Puntini sulle j

Sia chiaro: se la Roma vince il campionato quest’anno il merito non è di Ranieri, ma di Jeremy Menez e del suo guardare il cielo.

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Jeremy il poeta e la mia malinconia

jeremyRimanere per due ore a vedere venticinque persone che si muovono a seconda dei movimenti di una sfera è un comportamento umanamente degradante. Questa regola ha due eccezioni. Uno: se ci si trova a San Siro, che non è uno stadio ma un tempio. Due: se tra i venticinque gioca il più grande filosofo del secolo, Jeremy Menez.

Jeremy Menez  sta davanti, perché davanti stanno i simboli, le icone. Come al corpus domini, con la differenza che Menez esiste. Nato nella periferia sottoproletaria di un paese dell’Ile de France non abbastanza grande da essere Strasburgo e non abbastanza piccolo da poter prentendere un IKEA, Jeremy ha avuto il suo talento svelato a circa otto anni. Era nel parco, stava rollando. Gli apparse dio, il dio delle genti. Prima che iniziasse a parlare, Jeremy si addormentò annoiato. Dio, deluso, se ne andò da Kakà.

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