ragione. Ma non avevo mai considerato che sentirsi parte di una macedonia ai mille frutti nazionali dà impulso, per non so quale strano meccanismo neuronale, ad un processo di riavvicinamento dolcissimo a quel filo rosso che ci segna a vita causa nostra nascita nel Bel Paese.
L’umanità infinita dei ragazzi dell’est, la segreta malinconia dei francesi e la fiera compostezza dei tedeschi o degli austriaci ha come inaspettata conseguenza un percorso di auto-riconoscimento nell’Italia-popolo, uno stringersi attorno ai valori che ci tengono vicini che fino a poco tempo fa giudicavo pura propaganda. Con due conseguenze ulteriori: l’aver capito che il mondo è un meraviglioso teatrino in cui ciascuno è figlio, volente o nolente, della storia pubblica del posto in cui vive, e la consapevolezza che, da quel giorno di luglio, Materazzi e Fabio Grosso sono diventate due delle persone più importanti della mia vita.
Non ho una ricetta per ricostruire questo orgasmo politico, sociale e personale in un contesto “normale”. Non ho idea di come si possa cavare dalla vita di ogni giorno la ricchezza commovente che ho avuto il privilegio di gustare in questo viaggio. E non so nemmeno se le ragioni generatrici di questa ricchezza siano quelle che ho cercato di raccontare in queste poche righe. Ma so per certo che non tuffarcisi ora, subito, se si ha la possibilità di farlo, è farsi un torto di cui ci si può pentire. Ma proprio tanto"