Che bello, il nuovo libro di Sofri, quello anziano. Che bello parlarne a cena.
– Si chiama “La notte che Pinelli”, l’ho letto in circa un giorno.–
– E di chi è?–
– Sofri, nel senso di Adriano.–
– Ma quello non è in prigione?–
– E allora? Anche Beccaria…–
– Beccaria non era un terrorista.–
Uno, due, tre, quattro, cinque, sei, sette, otto, nove, dieci.
– Guarda, nemmeno Sofri lo era. Anzi, credo che sia uno dei pochi ad essersi impegnato, negli anni e in quelle condizioni, a fare quello che avrebbe dovuto fare lo Stato, se ne avessimo mai avuto uno – far superare a chi ha senso del presente il dramma più catastrofico di quegli anni: il suo schema.–
– Resta un terrorista che ha ucciso un poliziotto, forse anche di più.–
– Lui non ha ucciso nessuno, scriveva solo cose terribili, come quasi tutti, e lo dice anche. E’ proprio questa la questione: chi si immaginerebbe mai, adesso, di essere accusato di essere il mandante di un omicidio perché scrive un pezzo di giornale? Nel libro la differenza non (o non solo) di tempo, ma di tempi, emerge in modo gentile, viene raccontata come la storia di un nonno davanti al fuoco, d’inverno. –
– Cosa c’è da spiegare? Hanno ammazzato delle persone perché un tipo di è suicidato.–
Uno, due, tre, quattro, cinq…
– Guarda, non è andata così: Pinelli non si è suicidato, e questo è sicuro. E Sofri non ha ucciso nessuno, e anche questo è sicuro. Ma non è questo il punto: un’analisi oggettiva di quella vicenda serve, come serve qualsiasi ricerca della verità, proprio perché tu non ricada nello stesso gioco, nelle stesse parole, che erano vuote allora, figurati oggi…–
– Puoi dire quello che vuoi: lui è in prigione perché è un terrorista, e l’anarchico, se si è ammazzato, avrà pur avuto qualcosa da nascondere.–
Uno, due, tr..
– Borghese.–