Dante gli ha tirato il pacco all’ultimo

Prima lezione: “Conosci il tuo nemico”. Svolgimento. Tutta la comunicazione governativa degli ultimi quindici anni si fonda su uno schema collaudato in tre momenti. Momento uno: fare una cazzata. Momento due: fare in modo che non si scopra che è una cazzata. Momento tre: se la cazzata viene scoperta, dare la colpa agli scopritori.

Come spesso accade in contesti di sottosviluppo democratico tipo il nostro, le abitudini dell’apice vengono acriticamente adottate dal pedice. C’è un tipo italiano ad esempio, tale Tommaso Debenedetti, che va in giro a vendere a giornalacci tipo Libero e Il Piccolo alcune sue interviste con personaggini del calibro di Philip Roth, Vidal, Saramago, Amos Oz e Wilbur Smith. Le interviste sono assolutamente inventate. Ad una giornalista del New Yorker che l’ha sgamato e intervistato, ha dichiarato che (tutte) le interviste sono autentiche e che (tutti) gli scrittori le rinnegano solamente per motivi politici.

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Fate a tutte l’epidurale

Se fossi un giornalista, cosa di cui qualcuno mi accusa, e avessi tempo e soldi che neanche quelli che lavorano all’Ansa, mi piacerebbe costruire con le mie mani delle scatole di cartone colorate. Enormi. Poi mi stamperei tutti gli articoli del mondo e li catalogherei pazientemente, come faceva non so chi in Aprile, credo. Le mie scatole sarebbero colorate di molti diversi colori a seconda che i pezzi mi piacciano o no, che li ritenga utili oppure inutili oppure dannosi o stupidi. Di sicuro, fare una scatola grigia a pois blu per i pezzi che i giornalisti scrivono su delle non notizie,  solo per marcare le morali, per creare inutile allarme sociale. In quella scatola metterei ogni edizione di Studio Aperto, tutta la free press e il servizio di Repubblica sul nuovo Ku Klux Klan.

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