Palasharp, Milano. Milano, ma senza le cravatte larghe; Milano, ma senza gente che parla di aragoste a colazione; Milano, ma con donne dolcissime che sorridono e fumano. Quindi: Palasharp, Genova.
Tutto esaurito, nell’aria della polvere oppure del fumo, non so. C’era foschia, nonostante il luogo sia al chiuso. Non c’erano le carte. Strano. Succedevano altre cose strane, nella fila per entrare: parole su quanto è ingrassato, ultimamente, sui suoi occhi turchini e sulla sua voce uguale. Uguale a che cosa, poi. Sull’uscio del Tempio mi sono tolto i calzari e sono andato a sedermi, in ginocchio, in attesa. Ho pianto la prima volta appena prima dell’inizio.
Quando Fabrizio è uscito l’ho visto bene. Però lo ricordavo più giovane. Ha fatto un paio di canzoni in genovese: se non fossi scoppiato in pianto avrei cantato solo io. Poi ha fatto Se ti tagliassero a pezzetti: una versione insolita, non mi è piaciuta molto. Non che io sia contro l’evoluzione, ben inteso. Ma ci sono cose che nascono perfette, più forti del destino, nel senso di divenire. Queste cose non mutano. Se vengono fatte mutare, peggiorano. Ho trovato peggiore anche Fiume Sand Creek. Ma lì ho capito che Lui non c’entra: era un tracotante narciso con un’orrenda chitarra gialla, alla sua destra, che pensava di essere ad un concerto di quella band di barbari, gli irlandesi, intendo, gli udue. Forse anche Se ti tagliassero a pezzetti l’ha rovinata lui. Anzi: sicuro. Che coraggi.
La seconda volta ho pianto con Amico Fragile. La terza quando ha detto “grazie”, dopo Amico Fragile. La quarta e la quinta quando la pescivendola di Creuza de Ma è ritornata a casa, la sera, senza aver venduto nulla. E’ proprio come nei dischi. Il suo suono della sua voce è come nei dischi. Sta seduto sulla sedia come nei dischi. Tiene la chitarra come nei dischi. Non sapevo, però, suonasse il violino. Raccontava anche delle storie strane, parlando in terza persona: dev’essere stato ubriaco, oppure solo ebbro, come un tempo. Poi ha fatto sentire delle canzoni nuove: gliele deve aver scritte il chitarrista irlandese oppure non sono riuscito ad avvicinarmi abbastanza per sentirle bene.
Poi, tra gli incensi, se n’è andato. Io ed una vecchia con la sciarpa azzurra abbiamo battuto i piedi così forte che è ritornato fuori. Ho pianto per la sesta volta. Appena ha parlato del pescatore tutti si sono sentiti in diritto di alzarsi e avvicinarsi all’altare. Ero paralizzato dall’orrore: Fabrizio non l’aveva nemmeno chiesto. Sono rimasto lontano, io, perché il mio corpo non c’era più. Verso la fine ha cercato oltre la bolgia di braccia al vento, il nostro sguardo si è incrociato. Non siamo mica ad un concerto di Vasco, ho sussurrato. Lui ha annuito. Che coraggi.