Le velleità ci aiutano a morire

Non c’è nessun motivo per celebrare gli 883. Sono la ragione della mia preadolescenza rivelata anzitempo, della mia adolescenza passata a considerare le ragionevoli conseguenze di un suicidio veloce. Gli 883 hanno intrappolato i miei vent’anni in cassette VHS usate.

Quella prosopopea generazionale da Alberoni meno fantasioso mi ha accompagnato nel mio crescere come la paura dell’aids. Magnificare gli 883 equivale a ricordare con affetto la paura dell’aids. Io non provo affetto verso la paura dell’aids. Non mi è mai piaciuto perdermi mentre andavo a una festa o passare pomeriggi a guardare gli shorts di donne che non avrei mai potuto conoscere. Non c’è nulla di meritevole nel girare per il corso con un motorino da sfigati.

Gli 883 non sono straordinari. Non sono la voce di una generazione. Non mi fanno venire nostalgia. Non mi ricordano cose belle. La voce da pipistrello stordito di Pezzali non mi avvicina a nulla di diverso dalla morte. Quando mi capita di ascoltarlo nella sala d’attesa di un dentista non vedo l’ora di farmi impiatare un ponte. Durante l’operazione soffro in modo ragionevole. Il rumore cinico del trapano sulle mie gengive sembra un remix post-punk di Jolly Blue.

La distanza non necessaria tra gli occhi di Pezzali è una parabola della mia dissociazione da me stesso, ma la mia generazione non c’entra. La mia generazione non esiste, e non saranno la resurrezione di Pezzali o scrivere libri su Bim Bum Bam che farà cambiare le cose. Nel mio quartiere in periferia non c’è nessuno che tiene il tempo. C’è solo un tempo che ci tiene, insieme, un po’ per caso.

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