by Alberto
Trovo sorprendenti tutte queste polemiche sulla scelta del Quatar come sede per i mondiali del 2022 (che poi chissà dove saremo, nel 2022). Pura malafede: gli islamici non hanno vinto perché hanno corrotto i commissari Fifa, o perché hanno presentato una candidatura perfetta, o per qualche altra strana ragione strategica.
Hanno vinto perché hanno alle spalle una grande storia calcistica fatta di passione, di mister, di cammelli, di noci di cocco, di devodirebbene, di miogoll, di Enrichi Varriali con la kefia. Una storia che affonda le radici in Fifa 94, dove il Quatar era la squadra più scarsa di tutte, quella con cui se vincevi ti guadagnavi il rispetto del branco. Da un po’ di tempo a questa parte sono migliorati, dicono.

by Alberto
Sia chiaro: se la Roma vince il campionato quest’anno il merito non è di Ranieri, ma di Jeremy Menez e del suo guardare il cielo.
by Alberto
Ho amici molto religiosi. Ho anche amici molto superstiziosi. Infine, ho molti amici molto vicentini. Queste tre categorie di miei amici hanno in comune due cose: giocano tutti a calcio (uno) e (due) non sono rispettati dalla maggioranza. Da un po’ di tempo è vietato bestemmiare mentre si gioca a calcio. Chiunque abbia giocato a calcio, sia esso religioso, superstizioso o vicentino, sa che anche il fedele più compìto non può promettere al Signore che in campo non lo bestemmierà. Non sarebbe neanche giusto farlo, perché il calcio è violenza, è cuore, è esso stesso religione. La bestemmia nel campo di calcio è come un tradimento quando sei in erasmus: non vale. Non vale perché il calcio è un rito, e ogni atto nel rito è dialogo con dio. Non esistono dialoghi sinceri senza qualche screzio, ogni tanto. Mi chiedo come farò a fare crescere mio figlio in un paese in cui non si può parlare in tv di animali cucinati. E si conti che io adoro i gatti, nel senso letterale del termine. Li trovo divini, ne sono ossessionato. Proprio perché al di sopra del bene e del male, è noto che gli dei poco si curano delle passioni umane. Siano esse dei porci o dei succulenti secondi al timo.
by Alberto
Rimanere per due ore a vedere venticinque persone che si muovono a seconda dei movimenti di una sfera è un comportamento umanamente degradante. Questa regola ha due eccezioni. Uno: se ci si trova a San Siro, che non è uno stadio ma un tempio. Due: se tra i venticinque gioca il più grande filosofo del secolo, Jeremy Menez.
Jeremy Menez sta davanti, perché davanti stanno i simboli, le icone. Come al corpus domini, con la differenza che Menez esiste. Nato nella periferia sottoproletaria di un paese dell’Ile de France non abbastanza grande da essere Strasburgo e non abbastanza piccolo da poter prentendere un IKEA, Jeremy ha avuto il suo talento svelato a circa otto anni. Era nel parco, stava rollando. Gli apparse dio, il dio delle genti. Prima che iniziasse a parlare, Jeremy si addormentò annoiato. Dio, deluso, se ne andò da Kakà.
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