Volentieri

Devo aver conosciuto Trieste quand’ero bambino. Mio padre, che lavorava da molti anni in una società che costruisce le sue strade, me ne parlava a cena. La dipingeva con movimenti veloci della china, raccontandomi ora di quanto era bello il mare, ora di quanto erano insopportabilmente dissacranti e ciniche e libere le persone che ci stavano. Devo aver cominciato a parlarla, Trieste, sin da subito. La mamma, friulana e slovena per metà, e il papà, friulano e veneto per metà, hanno trovato come punto d’incontro linguistico un dialetto che sembra un triestino morbido, pulito delle zeta e reso più voluminoso con delle vocali aperte e musicali.

L’ho incontrata per la prima volta, Trieste, appena adulto. Scappai quasi di casa per conoscerla di nascosto. Come tutti gli incontri clandestini, fu una delle cose più belle del mondo. Di lei ricordo i colori, la luce, quell’aria strana da bomboniera demodé. Dissacrante, cinica e libera. Di lei ricordo le persone. Quelle dell’università, all’inizio. Che potrebbero starsene nella loro bomboniera a mangiare confetti e invece ti portano a casa, al carnevale, nel loro letto. Di Trieste ricordo il mio primo lavoro, il più bello di tutti. Quello che davvero me l’ha fatta conoscere, Trieste, con i suoi casini, con i suoi amori e con i suoi maestri.

Trieste è piena di maestri. Uno di questi, che come me l’aveva conosciuta più tardi, una sera mi disse che Trieste è una maledizione. Che una volta conosciuta e amata, poi lei ti segue. Che non si può lasciarla così. Che la sua magia ti rincorre come un’ombra, come una sirena, e tu non puoi fare altro che rimpiangerla. Mai cosa più vera. Perché quando uno si innamora del suo cinismo e della sua libertà, poi quella razionalità folle e anarcoide la ricerca un po’ dappertutto. Senza mai più ritrovarla, ovvio. E senza mai capire fino in fondo se ci sono davvero ragioni valide per averla persa, o per sperare di rincontrarla.

Riesco ad essere lucido in tutti miei pensieri su Trieste, a parte uno: il rapporto tra la sua magia e il suo essere tendenzialmente ferma. So solo che è per la prima che mi sono fatto innamorare e per la seconda che me ne sono andato. Nient’altro. Non so se è magica (anche) perché è immobile, o se il suo essere immobile è una causa naturale della sua magia. Pensandoci, Trieste assomiglia ad una prima fidanzata adolescente. Bellissima, senza tempo, sfacciata fino al punto da non volersi accorgere che il mondo le sta cambiando attorno. “La fidanzata” è anche il titolo che avrebbe dovuto avere il libro che Beniamino Pagliaro, persona magica e libera e preziosa, presenta domani all’Hotel Savoia, dalle 18.00. Poi il titolo si è trasformato in “Trieste, la bella addormentata”. Sul perché bella, iniziare il post da capo. Su quanto profondamente addormentata, davvero: non so cosa sperare.

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Poesia per Faraguna presidente

Se cade pioggia e soffia il vento

Triestino, triestino!, è arrivato il cambiamento

Vien giù sazia, tira bora

Triestino che non voti, cos’ te ‘speti, te son fora?

Prendi la vespa, il bus o il tram

che se vota fin doman

Ciama i muli, la morosa

Che qua succedi qualcosa

Lì nell’urna, con la scheda

Non importa a cosa creda

Per una volta in tanti anni

Vota senza far dei danni

Xe un mulo novo, coccolo, vero

Un mulo capace, xe il mio pensiero

Xe una bobana: intelligente, non scaltro

Xe anche ‘sai mod: servi qualcoss’altro?

Triestino sul divano, fatti un po’ ‘sto gran piacere

Pensa un po’ che gran città, senza Camber consigliere

Triestino un po’ annoiato, una cosa, solo una

Anche senza Carpinteri, vai e vota Faraguna.

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Il sonno della regione

Il problema di questo paese è che siamo governati da persone stupide.

Prendete, ad esempio, questa costosissima Trieste. Prendete il suo comune, nel senso di consiglio comunale. Succede che, sull’onda di questa nuova idea che non conta cosa si fa in politica, essendo più importante che i politici ci insegnino come bisogna vivere (proprio come i preti: strano, no?), don Sasco, un prete UDC con cui litigai a 18 anni, impone a tutto il consiglio comunale test antidroga a sorpresa.

Contrari, naturalmente, liberali, pd e i comunisti. Per ragioni diverse.

Fabio Omero, consigliere di minoranza con un bassotto bellissimo, interviene provocatoriamente in Consiglio dicendo che, insomma, già che c’erano potevano pure rendere obbligatorio il test sull’HIV e le epatiti. Quelli non capiscono l’ironia, si guardano e pensano: ottima idea. Si va ai voti e la proposta passa a maggioranza.

In lieve controtendenza, io vorrei come sindaco Sid Vicious.

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Xe amico in facebook de Varol

Se una balena gigantesca entra in un golfo in cui il pesce più grande è una sogliola è ovvio che uno si allarma. Il sindaco di Trieste ad esempio, è un uomo di fatti. Ha subito mobilitato la sua segreteria per risucire a trovare il cellulare di ‘sto Nemo,”che lo ciamo mi“.

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Triestins

Dove piacerebbe vivere a Beppe Severgini.

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Con tutte quelle bollicine

Vittorie come se piovesse per la laicità democratica, ultimamente. A parte Fini, a parte la mia cucina, a parte Noemi, è successo che il TAR del Friuli Venezia Giulia ha appena mandato a farsi benedire la legge regionale Salva Messe.

Di cosa si tratta: la giunta Tondo (quello del frico e della dama, sì), in particolare Udc e Lega, fanno approvare un testo che impone agli esercizi commerciali presenti in regione la chiusura domenicale (come regola, salvo un tot di domeniche in cui si poteva tenere aperto, previa comunicazione al sacrestano della circoscrizione in cui l’esercizio ha sede legale). La motivazione è il fatto che la domenica bisogna passarla in famiglia, ha dichiarato Mons. Pietro Brollo, portavoce del gruppo di maggioranza in Consiglio. Il provvedimento viene subito etichettato dai laicisti con l’irriverente rubrica “Salva messe”. Subito si riapre un altro fronte dell’eterno scontro tra i preti e la Coca Cola. Si sa per chi si fa il tifo, da queste parti.

Il centro commerciale più grande di Trieste fa spallucce e dice che, insomma, chissene, lui tiene aperto lo stesso e paga le multe. Altri, invece (un outlet appena aperto ed alcuni negozi singoli) ricorrono al TAR, che, come Costituzione, ragione e mercato comandano, boccia o, meglio, “liberalizza” l’apertura domenicale per i negozi sotto i 400 mq, anche se interni ad un centro commerciale

Liberalizza” è il termine più bello che io conosca. Perché ha come radice “liberalismo“, che ha come radice “libertà“. Le liberalizzazioni sono nostre amiche, e a me vien voglia di uscire, prendere la prima donna con una gonna colorata che passa e chiederle se, gentilmente, vuole sposarmi o almeno prendersi un caffé con me, che sono così felice.

(via coseinfila)

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“Che vadano a farsi il giro del Friuli”

Quest’uomo è un genio.

(da Bora.la)

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Scelte di fine vita: i video

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Chi ricorda il convegno promosso durante l’attacco clerico-fascista ai nostri corpi inermi di qualche tempo fa non starà aspettando altro che i video dell’incontro, immagino. Per farsi un’idea del caso Englaro che sia scientifica, pacata, antropologica, antimperialista, che vada oltre portaaporta.

I video del convegno sono disponibili.

La prima parte: Giorgio Berlot (anestesista), Giampaolo Dolso (costituzionalista).

La seconda: Matteo Bellina (penalista), Fiora Bartoli (farmacologa e bioeticista)

Il tutto chairmanato da Paolo Cendon.

Non sono semplici video, naturalmente. Gli organizzatori, nonostante i mezzi insufficienti e pericolosi a tratti, hanno fatto di quello che doveva essere un banale documentario un film espressionista, un quadro di Pollock. In particolare, quello che ha girato e montato il tutto: secondo me ha talento, ne ho nostalgia.

PS: riceviamo mail di utenti linux che non riescono a vedere o scaricare i video. Le soluzioni sono due. La prima è smettere di fare i freak, e ritornare a Windows (xp, però). La seconda è esserlo ancora di più e passare a Mac.

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Fini si rivolta, quindi è

Da un po’ di tempo, alle cene, va un sacco parlare di Fini. I miei commensali credono che il vino era meglio nel ristorante a fianco e che Fini sia un gran paraculo. Dice le cose che dice perché vuole prendere le distanze da B, perché mira in alto, perché vuole occupare quello spazio politico lasciato vuoto dalla scomparsa (o dall’assenza) di una destra liberale (e, quindi, laica). Io credo che il vino non sia poi così male e che Fini stia dicendo da un po’ di tempo cose talmente normali da risultare coraggiose, suicide.
Iniziamo con quello che disse, a Trieste, il giorno dell’allargamento dell’UE nel 2004. Dire di fronte a uno stuolo di tuoi elettori i cui parenti sono stati infoibati dagli sloveni che bisogna andare avanti, che l’Europa va e ci porta da un’altra parte, è una cosa normale e bellissima. La questione è che è l’opposto di quello che fonda il bacino elettorale di due terzi della destra triestina.
Continuiamo, poi, con il viaggio in Israele, con il fascismo-male -assoluto. E’ una cosa normale e piuttosto condivisa. Peccato che gli elettori di aenne abbiano un busto del duce accanto ad ogni frullatore in cucina, e gli eletti portino croci celtiche al collo.
E la difesa del parlamento, contro la deriva uomofortista rappresentata da B (B essendo l’unico motivo grazie a cui la destra vince da 15 anni in Italia).
E il voto agli immigrati. E la fecondazione assistita. E la solidarietà umana e politica sul caso Eluana. E la laicità dello stato.
Qualche giorno fa, davanti a dei petali di viola glassati di una pasticceria di via Victo Hugo, un amico mi ha detto che non è disposto a perdonare. Che se uno è stato fascista, comunista, piduista, per lui è politicamente morto.
Io adoro i petali di viola glassati e credo che la coerenza non sia un valore, che cambiare idea è un diritto di libertà.
Io credo che se Fini mira in alto, vuole sostituire B, occupare o creare uno spazio politico nuovo e liberale per davvero, be’: si lasci indietro chi ha dietro ora e poi faccia pure, sono d’accordo, lo voto. Ditelo pure alla Serracchiani.

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Le parole giuste

Paolo Cendon per un approccio antropologico, attento, realistico, analitico, semplice, laico, immediato, cinematografico (contro quello rozzo, violento, agressivo, arrogante, spocchioso, del ddl Calabrò e degli altri clericofascisti). Prossimamente, su questi schermi, i video della conferenza sulle scelte di fine vita.

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Iscriversi ai radicali, tipo

Carlo Giovanardi nella conferenza governativa sulle droghe di oggi, a Trieste, ha dichiarato che uno dei modi per uscire dalla tossicodipendenza è la cristoterapia. (rimane da capire, poi, quali sono i modi per uscire dalla cristoterapia)

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Riceviamo e, volentieri, pubblichiamo

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Moretton ha tanti problemi con i soggetti quanti ne ho io con il mio sabato sera

cosa_ho_fattoGianfranco Moretton ha 57 anni e da sedici è nel Consiglio Regionale del Friuli Venezia Giulia. Con la DC prima, poi con il Centro Popolare Riformatore, poi Margherita e infine con il PD, di cui è capogruppo in Consiglio Regionale. Gianfranco Moretton ha preso, alle ultime elezioni regionali, 7034 voti.

Gianfranco Moretton è, come tutti i personaggi più strani (Isaiah Berlin, F.D. Rooswelt e W), mio-amico-su-facebook. Moretton ha un blog di cui non ho mai letto una riga in vita mia.

Su facebook, tra gli aggiornamenti, oggi mi spunta: “Gianfranco Moretton wrote a new note.” La nota, che c’è identica sul blog, è: aperte virgolette, Il valore della vita, punto esclamativo, chiuse virgolette, che è già un buon inizio.

La copiaincollo, ché non trovo il permalink:

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Qualcuno dica ai buttafuori e a Repubblica che la guerra è finita

Mi è capitato ieri, di uscire a Trieste, la sera, portandomi dietro tutta la retorica della città di porto, della multiculturalità e dell’accoglienza, degli italiani brava gente. Non faceva freddo, ma c’era fila davanti ad un localaccio normale, il Viale 39, in Viale XX settembre, 39, naturalmente.
Stiamo per entrare e davanti a noi ci sono tre ragazzi spagnoli, qualche anno in meno, che discutono in modo civile con un buttafuori a quattro ante. Sento solo “erasmus” e “direttive”, mi avvicino.
“Mi dispiace”, dice il quattro ante, “ma il titolare non vuole che nel locale si superi un certo numero di erasmus, e sta sera ne sono già entrati troppi.”
“Ma perchè, questo non è bello”, ribatte uno degli spagnoli vestiti a festa.
“Abbiamo avuto problemi, l’altr’anno con voi erasmus”, biascica il bestione.
“Ma l’altr’anno noi non c’eravamo”, risposta ovvia e democratica, di chi sa che la responsabilità è personale e non di razza, e non di classe.
La scena va avanti per un bel po’, e io più ascolto più non ci credo, più non ci credo e più penso che in quel posto non ci entrerò mai. Poi succede qualcosa, il quattro ante si scosta e li lascia entrare urlandogli dietro “ma se uscite a chiedermi di far entrare altri vostri amici, rimanete fuori anche voi”. Io sto per fermarmi a protestare ma un mio amico mi spinge dentro, dove incontro lo spagnolo e gli porgo solenni scuse nazionali. All’uscita non ce la faccio, guardo verso l’alto e dico al bestione che la cosa che ha fatto è agghiacciante, e di inventarsi un’altra scusa se non vogliono stranieri, che è esteticamente vomitevole, che gli erasmus non sono una razza ma un miracolo.
“Sai cos’è successo cinque minuti fa?”, mi fa lui, “un erasmus (…) è uscito e ha pisciato su un muro.”
“I triestini non lo fanno?”
“Gli erasmus lo fanno sempre, e poi si ubriacano.”
“Ma l’alcool glielo vendete voi, o il locale lo tenete aperto per far ascoltare della buona musica?”
“E’ che gli erasmus non rispettano le regole, e i condomini attorno si lamentano. Il titolare vuole così.”
Abbasso gli occhi e mi allontano pensando che, accidenti, siamo il peggior Paese d’Europa. Che non si finisce mai di vergognarsi a girare per i locali. Che Trieste è la solita, noiosa città di fascisti. Ma che forse no: forse Mussolini non c’entra.                                                       C’entra Ilvo Diamanti. Che è peggio.

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Il galeone della Playmobil non è un giocattolo: è una nemesi

A costo di sembrare new age.

Fin da bambino mi è stata insegnata una regola aurea, sempre valida e sempre vera: chi la fa, l’aspetti. Nota bene, però, funziona solo con le cose terribili: se combini qualcosa a qualcuno, è matematico che ti ritorna indietro come un boomerang. Succedeva quando facevo i dispetti all’asilo e poi la mamma, prontamente avvertita dalla maestra Romilda, non mi comprava il galeone Playmobil per natale. Ma succede anche oggi, nelle più svariate situazioni.

Prendiamo Antonio di Pietro, ad esempio. Una vita passata a fare da megafono ai deliri di onnipotenza di Grillo, ad invocare un sistema della giustizia fondato sulla presunzione di colpevolezza, a pretendere intercettazioni su tutti, e sempre. Ed ora: tac. Suo figlio. Intercettato, presunto colpevole, sbeffeggiato, sbattuto sui giornali con il suo faccione da bambino a cui facevo i dispetti all’asilo.

E’ la regola del contrappasso, che non la fa passare liscia a nessuno. Prima del dispettaccio a Prodi, il Friuli Venezia Giulia era la terra dell’innovazione socialmente compatibile, destinata ad essere il centro della più importante regione transnazionale d’Europa. Adesso, diventeremo tutti bravissimi a giocare a dama.

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Senti un po’

tomazstefani

In esclusiva per PC, notevole pic del tornado che ha fatto un bel po’ di bordello il giorno che sono tornato dalle vacanze.
A detta dell’autore, che senz’altro ne sa più dei metereologi (che quel giorno davano sereno variabile), non si chiama tornado, ma "tromba marina", "si è formata davanti alla baia di Sistiana e si è distrutta quando è arrivata sulla costa".

Creative Commons? Sto cazz’.

© Tomaž Stefani.

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La riluce dell’est

Non è per fare quello che è sempre sulla notizia, ma comunque: che Gianni Cuperlo è il punto da cui la sinistra italiana deve ripartire, l’avevo detto, io. Da mò.

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Che il mar se movi appena

Si ha un bel dire, a consigliare di lasciare perdere. Di farla finita, di allontanarsi e non pensarci più. E a poco vale, che ogni volta che uno ci ricasca, viene preso a pesci in faccia, con la pioggia che tenta invano di rovinarti l’anima, e le foglie per terra, a farti scivolare. E poi l’aria. Quell’aria, colorata di aspettative disattese da troppe primavere, come se dovesse succedere qualcosa di importante, che poi la cosa importante è già solo l’attesa. Che bella. Che bella, la mia Trieste.

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Quando c’era Illy

Andavo in Slovenia a prendere le sigarette.

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Honolulu, arrivo

Parole complicate

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