Sanremo è underground

Devo confessare che quando ho letto il nome di Federico Moccia (il romano che produce lucchetti sui ponti) tra gli autori nei titoli di testa, ho pensato anch’io che quest’anno sarebbe stata più dura del solito. E infatti: la prima serata di Sanremo è stata molto peggio del solito, così peggio da essere, naturalmente, infinitamente meglio.

L’anno scorso ci si era lasciati con la rivolta degli orchestrali che lanciavano spartiti contro il re torinese Vittorio Emanuele (Torino, come noto, è il male assoluto) e la fanfara dei carabinieri che intonava Guerre Stellari. Quest’anno la rappresentazione è andata così oltre da diventare teatro dell’assurdo, tragedia greca.

La valletta ukraina (dea della bellezza) che si spezza il collo. I due comici all’inizio (satiri) diventati tristi e del tutto incapaci di far ridere. Dioniso che entra in scena in un delirio trash di bombe e fantaguerra e tiene un monologo baccante lunghissimo, spinto dall’MD che sorseggia di tanto in tanto dal bicchiere, con tanto di nano alla David Lynch che si alza dal pubblico e delira di politica (la loggia). Poi i conduttori, i veri protagonisti. Morandi è il dio della casa, la grossa mamma antica preoccupata e benevola che ti cura il ginocchio sbucciato con le sue manone fuori prospettiva. L’altro, Papaleo, è il demonio, il male assoluto (come Torino). E’ una specie di American Psyco che guarda lascivo le cosce delle minorenni (Emma) e si vanta del suo fallo (“che tentazioni!“, “andiamo dietro le quinte che facciamo un inserimento“) con due pupille che neanche Sid Vicious. E poi questa cosa del “Sanremo tecnico”, il Sanremo Tekné, ovvero Sanremo come esaltazione della violenza. Il tutto inserito in un ritmo straziante, in un tempo che non è tempo, in un elogio della noia e della lentezza. Avvilimento lento.

Io lo so che questa mattina tutti i pennivendoli e i twitterers del mondo daranno addosso a Sanremo, citando ingaggi stratosferici che potevano finanziare scuole in India, oltraggiando Dioniso perché ha detto delle cose senza senso, esaltando la Gabanelli (dio ce ne scampi) e dicendo che Sanremo è lo specchio del Paese o che il Paese è lo specchio di Sanremo (oppure che il Paese è meglio di Sanremo) e via così con la patetica lista delle ragioni per le quali Sanremo dovrebbe chiudere.

La realtà è che Sanremo, apologia del mondo al contrario, è il miglior programma che la RAI produce. E’ il più coraggioso, il più efficace nel driblare perbenismi e rigidità di quegli ambienti da curia romana in cui la “C” si pronuncia “G”. Basterebbero i riferimenti massivi alle droghe pesanti e alla psichedelia piazzata lì, in prima serata, per convincere chiunque che Sanremo, in quanto unico, va difeso sempre, anche contro Sanremo (o volete Giletti, eh?). Perché Sanremo è speciale, perché Sanremo è una salamandra travestito da agnellino, tiene un profilo basso e ti salta al collo quando meno te lo aspetti. Perché Sanremo è underground, è psichedelia sparata nei circuiti mainstream. Perché Sanremo ti lacera dentro, ti destabilizza. Considerato che ho già delle giornate piuttosto tese, mi sa che ‘sta sera mi rilasso un po’, che c’è la Champions.

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Dice: ma che succede a parolecomplicate? Dico: non so, non ho più niente da raccontare. Dice: vabbe’, non è che prima fosse ‘sta gran miniera di notizie. Dico: eh, so. Dice: mi manchi. Dico: c’è twitter!

No, ma davvero: l’avete visto twitter? Immediatezza, follower, discussioni, ashtag, followFridays. Pensieri lucidi, cristallini, situazioni. Retweet, Gerry Scotty, Saturnino, Fiorello (nel senso di Rosario), Jovanotti. Altrocché blog. I blog non esistono più. Sono morti, morti. Come le musicassette e le vhs. Come Withney Huston. Pensavo: “Parolecomplicate” occupa da sola 16 caratteri (ne rimangono 124). Troppo. Troppo lunga. Ci hanno preso per cortezza, ho pensato. Ci si estingue per amore di dettaglio. Si sparisce per amore.

L’amore. Pensavo di chiuderlo, parolecomplicate. Poi, come nelle migliori storie italiane, mi ha salvato proprio lui, il santo dell’amore, della bellezza e delle storie che durano per sempre. San Remo, patrono dell’assenza di gioventù e della lentezza, mi ha illuminato della sua noia salvifica, mi ha fatto rinsavire.

Cancellare parolecomplicate? Piuttosto le olimpiadi a Roma. Nei prossimi giorni, le pagelle.

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