Della grave assenza di disapprovazione natalizia

Nessuno ha notato che quest’anno è mancato un elemento nei natali scorsi sempre presente: il Lamento del Prete. Ogni anno, al sopraggiungere del natale, un prete sale sul pulpito di varietà come il TG1 o il TG3 e, pieno di finto livore e cattive intenzioni, tuona contro il consumismo. Perché natale è la nascita del Cristo, non un’occasione per comprare l’ultimo sgabello di Philip Stark. Perché bisogna concentrarsi sull’amore di dio, a natale, non sul colore degli ultimi pigmenti Mac.

Quest’anno, invece, niente Lamento del Prete. La Chiesa tace sugli orrori della libertà economica. Questo mi destabilizza. Che sia la crisi? Che i preti temano gli strali dei loro colleghi commercianti, già messi mica tanto bene? Che sia l’Ici? Che i ghost writer dei preti siano tutti occupati a giustificare l’evasione totale degli ultimi 60 anni? Che sia il governo Monti? Con quei loden che avvolgono, giustificano e salvano tutto e tutti?

Lo shopping è un atto sessuale: è svuotato di colore, se reso libero da ogni disapprovazione.  I commercianti di Montenapoleone sono in subbuglio: gli esprimo viva solidarietà. Il mio panettone di Ranieri mi sembra un Bauli, senza senso di colpa. Privato del pensiero dell’Africa, uno regala libri di Benedetta Parodi e poi finisce a letto con un proprio parente.

Caro Babbo Natale, tu sei la nostra unica speranza. Riprepara la slitta, avvisa le renne. Rimettiti quel vestito da Gabibbo in crack e rifatti un altro giro quaggiù. Portaci un Carlo Maria Martini, furente e avvilente come ai vecchi tempi. Babbo Natale, in tempo di crisi bisogna fare sacrifici ed essere altruisti: anche se il tuo turno è andato, noi magari per la Befana ce la si fa, a sentirsi almeno un po’ stronzi.

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Che caldo, accidenti

Nonostante la RU486 da una parte, e Facebook/Twitter/Myspace dall’altra, siano cose molto diverse, è possibile parlarne assieme. Il modo ce lo forniscono, ancora una volta, le opinioni dei preti.

Sulle opinioni dei preti su RU486 e Facebook & co. si possono fare due considerazioni.

Considerazione uno: non sono opinioni.

Le opinioni, come diceva il nostro candidato europeo Mill, sono sorrette da ragioni. Dire che Facebook porta al suicidio o minacciare scomuniche per chi usa un farmaco significa esprimere delle preferenze. Che si fondano su gusti personali molto lontani dalla realtà e dalla ragione. Liberissimi di sostenerle, naturalmente: ci mancherebbe.

Considerazione due: ma vaffanculo.

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Viene prima

Ora: se il Presidente della Camera non può neanche più dire che «Il Parlamento deve fare leggi non orientate da precetti di tipo religioso», se cioè non può dire questa ovvietà senza scatenare delle reazioni, beh, non si scappa: il problema sono le reazioni.
Dire che sia «il peggiore attacco laicista della storia repubblicana», come ha fatto Luca Volontè dell’Udc, citando i «totalitarismi neri del ‘900», è da casa di cura: non ci sono altre parole da dire, e comunque nessuno le ha dette. Io non commento le reazioni della Chiesa: in Parlamento e nella Costituzione la Chiesa non c’è.
Ma, in Parlamento, il Pdl c’è: e vedere quanti hanno taciuto imbarazzati, mentre a difendere Fini era persino l’Italia dei valori, era da vergognarsi.
L’amico Lupi, di Fini, ha detto: «Non capisco la sua preoccupazione».
Gli spiego la mie.

La prima: in Italia, su certi temi, non si può neanche più dire ovvietà.
La seconda: c’è un drappello di parlamentari cattolici, da noi, che vuole fare delle leggi che piacciono molto a loro, piacciono molto alla Chiesa ma piacciono molto meno alla maggioranza degli italiani: e posso ricoprirvi di sondaggi a proposito.
Potete legiferare sulla «base valoriale» che volete, egregio Lupi: la differenza tra voi e me, tra voi e la maggioranza di noi, non è una diversa base valoriale, ma l’incrollabile consapevolezza che la democrazia viene prima.

Filippo Facci, “Il Giornale

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