D’Alema, ti prego: vattene
Ha molti aspetti positivi essere costretti a casa per prepararsi a pagare con il sangue il dazio corporativo che qui chiamano esame (“esame”!) di Stato (Stato, quello sì). Tra questi, escludendo le influenze intestinali e l’astio generazionale, quello che amo di più è sicuramente l’ora e mezza di televisione che passo la sera. Tra quelle ore e mezza, l’ora e mezza di ieri mi ha fatto sentire felice. C’era un programma su La7, la migliore delle emittenti nazionali escludendo Murdoch. Si chiama Exit e ieri parlava di politica dell’immigrazione. Da una parte c’era una signora ingioiellata, sembra sottosegretario a qualcosa, e Castelli. Si agitavano sbandierando paure e consensi. Dall’altra parte c’era un’altra signora, magra magra, in un elegante vestito verde pistacchio (e basterebbe), assieme ad uno che mio padre non aveva mai visto. Hanno detto parole chiare, frutto di idee semplici, lineari, giuste. “In Italia un crimine è un crimine a prescindere dal passaporto di chi lo commette”. “La Lega deve assumersi la responsabilità di vent’anni di istigazione al razzismo”. “La destra parla di differenze culturali senza sapere una lingua diversa dall’italiano, peraltro con forte inflessione lombarda”. Il conoscere contro la clava. Lo stato di diritto contro la banalità del male. La magia del domani contro l’ombelico incrostato del popolino. Per la prima volta in dieci anni mi sono sentito rappresentato.
