Luca chi?

Io l’ho sempre stimato, quel blogger lì. Davvero molto bravo (non me l’aspettavo), pungente, ironico, umile, forse un po’ scostante – ma glielo perdoniamo. Soprattutto oggi, che quel blogger lì fa un salto di qualità, nel merito e nel metodo, contribuendo a regalare alla blogosfera (bloggosfera) italiana qualcosa che non c’era: un giornale on line. Indipendente, ironico, ggiovane, gratis. Insomma: oggi si inaugura Paperblog (che già esisteva in France, però) e parolecomplicate, su cortese invito, ci sarà.

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Puntini sulle j

Sia chiaro: se la Roma vince il campionato quest’anno il merito non è di Ranieri, ma di Jeremy Menez e del suo guardare il cielo.

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Designami questo

Quanto non mi piace il Salone del Design. Con tutti quei marchi famosi, quegli esteti in giacca e cravatta, quei cataloghi gratis. L’unica cosa peggiore del Salone del Design è il Fuorisalone del Design. Via Tortona, il Politecnico di Milano, le istallazioni. Dio, quanto non mi piacciono le istallazioni. E poi i designers. Dio, quanto odio i designers. Quest’anno per essere un designer bisogna portare: i) capelli molto corti, un po’ anni ’80 (anche le donne); ii) pantaloni o jeans molto stretti; iii) scarpe in pelle lucide, possibilmente a punta. Il tutto condito dal ripetersi tantrico, in ogni luogo e contesto, della frase: “sono un designer“. Tipo: “ciao, ce l’hai un accendino?“; “sono un designer“. “Vuoi fare l’amore con me?“; “mah, sai, sono un designer“. E’ necessario sottrarsi al patetico rito del Salone e del Fuorisalone dell’Autoesaltazione. Si stampino per cominciare delle magliette con la scritta: “Achille Castiglioni. Tutto il resto è Ikea“.

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Ultima spiaggia

andiamooltre

Ci sono essenzialmente due modi per affrontare la situazione politica italiana. Il primo è lamentarsene, cercando di convivere con il senso di schifo immondo che ti suscitano i discorsi nazisti delle vecchiette alla fermata del bus, la tivvù, i giornali, il tempo metereologico e Paolo Del Debbio. Il secondo è non fare tardi ‘sta sera  e venire domattina alle 10.30 al Circolo Arci Bellezza di Milano. Non ho ben presente, ma potrebbe succedere qualcosa di bello, di nuovo, con persone mai viste prima in ambienti così, diciamo. E’ più o meno questione di vita o morte e alla peggio ci sarà comunque un rinfresco.

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Di iPad e del principio di utilità

Ho un iPad. A 32 giga, anche. Me lo sono fatto acquistare da un amico che è andato a New York (ufficialmente) in vacanza (ma in realtà) per acquistare iPad.

L’oggetto in sé è di una bellezza disarmante. Pesa poco (500 kg) e ha una batteria che mi dicono duri tantissimo. Lo schermo è molto piatto e liscio. Il retro è argentato. Ho anche una bellissima custodia nera, la cui cover anteriore si piega e, incastrandosi con la cover posteriore, crea un piano inclinato che permette di usare iPad in luoghi diversi dal divano o dalle poltrone. 

Avere un iPad è una bella esperienza, soprattutto dal punto di vista interpersonale. Tutti ne hanno parlato per mesi, tutti ne parleranno ancora per anni. In treno ho tirato apposta fuori iPad dallo zaino: la ragazza accanto a me (riccioli biondi, occhi verdi, originaria del veneto orientale) mi ha rivolto molte attenzioni e ora siamo fidanzati. A lavoro ho sfoggiato apposta iPad: mi hanno promosso in una posizione così apicale che ora non ho più prospettive di crescita e sto pensando di andare a cercare fortuna in America. Alle cene non faccio che parlare di iPad. Questo tema, di cui discorro con molta umiltà, mi fa sembrare una persona colta e attenta; un cittadino del mondo, come direbbero i marinai del traghetto Bari-Patrasso (60 euro in tutto, andata e ritorno).

Questo quadro generale, piuttosto positivo, si scontra con l’assenza di amore del nostro tempo, con la domanda con cui tutti mi ossessionano: “ma a che cosa serve?”. Esiste in commercio un Manuale di Conversazione che insegna come schivare questi fiotti di veleno. Secondo questo manuale bisognerebbe rispondere: i) è una specie di computer portatile: ci si naviga in internet e si ascolta musica; ii) serve a leggere libri on line; iii) serve per il porno, ché su iPhone è troppo faticoso.

Io non uso nessuna di queste risposte. Io non ho idea di a che cosa serva iPad. Il mio Mac è troppo vecchio (OS X 10.4) e iPad, giovane com’è, non lo ritiene compatibile con sé stesso. Non potendo in alcun modo farlo funzionare, ne apprezzo la bellezza in modo puro e totale. Con iPad ho un rapporto di amore preadolescenziale, incondizionato ed estatico. Non mi interessa se non legge i filmati in flash; trovo inessenziale la presenza di una cam; credo che le ditate di pollo fritto sullo schermo inerme abbiano un che di erotico.

Da quando ho iPad mi sento migliore. iPad mi ha liberato dall’ossessione dell’utilità. Lo porto con me ovunque, spento, tranquillo, come un pensiero. Quando la mia istruttrice di nuoto mi ha chiesto a che cosa serve, io ho sentito il profumo di primavera e ci siamo baciati. Lei mi ha lasciato dei segni di rossetto viola sulle labbra e lo schermo di iPad è divinamente riflettente. Dopo essermici specchiato ho pensato di non togliermeli mai più.

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Dante gli ha tirato il pacco all’ultimo

Prima lezione: “Conosci il tuo nemico”. Svolgimento. Tutta la comunicazione governativa degli ultimi quindici anni si fonda su uno schema collaudato in tre momenti. Momento uno: fare una cazzata. Momento due: fare in modo che non si scopra che è una cazzata. Momento tre: se la cazzata viene scoperta, dare la colpa agli scopritori.

Come spesso accade in contesti di sottosviluppo democratico tipo il nostro, le abitudini dell’apice vengono acriticamente adottate dal pedice. C’è un tipo italiano ad esempio, tale Tommaso Debenedetti, che va in giro a vendere a giornalacci tipo Libero e Il Piccolo alcune sue interviste con personaggini del calibro di Philip Roth, Vidal, Saramago, Amos Oz e Wilbur Smith. Le interviste sono assolutamente inventate. Ad una giornalista del New Yorker che l’ha sgamato e intervistato, ha dichiarato che (tutte) le interviste sono autentiche e che (tutti) gli scrittori le rinnegano solamente per motivi politici.

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