Che il mar si muove appena

Libertà: ti ho vista dormire negli ultimi vent’anni. Non fai neanche in tempo a risvegliarti (con Giuliano e tutto il resto) che vieni subito soffocata dall’olezzo di incenso, l’orrenda puzza della sagrestia e dei sensi di colpa. Non parlo, Libertà, della nomina dell’arcielle Scola (non hanno nessun potere su di te, quelli lì): il fuoco che fa più male è quello che arriva dalla parte amica.

La prima cosa che è successa, Libertà, è un mezzo casino per un manifesto politico. Un manifesto in cui una folata d’aria alza una gonna anni ’60, rosa, bellissima, ad una ragazza bellissima pure lei. Slogan: “Il vento è cambiato”. Le femministe, aizzate dal Corriere, dicono che è un manifesto da Berlusconi. Che il corpo delle donne. Che, insomma, vergogna! Che l’utero è loro. Che ci mancherebbe.

La seconda cosa, Libertà, è un incontro tra te e una ragazza pisana. Che, da toscana (ah, benedetta toscana), ha pensato di girare un porno. Questa ragazza, prima di incontrare te, si era iscritta ad un partito, lo stesso del manifesto del vento. Succede così che alcuni del partito, aizzati dalle femministe, a loro volta aizzate dal Corriere, dicono che è una cosa degna di Berlusconi. Che il corpo della donna. Che, insomma, vergogna! Che l’utero (anche quello della pisana) è loro. Che ci mancherebbe.

Libertà, non lo so che succede in questo posto strano, dove chi dovrebbe farti danzare veste i panni scuri di Torquemada e chi dovrebbe star ricurvo sui messali organizza riti orgiastici.

Libertà, diglielo tu a quelli del partito: che se non c’è spazio per le gonne alzate e per l’amore libero, tanto valeva riposare ancora un po’.

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Ma .va

A proposito del nuovo corso filogovernativo di parolecomplicate: le animazioni 3D di vatican.va, portale ufficiale del Vatican.o, sono la cosa più bella vista in internet negli ultimi 2 anni.

(Qui: Cappella Sistina; Basilica di San Pietro; Basilica di San Paolo fuori le Mura; Basilica di San Giovanni in Laterano)

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Puntini sulle j

Sia chiaro: se la Roma vince il campionato quest’anno il merito non è di Ranieri, ma di Jeremy Menez e del suo guardare il cielo.

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Sa gueule

Non mi si tiri fuori la questione della violenza negli stadi, per cortesia. Nemmeno verbale. Qui la violenza c’è, ma è contro, non negli. Succede che durante inter – roma qualcuno con particolare senso dell’umorismo tira fuori neanche uno striscione, un lenzuolo. Sopra il lenzuolo c’è scritto neanche con lo spray, con l’uniposca qualcosa tipo: “Platini, gobbo di merda fatti i cazzi tuoi”. Qualche giorno prima il francese (che fu gobbo) aveva criticato l’inter perché a sua detta è una società con i bilanci in rosso. Oggi è arrivata la notizia di 10 mila euro di multa alla società, per lo striscione.

Non si metta in dubbio il disinteresse nei confronti del calcio, qui, e l’odio profondo per gli ultras. Ma qui c’entra la libertà. C’entra una specie di avvertimento mafioso, una testa di cavallo lasciata ai piedi del letto. Platini crede di poter fare in Italia quello che ci viene fatto ogni giorno da altri presidenti illustri, non nel senso di Moratti. Ma non ci provi nemmeno. Libera critica in libero stadio. Se Platini ha delle ragioni valide per fare sparate simili che mandi una mail alla CONSOB, non alla Gazzetta. Se non ne ha, si aspetti degli inviti ad una giusta cautela.

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Jeremy il poeta e la mia malinconia

jeremyRimanere per due ore a vedere venticinque persone che si muovono a seconda dei movimenti di una sfera è un comportamento umanamente degradante. Questa regola ha due eccezioni. Uno: se ci si trova a San Siro, che non è uno stadio ma un tempio. Due: se tra i venticinque gioca il più grande filosofo del secolo, Jeremy Menez.

Jeremy Menez  sta davanti, perché davanti stanno i simboli, le icone. Come al corpus domini, con la differenza che Menez esiste. Nato nella periferia sottoproletaria di un paese dell’Ile de France non abbastanza grande da essere Strasburgo e non abbastanza piccolo da poter prentendere un IKEA, Jeremy ha avuto il suo talento svelato a circa otto anni. Era nel parco, stava rollando. Gli apparse dio, il dio delle genti. Prima che iniziasse a parlare, Jeremy si addormentò annoiato. Dio, deluso, se ne andò da Kakà.

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Qualcosa di civile

Contro il dilagare del qualunquismo mocciano, degli emo, dei ggiovani in ggenerale, a Roma hanno tolto i lucchetti dalla fontana di Trevi. Il governo spagnolo, visto l’”intollerabile affronto al cattivo gusto”, ha richiamato l’ambasciatore.

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Stupri che non lo erano

Giusto così, per gradire. Tutto il circo televisivo, radiofonico e giornalistico, per tutti i primi mesi dell’anno, sembrava non avere altro scopo di vita che non le elucubrazioni onanistiche sull’urgenza indotta del momento, gli stupri.

Tintinnare di manette a porta a porta, servizi con testimoni e criminologi a Matrix, – ma, ancora più agghiaccianti – trasmissioni mattutine con la d’Urso e pomeridiane con la Perego che invocavano a gran voce la castrazione chimica. Vittime sacrificali prescelte, capri, volti, erano i due rumeni-della-caffarella ed un ragazzino accusato di aver stuprato una ragazzina ad una festa di capodanno a Roma. Quest’ultimo che aveva pure, sfiga sua, concesso un’intervista a Studio Aperto poco prima del fattaccio (dicendo quello che Studio Aperto gli ha sempre insegnato bisogna dire in tv, divertitevi-ma-non-bevete, divertitevi-ma-non-bevete). I due rumeni sono stati sbattuti in prima pagina e in prima serata, in manette, nonostante una norma lo vieti. Si sono tessute ed autotessute le lodi di polizia e carabinieri, che hanno agito da segugi, bloccando la fuga dei due verso chissà dove. Volti incipriati da tutti i telegiornali o quasi ci sono venuti a giustificare la gente che, fuori dalle caserme dove avvenivano gli interrogatori, gridavano al linciaggio dei tre. Una deputata radicale, per aver denunciato i pestaggi subiti dai due rumeni, in caserma, da giustizieri della notte protofascisti vestiti da poliziotti, è stata inondata da mail che le auguravano di essere stuprata e di morire nel malriuscito tentativo di abortire il figlio frutto della violenza. Il sempre saggio Gasparri, da porta a porta, in un italiano scadente si è scagliato contro i giudici che hanno concesso i domiciliari al ragazzino presunto stupratore. Il frinire di cicale si è protratto così forte che il governo non ha potuto fare a meno che emettere un provvedimento d’urgenza che, fottendosene dei principi più elementari dello stato di diritto, ha imposto (e impone) ai giudici di sbattere dentro, senza processo, chiunque sia sospettato di questo tipo di reato.

Negli ultimi giorni sono successe due cose. Il test del dna ha dimostrato che i due rumeni, con lo stupro, non c’entravano nulla; e ieri un giudice ha stabilito che quella sera, a Roma, la ragazza ha fatto sesso in modo consenziente. Immagino si faranno trasmissioni e prime pagine su questo, adesso. Un titolo potrebbe essere, ad esempio: “Scusateci, siamo degli stronzi”, chiuse virgolette.

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