Di Ikea e dei fiori di ciliegio

Quando ero un blogger piuttosto famoso scrissi un post molto lucido a difesa dell’apertura, nel mio paese natale, di un meganegozio Ikea. Nel pezzo esprimevo il mio odio per chi odiava Ikea perché in quanto multinazionale fa crescere le città là dove c’era l’erba e fa molti soldi, alcuni dei quali delocalizzando. Dicevo che, al contrario di quello che normalmente succede, ogni persona davvero innamorata della libertà dovrebbe amare Ikea. Perché dove c’è mercato c’è speranza, e dove non c’è mercato c’è l’acre puzzo della sacrestia, delle tuniche viola e dell’incenso nella navicella.

Negli ultimi tempi nascono molti fiori. Noi siamo esteti e ci fermiamo a guardarli. Guardandoli, però, ci distraiamo e lasciamo che le forze oscure avanzino, occupino spazi, sbiadiscano i colori della primavera. Non mi ero accorto, ad esempio, che nell’ordinamento repubblicano esiste una carica istituzionale che si chiama “sottosegretario alla famiglia”. Non mi ero accorto, poi, che nello stato italiano indipendente e sovrano, questo posto è occupato da un prete. Un’altra cosa di cui non mi ero accorto è che per smascherare questo prete in tutta la sua disarmante nullità non servono le manifestazioni, i libri, le dichiarazioni sui diritti civili: bastano la magica comunicazione commerciale di una società privata e un po’ di fiori di pesco.

Ecco, mi son detto: è proprio questo il punto. Io non me n’ero accorto. Ikea sì.

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Such a perfect day

Sono ritornato a casa, che è molto diversa da un po’ di giorni. C’è un ponte, una piscina sotto il ponte che a mio nonno piace molto, ci sono strade nuove, ma soprattutto c’è una nuova strada. Il casello adesso dista quattro respiri e mezzo dal mio soggiorno. Fantastico.

Tutto ciò si deve a IKEA, che a noi ci piace proprio tanto. Non ci sono stato, davvero. Ma è bellissima, blu e gialla. Non ci sono stato perché era sabato e c’era la fila, intanto. E poi perché avrei dovuto levarmi i calzari, essendo un luogo sacro, ma oltre ad essere sabato era anche inverno e faceva freddo.

Io non vedo l’ora di farmi comprare da IKEA. Sono in vendita a qualsiasi multinazionale che riesca a rendere la mia casa più bella e colorata. Sono pronto a fare un lavoro moralmente inaccettabile, per una Billy. Per una lampada Arco potrei anche uccidere. Qualche giorno fa, dopo quell’appassionata difesa,  ho pensato di battere cassa con IKEA, scrivendo all’ufficio stampa:

ikkk

Loro non mi hanno risposto mica.

Sinceramente: credo che questi svedesi dovrebbero smetterla di sfruttare i bambini indiani.

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Ex machina

jesusChiedi e ti sarà chiarito, aka Dio ha parolecomplicate e bora.la nel reader.

A definitiva chiusura del dibattito semiserio su IKEA e il mercato tra la redazione, qui, e Andrea Luchetta, è intervenuto niente popo’ di meno che Lui. (In realtà, non proprio Lui, il figlio, ma in nome e per conto).

Adesso sappiamo da che parte sta. Che noia avere sempre ragione.

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Dio strabenedica la Svezia

ikea_logoQuando ero bambino andava molto di moda ascoltare rap. A me neanche piaceva, all’inizio. Ma da bambini non si è ancora al di sopra del bene e del male, anzi: ci si è dentro fino al collo. Mi piaceva molto una bambina bionda, si chiamava Monica. A Monica non piacevo molto io. Le piaceva invece un ragazzo moro, si chiamava Bruno. Bruno ascoltava rap.

Nel tentativo di fare qualcosa che a Monica facesse piacere, mi informai riguardo al rap. Non esisteva ancora last.fm, e l’unica cosa che riuscii a cavar dal buco fu un cd di un gruppo che mi sembrava fosse perfetto per Monica: gli Articolo 31. Lessi anche l’interno del cd, magari ne avermmo parlato, io e Monica. Articolo 31 è l’articolo della Costituzione irlandese sulla libertà di espressione. Perché irlandese? Non lo so, Monica: vuoi baciarmi?

Lo portai ad una festa di capodanno. Appena lo inserii nello stereo, proprio mentre cercavo di ricordare le parole imparate con tanta fatica durante il pomeriggio, Bruno se ne uscì: “Che merda, gli articoli 31 sono commerciali”. Li aveva ascoltati anche lui, fino a due giorni prima, ne ero sicuro.  Dopo una decina di minuti Bruno entrò con Monica in bagno, e io mi misi a mangiare delle lenticchie fredde, tremende.

Oggi nel paese di millecinquecento persone dovo sono nato ha aperto il più grande punto IKEA di Europa. L’apertura di un punto IKEA è una buona notizia, sempre. L’apertura di un punto IKEA in un posto che fino ad ora era conosciuto solo per il suo casello autostradale è un miracolo di dio. Dio, che in questo caso esiste, si chiama mercato. Grazie al mercato il mio paese di millecinquecento persone, con un tasso di noi  piuttosto alto, inizierà a mettersi in viaggio. Dalla stasi al polemos, come direbbero Platone e il mio amico del milletrecentododici a.C. Non so dove porterà, questo viaggio. Ma il muoversi è già un risultato straordinario,  miracoloso, necessario.

Se ne parlava da anni, in realtà. Anni furibondi, senza atti d’amore. Anni in cui abbiamo dovuto sopportare di tutto. Anni in cui decine di Bruni, che intanto sono diventati giornalisti, hanno detto e scritto di tutto contro IKEA, contro la poesia della bellezza per tutti. Ho letto articoli in cui Bruno vaneggiava di un campo, casualmente proprio dove IKEA sarebbe nata, in cui giocava da bambino. E quel campo ameno, tra due statali piene di dolcissime automobili a 120 all’ora, non ci sarebbe stato mai più. Maledetta IKEA. Ho letto foglietti di propaganda in cui Bruno spacciava per pubblici interessi privatissimi di una manciata di ricconi venditori di mobili del circondario. Mi sono arrivati nella casella delle lettere proclami con la falce e il martello per l’uguaglianza come immobilismo del niente, contro la multinazionale degli spilungoni nordici. Contro i capelli biondi.

Oggi mi sono dovuto leggere un altro pezzo di Bruno sull’inaugurazione, in cui IKEA diventa un Non Luogo dello scandalo (cfr, Ilvo Diamanti); in cui, porci!, ben il 30% dei mobili (contro il 100% delle altre multinazionali) viene prodotto in Cina; in cui, che vergogna, si fa attenzione al cliente.

Bruno, siamo cresciuti. Bruno, tu mi nausei. Bruno, sei un ipocrita. Bruno, non è più capodanno. Bruno, a te gli Articolo 31 piacevano, lo so. Come ti piacerebbe ora il mercato. Il problema è che non sai cos’è. Che a te sta bene continuare a dire dei no ottusi. Che dietro quel “merda commerciale”, dietro a delle obiezioni ridicole nascondi la tua mancanza di entusiasmo per la vita, cosa invece felice, e per l’ironia delle possibilità. Bruno, continua pure ad odiare il mercato, tanto noi abbiamo già vinto. E appena lo capirà anche Monica, ti inviterò al matrimonio. Lenticchie per tutti.

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This is Villesse, not Milano

villesse

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Huffington Villesse

Macchè mobili. Il mio paese natale, tra un po’, diventerà tipo Mirafiori. Tipo.

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Il direttore Jones

Tagliare la parte esterna delle siepi comporta uscire dal proprio recinto. Comporta aprire il cancello di casa, di una casa, ed tufarsi nel marciapiede di tutti, spalle alla strada, ad una strada.
Comporta anche che il lavorare venga interrotto da un omino barcollante, una di quelle figure deandreiane che esistono solo nei paesi in cui le chiese, la domenica, si riempiono ancora. Il cappotto dell’omino è di quel camoscio che ha visto tanti inverni, i denti dell’ominio sembrano un campo di scacchi ed il cappello, il cappello dell’ominio è schiacciato fino al naso, e lascia appena intravedere due occhi attenti ben oltre la loro età.
Lo riconosco. Era il padre di una mia compagna di scuola, alle elementari. Era, perchè poi gliel’hanno portata via i servizi sociali. Ricordo ancora quando giunse in classe, urlando che non era giusto, che l’avevano data a quella puttana, nel senso di sua moglie, e noi a guardarlo senza capire.
Non lavora, ovvio, ma fuma come non si fumava da tanto, e suona in una banda e scrive poesie. Si ferma e mi chiede se suono ancora – memore di qualcosa che nemmeno io ricordo. Gli chiedo io, poi, se suona ancora, lui. E mi dice di sì, che aggiusta biciclette e suona. Anzi, è diventato direttore di una banda, ma ci sono un sacco di problemi in ‘sto Paese.
– Sai cos’è il solfeggio?–
– Sì.–
Il punto è che nelle scuole italiane si fa musica, ma tutti quelli che gli capitano sotto mano col solfeggio non ce la fanno proprio.
– E perchè?–
– Perchè il problema dell’Italia è che nessuno insegna a voi giovani il concetto di sincope. –
– In che sen…–
– Il concetto di spazio tra le cose, di silenzio tra i suoni.–
Ci penso un po’. Deve aver ragione.

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