La grazia

Il quasi paso doble che ha fatto da sottofondo all’inizio della trasmissione di Santoro, l’altro giorno, faceva presagire un programma sull’essere, sul bene e sul male. Nessuna parola dolce, nessuna parola amara: solo parole d’amore. Lo spettacolo è stato un po’ diverso, ma non meno significativo.

Dopo aver avuto 15 anni per prepararsi al rito, Santoro, Travaglio e la Costamagna si sono rivelati per quello che sono sempre stati: incapaci di ironia e di concentrazione, pessimi strateghi, il peggio dell’informazione italiana. Giulia Innocenzi è bellissima. Anche Berlusconi ha mostrato la sua vera natura: contando sull’empatia che anche il peggior lettore del Fatto prova per chi è solo contro tutti, si è trasformato in meno di venti minuti nell’amico che ho sempre voluto avere quando sono depresso, cioè spesso.

Non so se Berlusconi è una persona malvagia. Per tutto il tempo della trasmissione, però, ho creduto che i malvagi fossero gli altri, cioè noi. Durante Servizio Pubblico ho dimenticato tutto quello che lui ha fatto e non fatto. Ho dimenticato i riferimenti sessuali a Eluana, le commistioni con la meglio gioventù e la peggio vecchiaia, la devastazione di scuola ed economia, la libertà mutilata del dissenso interno ed esterno. Nell’assistere alla danza tra bene e male, i confini si sono via via sfumati fino a confondersi. Quando già ero ebbro di pietà, l’unica cosa che riuscivo a intravedere era la nullità umana e culturale della parte che parlava in nostra rappresentazione.

L’approccio alla corrida è un fatto personale. E’ personale anche l’approccio alla morte e alla politica, che sono la stessa cosa. Nell’arena sbigottita dell’altro giorno, Berlusconi è riuscito a sembrare non solo il migliore degli avversari, ma migliore in generale. Dimostrandosi estraneo all’isteria, alla frustrazione e a un’idea di verità troppo urlata per essere giusta, Berlusconi si è redento. Tutto, d’un tratto, è sembrato chiaro e ogni appassionato consapevole ha capito che la ragione vera di questi anni non è il Berlusconi che c’è in noi, ma il noi che non c’è in lui.

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A nanna, adesso

Saranno i vent’anni di potere incontrastato. Sarà che mi sembravano immortali. Sarà la loro sopravvalutazione continua, anche da parte mia, che da bravo cristiano amo i miei nemici allo spasmo. Saranno i danni fatti a livello internazionale. Oppure le abitudini sessuali bizzarre. O il loro odiare la libertà. Sarà quel vanto, ostentato, di costituire fattori di sottosviluppo. O quella loro abitudine a circondarsi di collaboratori furbi e impresentabili. Sarà il male, banale e geniale. Sarà la loro compagnia.

Nei giorni strani in cui Wojtyla e Berlusconi se ne sono andati, ho provato la stessa cosa: niente.

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Del 308 e della mia infinita tristezza

Davvero finisce tutto così? Con Gabriella Carlucci che chiude il sipario con la sua bocca finta e triste increspata in una smorfia di convenienza e rassegnazione, senza neanche aspettare l’ultimo applauso, senza neanche l’ultima risata mandata dalla regia? Davvero gli ultimi 20 anni della vita politica di questo Paese, la mia infanzia politica, la mia adolescenza politica e la mia vita politica adulta si sgonfiano come un pallone arancione Supertele? Davvero, senza neanche far rumore?

Nessuno, ti giuro, nessuno sarebbe stato in grado di scrivere una storia come quella politica di Silvio Berlusconi. Una storia pazzesca, imprevedibile, squallida e indistruttibile. Con lui che ne fa di ogni, ogni giorno, ogni ora. Con lui che alza ogni asticella immaginabile a livelli che neanche pensavo possibili. Con lui che mina qualsiasi cosa: equilibri personali, economici, istituzionali e, per fortuna, morali. Con tutto il mondo e metà Italia che lo vuole finito di morte violenta, quando va bene. Con l’eccezione che diventa regola, con i preti che difendono orgie con minorenni, con gli ex comunisti che acclamano i vescovi, con confindustria contro un imprenditore, con la destra che alza le tasse.

Dopo tutto questo, davvero finisce così, in silenzio? Senza un Tribunale o una sede della Corte costituzionale che scoppia in aria? Senza un meteorite che devasta il Parlamento? Davvero finisce tutto con un rendiconto dello stato, e neanche un Gavrilo Princip per chiacchierar?

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We are the mods

Povera patria. Un amico mi ha concesso in comodato d’uso il suo abbonamento all’Economist per iPad, che lui non ha. Proprio ieri che avevo un attimo libero mi sono letto gli ultimi numeri. Su uno compare il presidente del consiglio italiano, seduto su una sedia bianca. Il titolo è “The man who screwed an entire Country”. In Italia l’hanno tradotto “che ha fregato”, mentre se non ricordo male “to screw” significa “fottere”. Cioè “che ha fottuto”. Una bella differenza.

La tesi è stata accolta con giubilo da tutti i giornali nazionali. E’ partita la macchina del fango, il tritacarne mediatico, questa volta rivolto verso an entire Country, noi. Quello che sfugge a chi posta la prima pagina dell’Economist su facebook è che se c’è uno che ha fottuto, ci sono anche gli altri che si sono lasciati fottere: noi. Che gli italiani siano fottuti è un’idea semplicistica, che non tiene conto di un sacco di sfumature e che si basa sulla pretesa superiorità morale degli inglesi. Che noi, incredibilmente, assecondiamo. Gli inglesi, con quella prima pagina, colpiscono Berlusconi per colpire gli italiani. Gli inglesi, con questi loro giornali democratici, pensano di essere gli unici depositari della verità. Pensano di vivere in un sistema perfetto, loro. Pensano di poter insegnare agli altri Paesi del mondo come governarsi.  Pensano di essere il popolo migliore del mondo. Hanno ragione.

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Si contenga

Essendocene tante, di rogne, bisogna selezionare bene per quali prendersi male. A me la storia delle ragazze pagate che scopano a turno il potente (di turno) non impressiona: è già sentita (e poi possiamo dire dei mesi in meno o in più della povera Ruby, ma comunque è già sentita).

Quello a cui non mi abituo e non mi abituerò mai è il suo squadrismo. Il suo insultare una donna perché non figa, il suo prendere per il culo una ragazza perché senza un fidanzato ricco, la sua mancanza di consapevolezza dell’equilibrio tra poteri che ci permette di vivere in un mondo libero. Questo, sì, è più grave del sesso, anche con delle povere minorenni che sembrano 30enni.

Da un po’ di tempo al menù Salò ha aggiunto le sclerate televisive. Lui chiama, entra in una discussione, mandaffanculo tutti e riattacca. C’è che è vecchio. Che non sa dialogare. Che ha paura. Che vuol tenersi buoni i preti. Che probabilmente con il mondo che gli dà del puttaniere sarà anche un po’ addolorato. Ma, per quanto mi sforzi, non riesco a trovare una ragione per cui un uomo possa far di tutto per assomigliare a Teo Mammuccari.

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Liberi tutti

Quello che mi fa più schifo dei commentatori da vari luoghi politici, quello che mi causa terrore, nausea, crisi epilettiche, è sentir un uomo libero che augura la prigione ad un altro uomo libero. Mi repelle Di Pietro, con tutti i suoi amici, quando la augurano a Berlusconi. Mi disgusta Travaglio, con tutti i suoi giornalisti, quando la sognano per Previti o la invocano per Adriano Sofri.

Negli ultimi, terribili periodi si è diffusa la moda di chiamare “garantisti” tutti quelli che non pubblicano delle manette sulla prima pagina del loro quotidiano. Essendo i politici di destra decisamente più inclini alla delinquenza, il garantismo è diventata una cosa di destra.

Succede, però, che in una giornata un po’ grigia vadano in prigione dei ragazzi violenti. Degli stupidi che, probabilmente, hanno contribuito a sfasciare delle cose per un idea o anche solo per noia. Degli uomini, comunque, per quel che qui importa. Succede, poi, che in una giornata di neve quelli che si fanno chiamare da qualche anno “garantisti” invochino a loro volta la prigione per questi ragazzi violenti. Senza conoscere i fatti più di quanto li conosca io, senza conoscerne i nomi, i volti, le prove a carico.

La privazione della libertà di un uomo per decisione di un altro uomo mi dà le vertigini. L’entusiasmo per la privazione della libertà di un uomo per bocca di una spilla sulla giacca mi fa vomitare.

Propongo una moratoria sul termine “garantismo”. Chiamamolo solo “va tutto bene, amico mio”. La dolcezza salverà il mondo.

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Degli occhi di Nat

A me X-Factor piace molto, ne sono ossessionato, è sempre pieno di sorprese. Nella puntata di oggi, ad esempio, mentre Nathalie cantava il suo inedito (bellissimo, dolcissimo, davvero suo) ha chiamato Berlusconi. Dice che non doveva arrivare fino a lì, con quell’anda da figlia dei fiori. Dice che quando i suoi occhi sorridono lui impallidisce perché i suoi soldi perdono sapore. Per fortuna è intervenuto Floris, mentre Belpietro annuiva. Berlusconi è impazzito: “TILT!!!”, ha iniziato a urlare, “TIIILT!!!”. Poi è intervenuto Facchinetti. Dice di acquistare e sostenere la buona politica italiana, dice che tutto questo succede solo a Ballarò. A me, che pareva X-Factor, è venuto istintivo prendere il telefono e votare lo zeerooduue! I miei due euro sono andati alla Protezione Civile, dove però mi sembra che Bertolaso non ci sia più. Davide avrà pure una bella voce ma a me sa di finto. E poi sono invidioso perché è giovane e molto bello. Anche Berlusconi è molto invidioso. Durante l’inedito di Davide ha ritelefonato dicendo che alla fine dei conti per una festa rionale del Popolo della Salamella Davide è perfetto, ma che non provi ad avvicinarsi alle sue donne. Mentre Belpietro continuava ad annuire, si è passati a parlare di rifiuti. Nevruz: “Che fai, mi voti?” Berlusconi: “No”.

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Di amore e di fiori amazzonici

Non capisco: cos’è tutto questo clamore, a Repubblica 2000? Cosa sono questi occhi strabuzzati, questa incredulità da palcoscenico di serie c? C’è una persona sola che dopo quello che abbiamo sentito in questi anni si sconvolge della storia della ragazza marocchina e delle orge anali in salotto? Che poi: qual’è il problema? Le orge? L’ano? Il salotto? Il Marocco? Davvero, non capisco. A me non stupisce affatto che Berlusconi ruby.

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Porta Pia again and again

Nel mio paese natale c’è un piccolo bar molto frequentato, proprio davanti alla chiesa. E’ da sempre il ritrovo di coloro che escono da messa (la domenica) e dei vecchietti più in generale (ogni giorno, dalle 6.30, per giocare a carte o vedere le partite). Appena entrati, sulla destra, c’è un quadro appeso. Sul quadro c’è la foto di un Papa con lo sguardo buono (non KW, uno prima) che ammonisce: “la bestemmia offende Dio e l’uomo“.

Quel bar davanti alla chiesa, domenica a parte, è uno dei posti in Europa con il più alto concentrato di bestemmie al minuto. Si bestemmia da sempre. Si bestemmia per tutto. Perché non peschi briscola; perché il tuo compagno non cala il carico; perché il Milan non ha segnato; perché il Milan ha segnato; perché la squadra del paese dovrebbe giocare con un 4-2-3-1, con davanti solo quello foresto, mica con quell’altro, lì, che solo perché morosa con la figlia del mister. Dalle mie parti le bestemmie sono una preghiera. Un pezzo di teatro. Un sentimento contadino che sa di salame casereccio e sudore di terra. Sono un apostrofo rosa tra un dubbio insegnato e qualcosa che ti ha dato da mangiare per secoli. Le bestemmie mi ricordano i pomeriggi d’estate, le partitelle a calcio e i calippi alla coca con in fondo le caramelle gommose. Quando le sento mi scappa un sorriso perché sono cose da persone semplici, dirette (e, quindi,) corrette.

Quello che ha fatto ieri B è lodevole. E’ dolcissimo, anzi. E’ una delle cose più belle mai fatte da lui negli ultimi 15 anni. E’ una cosa dal Lui dei primi tempi. Quello pazzo, liberista e libertario, del ’94. Quello del “fuori lo stato dalle mie mutande”, quello che “il caso di Eluana è una questione personale”. Quello di prima del family day, delle fiaccolate con i cardinali. Quello senza i laici devoti.

Solidarietà, come sempre, alla mia amata Rosy. Però.

Sinistra italiana, hai fatto eleggere un Presidente della Repubblica che fa organizzare le cerimonie della Breccia di Porta Pia ai brecciati: risparmiaci almeno le scene di vergogna per la barzelletta dell’orchidea. Non strapparti i capelli per un motivo che non sia te stessa. Evita di salmodiare sul “ma lui è” e sul “ma lui non può”. Non interessa a nessuno se “a livello internazionale”. Uno una volta disse che il problema della tua classe dirigente è essere cresciuta con “Happy Days”. Se così fosse, sappi che nel mondo reale non si gira più con la giacca in pelle; che i bagni non sono mai stati usati come uffici; e che nei bar fuoristanti, se le orchidee l’uomo non l’offendono affatto, neanche il buon Dio deve prendersela troppo a male.

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Maledetta primavera

Visto che lo fanno tutti, salgo in cattedra anch’io. Ecco, salito. Allora, questo Paese ha un grosso problema: è del tutto all’oscuro del principio elementare per cui i talenti, che per definizione sono giovani, vanno curati, coltivati e un po’ ben voluti. Prendiamo ad esempio Berlusconi. Berlusconi è lassù da 15 anni e non ha fatto una cosa una per curare, coltivare e voler un po’ di bene ai talenti (giovani). Invertire il trend assassino del disinteresse per la scuola pubblica, ad esempio. Continuare sulle sue originarie tre “i”, almeno, che all’inizio degli anni ’90 non erano neanche una cattiva idea. Invece niente. Un altro esempio è Balotelli. Balotelli è il più grande talento che il calcio italiano abbia conosciuto dai tempi di Roberto Baggio. E’ un po’ mona, sì: ma è perché è giovane, essendo un talento. Balotelli non è stato convocato in nazionale perché non rientrava nel portfolio di giocatori del figlio del nostro commissario tecnico. Non veniva fatto giocare all’Inter perché è un po’ mona (ma è perché è giovane, essendo un talento). Si dice abbia pianto spesso. Naturale epilogo della faccenda, oggi è stato trasferito in Inghilterra, dove ai talenti vogliono bene. Molto, anche. Io non sono un talento, se non altro perché non sono giovane. Un mio amico che invece lo è mi faceva notare che, in fin dei conti, è pur sempre una questione di premier.

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Dicevi?

Quella strana sensazione, quando ti svegli al mattino e leggi i giornali. Quella per cui ti dici “vabbé, ma allora anche loro non sono messi poi tanto bene”. Che poi vai a lavoro e pensi “ma va’ che questa è la volta buona che va tutto in mona e possiamo riniziare daccapo”. Anche considerando che Lui mica c’è abituato alle grane interne, ti dici, va’ che se le stanno ammollando di santa ragione. “E poi questa non gliela può perdonare”, affermi convinto al telefono, facendo più o meno finta di sapere cosa succederà dopo. Il dopo che diventa una bandiera stracciata. Diventa speranza che, per una questione di probabilità, in 15 anni uno con un po’ di dignità doveva pur arrivare. La notizia di oggi è: pur.

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Amare Barbara

Perdonali, Barbara, perché non sanno quello che scrivono. Perdonali tu, che sei un segno di speranza in questo lago di lacrime, che sei un fiore di campo cresciuto nonostante i neon viola e la porcellana Pozzi-Ginori. Tu, vergine figlia, figlia di tua madre, a sua volta unica autorità morale di questa landa in preda agli Enrico Papi e ai papi più in generale. Perdona tuo padre, da cui così amorevolmente prendi le distanze facendoti autorità morale, lario a tua volta. Perdona Repubblica, che per sparare addosso a lui è disposta a rinnegare i più basilari principi di responsabilità personale, instrasmissibile da padre a figlio. Perdona due volte Repubblica, che il prossimo che mi viene a chiedere perché lo ritengo un gossip-magazine lo uccido con una balestra. Perdona il prete Verzé, vecchio e stanco e in cerca di un compiacimento. Perdonalo perché è anziano, vicino al rasoio che ci ugualizza e ci rende avidi dei sorrisi che neanche tutto il potere di una vita ha saputo dare. Perdona Galli della Loggia, presente in commissione, perdonalo perché presente. Perdona anche la de Monticelli, Barbara, perdonala perché essente. Ignora il suo finto progressismo fatto di intolleranza politica e culturale, in nome della quale sacrificherebbe suo figlio sol che le parlasse un giorno a cena di Carl Schmitt. Perdona lei, Barbara, con quegli occhietti cattivi da donna che nella vita ha sbagliato tutto, da ortica che per sentirsi vera ha bisogno di mandare una lettera ai giornali in cui attacca te e tuo padre per attaccare sé e il posto in cui lavora. Tu che sei amore e bellezza assoluta, perdona anche per il futuro. Per quando, tra un paio di mesi, la de Monticelli verrà licenziata e le cicale della giusta parte confonderanno ancora una volta l’epurazione con il bene del Paese.

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Che li avete eletti a fare?

Lo scorso anno le tasse italiane, già altissime, sono salite di nuovo. Peggio solo nel 1997. C’era Prodi, sì. Ma bisognava entrare in Europa, anche.

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Finalmente un commento lucido

C’è una sola cosa che mi fa stare peggio dell’ennesima vittoria di Berlusconi: quelli che si lamentano dell’ennesima vittoria di Berlusconi. Che pontificano ex post, individuando spiegazioni e capri. Tra quelli che cercano spiegazioni il peggiore è senz’altro Luca Sofri, convinto che la causa di tutto sia l’antiberlusconismo (con Veltroni, infatti, che neanche ne prononciava il nome, abbiamo vinto di brutto). Tra quelli che cercano capri, invece, il premio della banalità va a Cerasa: la colpa sarebbe del Pd in generale. Chapeau.

La verità è che nessuna persona sana di mente non può non dirsi antiberlusconiana, e ci mancherebbe. E che il piddì, sta volta, c’entra davvero poco.

La verità è che non c’è nulla di cui lamentarsi. Che loro sono fortissimi, quasi imbattibili. Che hanno avuto gli anni, i mezzi e le capacità di mettere in piedi un apparato di potere e propaganda nazionale, regionale, provinciale, comunale, clericale e domestico assolutamente infallibile: fuori dal tuo soggiorno è pieno di cattivi (ma non ti preoccupare, ti proteggiamo noi). L’80% degli italiani percepisce il mondo esterno solo così, come un posto orrendo, terrorizzante, che peggiora di giorno in giorno. La maggiorparte delle persone ha paura. I miei nonni hanno paura. A pranzo mi raccontano di immigrati, droga, stupri, e di chi ha vinto ai pacchi.  I miei nonni e tutti gli altri percepiscono, elaborano, e poi votano di conseguenza.

Il piddì non c’entra nulla, anzi. Questa volta, e in molti posti, sono stati scelti i migliori. Come con Riccardo Illy qualche anno fa: Emma Bonino e Mercedes Bresso, per esempio, sono due persone trasparenti, capaci. Hanno perso per inesistenza, per terrore (venivano definite “il demonio”, le “ammazza bambine” dagli intellettuali del Foglio), perché da noi si votano Beppe Grillo, la sicurezza e la disciplina. Perché in fondo va così dal dopo guerra, da queste parti. Perché agli italiani ci piacciono i ciociari, le Paole Perego e cielle. Perché ci meritiamo le stragi, altro che Alberto Sordi.

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Prediche inutili

Continua il furto delle parole, del pensiero, delle idee. Berlusconi che fonda un’università mi sembra la cosa più assurda degli ultimi 10 anni. In classifica si piazza immediatamente dopo questa orrenda campagna della Diesel che invita ad essere stupidi. A pensarci bene stanno a parimerito. Anzi, sono la stessa cosa. L’università di chiamerà “Università del pensiero”. “Liberale”. Non ce la faccio a metterli tra le stesse virgolette.

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Seminare vento

Nel delirio comico della preparazione del un nuovo doppio stato, mi sembra che a molti sia sfuggita l’ironia straordinaria della vita. Il capo di questo governo di preti e puttane, dopo i guai con le ultime, è stato colpito con una chiesa.

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Ops #7

Caro Dio, già meglio.

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Minzolini è la speranza di un mondo più giusto

Augusto Minzolini e i suoi occhi spenti sono il segnale più evidente dell’imminente fine del B-ismo. Augusto Minzolini è un giornalista molto mediocre e partigiano, tipo Fede. Il Tg1 è per tradizione un tigggì molto paraculo, tipo il Tg2. Aver messo Augusto Minzolini e i suoi  occhi spenti alla guida di una redazione in cui il giornalista più rivoluzionario è Mollica è stato un errore di valutazione grave, da ultimi colpi di coda del mostro che muore. Come invitare Joe Strummer ad un pranzo del Rotary, o Paolo del Debbio ad una conferenza di parrucchieri alla moda. Il Tg1 è sempre stato molto governativo, ma nel senso veltroniano del termine. Pacatamente, serenamente, come la Stasi. Augusto Minzolini e i suoi occhi spenti sono un elefante in una cristalleria e io non riesco proprio a non volergli bene.

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Sì-Capote day

Non so se B sia il più grosso dei diversi e gravissimi problemi che rendono questo sistema una democrazia incompiuta. So, però, che di tutti questi problemi B è la sintesi totale. E’ il più grande, è il migliore. E’ un capro stupendo. Nonostante sia convinto che le manifestazioni siano diventati mezzi poco persuasivi, questa mattina mi sono sentito orgoglioso di quella piazza perché, oltre ad esservi d’accordo, c’era profumo di arnì. E il viola è un colore perfetto.

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Che noia di post, che noia Dalema

Stavo proprio pensando questa mattina che lo straordinario risultato di Ignazio Marino alle primarie è figlio della voglia di diritti, di merito, di mercato, di libertà individuali. In una parola: di occidente. E’ stupefacente che sole abbia il coraggio di regalarti novembre. I motivi per cui ieri pioveva, poi, sono molto simili a quelli per cui Dalema è un concetto diametralmente opposto a quello di Europa.

Dalema odia i diritti: va alle messe dell’Opus Dei, quelli del cilicio e della Binetti, del cilicio della Binetti, del suo sudore. E’ il principale oppositore del ricambio generazionale di un partito che ha costruito solo per sfasciare. Dalema odia il merito: ha distrutto l’università italiana con due riforme aberranti, due pigliatutto che hanno intossicato definitivamente un sistema già di suo messo mica bene. Dalema odia il mercato: manda in giro i suoi delfini a pagare aperitivi elettorali, a fare i “non so con chi sei abituato ad uscire, finché ci sto io paga il partito”, salvo poi indignarsi pubblicamente perché  tra quelli che hanno studiato in Russia bisogna dire che la pecunia olet, eccome. Dalema odia le libertà individuali: non coglie, Dalema, la differenza tra il bianco e il nero. Oppure la coglie e si mette dalla parte sbagliata. Tra un’organizzazione terroristica islamica che lancia dei missili su abitazioni civili e un paese che risponde, Dalema sta con i primi. Ci va a braccetto. Perché saranno pure teocratici, lancieranno pure razzi sui civili, impiccheranno pure i froci. Ma sono eletti democraticamente, dice Dalema. Proprio come ama dire B, per giustificare le sue nefandezze. E infatti.

Dalema è Berlusconi che non vince. E’ Berlusconi che, oltre a fare l’amico dei preti, lo è davvero. E’ Berlusconi senza tivvù. E’ quello che ha permesso a Berlusconi le tivvù. Dalema è Berlusconi a vela. Dalema è Berlusconi vestito peggio. Dalema è Berlusconi. In quanto uguale a Berlusconi, Dalema è anche un ottimo contraddittore: parla bene, Dalema, e risponde meglio. L’Europa e l’occidente, però, non sono Ballarò. E per fortuna.

Quest’anno c’è che l’inverno arriva tardi: qualcuno lo dica a Dalema, please.

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