Siamo per sempre coinvolti

Per tutti gli appassionati del mondo reale: sarebbe il caso di andare a vedere “La nostra vita”. Che è l’ultimo film di Daniele Lucchetti che sì, è quello di “Mio fratello è figlio unico” e che sì, è il film con Elio Germano. Repubblica vorrebbe far passare questa pellicola alla storia solo perché Germano gliene ha ammollate un paio a Bondi, con tutta Cannes davanti. Dobbiamo evitarlo parlandone. La prima cosa da dire è che durante il film ho pianto (ma era successo anche con “Up”, e magari non fa testo). Poi da dire è che non c’è niente, nel cinema degli ultimi 10 anni, che racconti il proletariato in modo così poetico. Anche troppo poetico, forse, anche troppo favoleggiante, quasi deandreiano. La puttana, lo straniero, lo spacciatore, la vita, la morte, le tue braccia, i tuoi occhi. Ecco: de André. A me manca molto de André. Come mi manca molto Pasolini. Mi domando spesso cosa sarebbe questo posto se loro fossero ancora qui. Cosa direbbero. Se se ne sarebbero andati lontano, cambiando vita e lavoro, se avrebbero cambiato idea magari, come Lindo Ferretti. Mi mancano perché il mondo ha bisogno di interferenze e di parole sussurrate ogni tanto, di parole nuove. Anche non essendoci, comunque, fanno tanto per me, che in questi tempi bui mi basta un Elio Germano qualunque per uscire dal cinema e sentirmi grato.

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Ha detto Signorina Anarchia

Palasharp, Milano. Milano, ma senza le cravatte larghe; Milano, ma senza gente che parla di aragoste a colazione; Milano, ma con donne dolcissime che sorridono e fumano. Quindi: Palasharp, Genova.

Tutto esaurito, nell’aria della polvere oppure del fumo, non so. C’era foschia, nonostante il luogo sia al chiuso. Non c’erano le carte. Strano. Succedevano altre cose strane, nella fila per entrare: parole su quanto è ingrassato, ultimamente, sui suoi occhi turchini e sulla sua voce uguale.  Uguale a che cosa, poi. Sull’uscio del Tempio mi sono tolto i calzari e sono andato a sedermi, in ginocchio, in attesa. Ho pianto la prima volta appena prima dell’inizio.

Quando Fabrizio è uscito l’ho visto bene. Però lo ricordavo più giovane. Ha fatto un paio di canzoni in genovese: se non fossi scoppiato in pianto avrei cantato solo io. Poi ha fatto Se ti tagliassero a pezzetti: una versione insolita, non mi è piaciuta molto. Non che io sia contro l’evoluzione, ben inteso. Ma ci sono cose che nascono perfette, più forti del destino, nel senso di divenire. Queste cose non mutano. Se vengono fatte mutare, peggiorano. Ho trovato peggiore anche Fiume Sand Creek. Ma lì ho capito che Lui non c’entra: era un tracotante narciso con un’orrenda chitarra gialla, alla sua destra, che pensava di essere ad un concerto di quella band di barbari, gli irlandesi, intendo, gli udue. Forse anche Se ti tagliassero a pezzetti l’ha rovinata lui. Anzi: sicuro. Che coraggi.

La seconda volta ho pianto con Amico Fragile. La terza quando ha detto “grazie”, dopo Amico Fragile. La quarta e la quinta quando la pescivendola di Creuza de Ma è ritornata a casa, la sera, senza aver venduto nulla. E’ proprio come nei dischi. Il suo suono della sua voce è come nei dischi. Sta seduto sulla sedia come nei dischi. Tiene la chitarra come nei dischi. Non sapevo, però, suonasse il violino. Raccontava anche delle storie strane, parlando in terza persona: dev’essere stato ubriaco, oppure solo ebbro, come un tempo. Poi ha fatto sentire delle canzoni nuove: gliele deve aver scritte il chitarrista irlandese oppure non sono riuscito ad avvicinarmi abbastanza per sentirle bene.

Poi, tra gli incensi, se n’è andato. Io ed una vecchia con la sciarpa azzurra abbiamo battuto i piedi così forte che è ritornato fuori. Ho pianto per la sesta volta. Appena ha parlato del pescatore tutti si sono sentiti in diritto di alzarsi e avvicinarsi all’altare. Ero paralizzato dall’orrore: Fabrizio non l’aveva nemmeno chiesto. Sono rimasto lontano, io, perché il mio corpo non c’era più. Verso la fine ha cercato oltre la bolgia di braccia al vento, il nostro sguardo si è incrociato. Non siamo mica ad un concerto di Vasco, ho sussurrato. Lui ha annuito. Che coraggi.

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Lo punì con la Morte, inventò le stagioni

“E’ una fiaba stupenda” balbetto. “No, è una realtà terribile” rispondi. Dipende dal modo in cui la si intende, Alekos.” “C’è un solo modo di intenderla: i buchi neri sono la Morte.” “Se i buchi neri fossero la morte, qualsiasi stella ci cadrebbe dentro”. Invece succhiano alcune stelle e altre no. Perché?” “Perché non tutte le stelle vanno punite. I buchi neri succhiano le stelle che vanno punite.” “Punite di che?” “D’aver cercato mondi diversi, dove ciascuno è qualcuno e dove la giustizia esiste, la libertà, la felicità.” “Non è un delitto cercare mondi diversi dove ciascuno è qualcuno e dove la giustizia esiste, la libertà, la felicità.” “No, ma è un lusso che la dittatura di Dio non può consentire, e neanche la Montagna. Dio vuol farci credere che il suo è l’unico universo possibile, la Montagna vuol farci credere che il suo è l’unico sistema possibile. E chi si ribella finisce in un buco nero.” “Parli come se tu credessi a Dio.” “Ci credo. Non so cosa sia ma ci credo. E gli perdono perchè non ha scelta, quindi non ha colpa. Sono gli uomini che hanno scelta, quindi hanno colpa.”

Oriana Fallaci, Un uomo.

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Scusi, può ripetere?/2

Sempre al Tg5 che, come si intuisce, non vedevo da mesi:

E’ morto dieci anni fa Fabrizio de Andrè.

Le sue canzoni sono ancora oggi una colonna sonora.

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Continuerai a farti scegliere

L’Agnata era la amatissima casa in Sardegna dove Fabrizio de Andrè e Dori Ghezzi passavano gran parte del tempo. A volte De André lavorava solo per guadagnare soldi da riversare in quel pozzo senza fondo che era la tenuta.

Fu lì che furono sequestrati dai banditi e Dori ricorda un momento in cui riuscirono perfino a riderne: "Fabrizio si arrabbiò molto perché i sequestratori gli dissero che, oltretutto, come cantautore preferivano Guccini. E lui disse: "Belìn, allora perché non avete preso Guccini?".
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